Non passa settimana senza che qualche esponente politico non dichiari a gran voce di aver scoperto la ricetta che garantirà sicurezza, educazione e buone maniere. Una ricetta che, in verità, è composta da un unico ingrediente: la sorveglianza. Negli ultimi tempi, il dibattito è stato acceso soprattutto dalla proposta di Luigi Marattin (Italia Viva) di rendere l’iscrizione ai social network soggetta alla presentazione di carta d’identità o altri documenti validi, così da rendere subito riconoscibili i troll responsabili di aggressioni verbali o altro.

Concentrarsi solo sul mondo online, però, rischia di far passare in secondo piano il fatto che la mania per la sorveglianza sta dilagando ovunque, anche nel mondo fisico. Nel mese di agosto, a Firenze si parlava dell’installazione di oltre 800 videocamere per la sorveglianza della città, esplicitando l’obiettivo di renderla “la più videosorvegliata d’Italia”. Qualche mese prima, l’allora ministro degli Interni Matteo Salvini faceva sapere di voler inserire videocamere dentro gli ospizi e gli asili, e poi anche fuori dalle scuole e addirittura nelle aule.

Solo pochi giorni fa, invece, il sindaco Chiara Appendino ha dichiarato che Torino “sarà la prima città in Italia a sperimentare i droni per servizi di tutela del territorio”. Dalla Lega Nord al Pd fino al Movimento 5 stelle, i principali partiti d’Italia non fanno alcuna distinzione sul tema e dichiarano apertamente di essere favorevoli alle nuove tecnologie per la sorveglianza.

Droni e videocamere connesse (e magari un domani dotate di riconoscimento facciale, come avviene in Cina e non solo) sono le nuove meraviglie della tecnologia, d’altronde, perché non usarle? Grazie ai droni, come ha spiegato l’assessore all’Innovazione di Torino Marco Pironti, “se un cittadino va a correre al mattino al Parco Valentino, sa che c’è qualcuno attraverso quel drone che lo protegge”. Già, ma lo protegge da che cosa? Il paradosso della nostra epoca è che si vuole aumentare la sorveglianza nonostante i crimini stiano costantemente diminuendo.

L’Italia è uno dei paesi più sicuri dell’intera Unione europea. Negli ultimi dieci anni, come ha raccontato tra gli altri Milena Gabanelli in uno dei suoi Data Room, gli omicidi volontari si sono dimezzati (passando da 611 denunciati del 2008 ai 368 del 2017), mentre le rapine sono passate da 45.857 del 2008 a 30.564 del 2017 (-33,3%). Di fronte a questi dati, qual è l’utilità di strumenti costosi e complessi come i droni per la sorveglianza?

Durante il meeting internazionale Turin Workshop dedicato alla “sicurezza e protezione degli spazi pubblici” si è per esempio raccontato come un drone della polizia di Madrid dotato di telecamere termiche sia recentemente riuscito a scovare una piantagione di marijuana alla periferia della città. Ma c’è bisogno di investire in arsenali tecnologici per individuare le persone che si coltivano l’erba in casa?, verrebbe da chiedersi.

Eppure la notizia non dovrebbe stupire: i droni mostrano le loro qualità di sorveglianti solo nei confronti di quei crimini che potremmo definire statici, com’è il caso di una piantagione di marijuana o qualche costruzione abusiva. Per i crimini che invece avvengono in movimento, a partire dalle rapine e le aggressioni, è necessario che un drone sia in azione nel preciso momento e nel luogo esatto in cui il reato sta avvenendo. Per far sì che abbiano una qualche utilità, le opzioni sono due: concentrare i droni in un luogo specifico come può essere il parco del Valentino (come se i criminali non potessero spostarsi semplicemente altrove) o disseminare la città di migliaia di droni, con costi insostenibili e un impatto psicologico ancora tutto da valutare.

Ma poniamo il caso che questi droni dimostrino almeno una volta di essere veramente utili. Che invece di beccare uno che si coltiva la marijuana in casa riescano a incastrare tramite i filmati il criminale che ha aggredito, rapinato e ucciso qualcuno che faceva jogging in un parco pubblico. Ne sarebbe valsa la pena?

Dando per scontato che il drone non può impedire l’omicidio (a meno di non trasformarlo in un’arma autonoma che decide da sola quando fare fuoco) e quindi salvare vite, si potrebbe comunque sostenere che anche un solo criminale arrestato per un reato tanto efferato giustifichi il dispiego di sciami di droni che sorvegliano dall’alto le attività di tutti i cittadini. E per rafforzare questa tesi si potrebbe anche utilizzare il vecchio adagio secondo cui chi non ha nulla da nascondere non ha niente da temere (pazienza che sia una citazione attribuita a Joseph Goebbels).

