Redatto da Oltre la Linea.

Boris Johnson è stato recentemente eletto, con un netto 66% delle preferenze, come il nuovo leader dei Conservatori nel Regno Unito, pronto a prendere il posto della dimissionaria Theresa May alla guida del governo d’Oltremanica. Il grattacapo più lapalissiano che egli si ritrova a dover affrontare è quello che ha tenuto occupate la politica e l’opinione pubblica britanniche negli ultimi tre anni: l’uscita dall’Unione Europea, per la quale lo stesso Johnson ha previsto come data ultima di esecuzione il 31 ottobre 2019.

Boris Johnson: un fiero sostenitore della “Brexit no deal”

Il novello leader dei Tory è un profondo sostenitore della “Brexit no deal“: da qui, con ogni probabilità, sono derivate sia la sua elezione in seno al partito, sia la simpatia della popolazione nei suoi confronti, sia l’antipatia dimostrata da molto organi d’informazione, nettamente più “sistemici”.

Tuttavia, come riporta il Guardian in data odierna, vincere prima le schermaglie e poi la battaglia con l’UE non sarà facile, anche per la decisione – da parte di quest’ultima – nel non voler concedere sconti al suo oramai ex membro (entrato nel 1973 nella CEE): non incidentalmente, i suoi portavoce hanno specificato come le parole di Boris Johnson sull’esistenza di “accordi laterali” fra Regno Unito ed Europa siano mere illazioni. «Spazzatura».

Il premier britannico, infatti, ha sostenuto – durante la sua campagna elettorale interna ai Conservatori – che la sua “Brexit no deal” sarà attutita, nelle sue conseguenze e nei postumi della sua realizzazione, da una serie di offerte secondarievenute in essere fra le due parti in causa. Iain Duncan Smith, di queste, ne ha annunciate ben 17, mentre Norman Lamont si è così espresso: «Non esiste una cosa come il “no deal”, in quanto ci sono stati tutti i tipi di accordi laterali che sono stati raggiunti».

Il No arrivato dalla UE

Ma, da Bruxelles, è giunto un secco e perentorio “No“: non si tratta di accordi laterali, bensì di posizioni unilaterali (e temporanee) poste in essere dalla sola Unione Europea per fare in modo di tutelare il basico funzionamento degli scambi con il Regno Unito.

Come sempre il Guardian ha riportato, le parole di Pauline Bastidon – responsabile della politica globale ed europea per la Freight Transport Association – sono esse stesse parlanti: «C’è una grossa differenza fra un mini-accordo, un accordo laterale ed un piano di emergenza. Quelli che Boris Johnson afferma essere accordi laterali, sono semplicemente accordi unilaterali che sono stati messi in piedi da una sola delle due parti, dando loro una natura temporanea. Il loro scopo è assai limitato, e non significa che saranno attivi nel caso di uno scenario “no deal”, come si sta invece suggerendo».

In conclusione, il compito che è stato assunto dal leader conservatore britannico non è affatto facile, in quanto fronteggiare il superamento di un insieme di accordi della durata di diversi decenni non può essere semplice e banale: ma Johnson è fiducioso, e sicuramente il Regno Unito ha tutti i mezzi necessariper far fronte a questa metamorfosi, democraticamente richiesta, e per (tornare ad) approcciarsi alle altre nazioni europee secondo il principio del bilateralismo.

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