Sembrano pensarla così tutti i politici, visto che fino a oggi – almeno tra i partiti maggiori – nessuno ha mosso un dito affinché questa ossessione per la sorveglianza digitale venisse sconfessata. Nessuno sembra preoccuparsi dei risvolti negativi di una città i cui abitanti sono costantemente nel mirino dei droni e delle telecamere. Tutti gli abitanti: sempre ripresi, monitorati e controllati mentre svolgono le loro normali attività quotidiane. Il rischio è renderli presunti colpevoli da tenere sott’occhio che, in linea di principio, dimostrano la loro innocenza solo astenendosi dal compiere crimini. Dalla presunzione di innocenza, dunque, alla presunzione di colpevolezza.

C’è una ragione se i giudici sono così attenti (o dovrebbero esserlo) a elargire i permessi per intercettare chi è sospettato di attività criminali, perché l’invasione nella vita privata di una persona la cui colpevolezza è ancora tutta da dimostrare è qualcosa da trattare con estrema cautela. Scrisse il giudice William O’Douglas in una nota del 1948, diventata poi un fondamentale precedente della giurisdizione statunitense: “La questione in ballo è la libertà. E il principio di ogni libertà è il diritto di essere lasciati in pace”.

Come si legge sul sito della Aclu (American Civil Liberties Union), “la crescente presenza di videocamere causerà cambiamenti sottili ma profondi nel modo di vivere gli spazi pubblici. Quando i cittadini vengono osservati dalle autorità – o sono consapevoli che potrebbero esserlo in qualunque momento – diventano meno liberi di fare ciò che vogliono. Sapere di essere osservati mette un freno ai nostri comportamenti. Stiamo molto più attenti a fare qualcosa che potrebbe offendere o richiamare l’attenzione di chi ci sta osservando. Potremmo imparare a essere più attenti a ciò che leggiamo ed evitare di soffermarci su titoli che potrebbero mettere in allarme i possibili osservatori. Potremmo anche pensare un po’ più a lungo a come vestirci, per evitare un look che possa renderci sospetti. Gli studi effettuati in Gran Bretagna, in effetti, hanno mostrato come le persone che sembrano ‘fuori luogo’ sono quelle che vengono sottoposte alla sorveglianza più prolungata”.

Saremmo liberi di comportarci come vogliamo, sapendo che un certo tipo di comportamenti, se ripresi dai droni, potrebbero destare sospetti? Gli immigrati e le persone di colore non saranno soggette – ancor più di quanto già non lo siano – a controlli ogni volta che mettono piede in un posto in cui sono considerate, dalle forze dell’ordine, fuori luogo? Ci sentiremo altrettanto liberi di partecipare a una manifestazione antigovernativa, sapendo che ci sono centinaia di telecamere e droni che riprendono i nostri volti?

C’è una ragione per cui, fino a oggi, sono sempre stati i regimi totalitari a fare un uso massiccio della sorveglianza: sono quelli che più di tutti hanno bisogno di controllare che nei comportamenti dei cittadini non ci sia nemmeno la parvenza di una potenziale minaccia all’ordine costituito. In cui la sicurezza viene messa prima della libertà.

Bisogna accettarlo: libertà e sicurezza (anche volendo far finta che quest’ultima sia sinonimo di sorveglianza) non vanno di pari passo. Si potrebbe addirittura sostenere che siano antitetiche. Che siano, insomma, la classica coperta corta: a più sorveglianza corrisponde meno libertà, e viceversa. Tertium non datur. Mentre l’idea che chi non ha nulla da nascondere non abbia nulla da temere vale soltanto finché non ci rendiamo conto che, effettivamente, qualcosa da nascondere lo avevamo: per esempio la partecipazione a una manifestazione sgradita che ci fa finire dritti nei database della polizia.

Paranoia? Può darsi. Ma in uno stato di diritto bisogna salvaguardare le libertà di tutti, non sacrificarle nella speranza che torni utile in qualche caso specifico. E in un periodo in cui, proprio in Italia, abbiamo assistito alla polizia che irrompe nelle case per rimuovere striscioni sgraditi – o che identifica contestatori durante i cortei della Lega Nord – non è il caso di dare troppo per scontato che le libertà civili di cui godiamo siano e saranno sempre adeguatamente protette.

Nell’epoca di Trump, Bolsonaro e Salvini (e mentre assistiamo all’avanzata dell’estrema destra anche in Spagna e Germania) le conquiste democratiche vanno difese e protette, non date per scontate. E questo vale anche per la proposta di Marattin. Al di là delle miriadi di ragioni per cui questa proposta è criticabile, c’è un aspetto di cui si parla poco: rendere necessariamente riconoscibile chiunque agisca sui social network ci esporrebbe a una vera e propria schedatura delle opinioni. E se per caso tra cinque o dieci anni non fossimo più tutelati dai diritti democratici? Se l’Italia si trasformasse in una democratura in stile Russia o Ungheria?

Il rischio, per fortuna, non è elevato, ma una cosa è certa: quando le tutele democratiche vengono date talmente per scontate che si procede con leggerezza alla loro stessa erosione, è proprio in quel momento che bisogna iniziare a preoccuparsi. Dopo, potrebbe essere troppo tardi.

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