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Transitare allo stadio 4.0 della propria storia di impresa è un obiettivo per molte realtà italiane, ma poi ci sono scelte da fare per determinare il successo di una metamorfosi che chiama in causa visioni e competenze più vaste.

Recentemente, la società spin off dell’università Lum Jean Monnet di Bari Lum Enterprise, dedicata allo sviluppo e alla produzione di prodotti e servizi innovativi ad alto tasso tech, ha lanciato una collaborazione con il Massachusetts institute of technology (Mit) di Boston, ai fini di un rafforzamento del progetto di ricerca (finanziato anche dal Mise) Smart District 4.0.

L’obiettivo del progetto SD4.0 è favorire una transizione consapevole verso un approccio che chiede  più cambiamenti nello stesso tempo: bisogna valorizzare i dati per estrarre informazioni; introdurre in azienda sistemi più intelligenti per evitare defaillance produttive; scegliere le soluzioni tecnologiche più valide per gestire vari processi, puntando anche sul giusto tasso di customizzazione. Il progetto di accelerazione digitale è rivolto ad aziende, piccole e medie, che fanno parte del settore agroalimentare, del segmento calzaturiero/tessile/abbigliamento, e dell’area meccatronica: sono tutti business che in Puglia hanno una solida storia, da cui partire per abbracciare il cambiamento.

In questo scenario si inserisce la collaborazione con il Mit, per un confronto utile a intercettare  approcci tecnologici e operativi che possano far la differenza per le aziende individuate nella prima fase del progetto. A delineare a Wired la fisionomia delle imprese aderenti, Antonello Garzoni, preside della Facoltà di economia Lum e membro dell’Advisory Board di Lum Enterprise-SD4.0: “Le aziende che si sono mostrate più interessate sono quelle che per vari motivi, come cambio generazionale o precedenti esperienze, avevano già iniziato a ragionare sulla digitalizzazione dei processi e sulle piattaforme collaborative. Ovviamente non mancano nel panel di aziende coinvolte (ad oggi abbiamo intercettato circa 140 aziende con circa 80 adesioni formali) anche realtà molto indietro in termini di cultura digitale come altre molto avanti con cui comunque c’è uno scambio di conoscenze e di esperienze. Fra le aziende attualmente più attive vi sono: Farmalabor, Dileo, FungoPuglia, MBL solutions, Giuliano, Siciliani, Icam.

A coadiuvare in questo percorso i soggetti di impresa c’è anche Noovle, responsabile dell’aspetto tecnologico del progetto, che valuterà il grado di digitalizzazione dei player coinvolti e il bisogno di aggiornare e integrare le soluzioni esistenti. Come avviene quindi la triangolazione tra Mit per la consulenza, Noovle per l’implementazione tecnologica e le singole aziende? “Il ruolo del Mit è di supporto al progetto nel suo insieme, con particolare enfasi sullo scouting delle nuove tecnologie e sulla identificazione dei modelli di business più innovativi per la ridefinizione delle relazioni collaborative di filiera. I ricercatori di Lum Enterprise collaborano settimanalmente con i ricercatori del Mit per trovare nuove soluzioni per le imprese associate. Il ruolo di Noovle, in quanto partner tecnologico del progetto, è invece diretto e rivolto a realizzare nel concreto le soluzioni tecnologiche identificate”.

Tuttavia, come approfondisce l’accademico, la “partnership con Alex Pentland (attualmente è direttore del Mit Connection Science and Human Dynamics groups, ed è stato creatore e direttore del Mit Media Lab ndr) va ben oltre il semplice suggerimento di tecnologie e prassi operative. La capacità di trovare nuove idee e di creare nuove connessioni (umane e digitali) è il fondamento per costruire organizzazioni umane più agili e creative. E in tal modo consentire un vantaggio competitivo per i distretti più orientati ad usare la tecnologia nel modo più efficace”. L’obiettivo  “è di costruire nuove filiere industriali collaborative, basate su un sistema distribuito di dati, dove i nuovi protocolli tecnologici (come per esempio la blockchain) potranno contribuire a costruire reti sempre più sicure e aperte. Un punto chiave è che i tuoi dati hanno più valore se puoi condividerli perché questa condivisione ti consente di lavorare meglio e consente ad altri di generare nuove modalità di creazione del valore”.

L’intero progetto si articola in più fasi, dalla ricerca dei business model alla validazione sul campo delle tecnologie adottate, dopo una fase intermedia di test e sperimentazione. Nella fase attuale stanno partendo “le attività di sperimentazione più significative (pilot) con l’idea di vedere i primi risultati a partire dal prossimo anno. Da questo momento in poi ci aspettiamo un processo continuo di verifica delle prototipazioni in corso e sviluppi incrementali che dureranno fino alla fine del progetto entrando dalla fase di sviluppo a quella di validazione sul campo”.

Le priorità di intervento per i singoli settori individuati sono, rispettivamente, per l’agroalimentare, la razionalizzazione dei processi produttivi, anche ai fini della sostenibilità, e la tracciabilità alimentare; per il manifatturiero la salvaguardia del dipendente in ambito lavorativo e la gestione smart dell’intero ciclo che va dalla commessa alla consegna; per il meccatronico, l’applicazione di modelli di manutenzione predittiva per evitare stop produttivi ma anche la fluidità di tutti i processi che vedono coinvolte parti terze, dai terzisti ai clienti. Il primo progetto pilota è stato avviato in ambito agroalimentare presso la startup Solar Fertigation che punta su una combinazione di dati, rielaborati da un algoritmo proprietario, per fertilizzare e irrigare le colture. La collaborazione con la piattaforma della Lum mira  rafforzare i sistemi di tracciabilità con gli attori della filiera.

Tecnologie abilitanti, e impatto sulle aree principali dei processi aziendali, non sono certo un problema pugliese ma un tema di rilevanza nazionale: secondo i risultati della ricerca dell’Osservatorio Industria 4.0 della School of Management del Politecnico di Milano, presentata al recente convegno “Industria 4.0: la rivoluzione si fa con le persone!” la grande maggioranza delle imprese italiane che si è messa sulla strada dell’evoluzione digitale è consapevole della discontinuità apportata dalla trasformazione 4.0 e stima tra i principali benefici la flessibilità di produzione (47%), l’aumento dell’efficienza dell’impianto (38%), la riduzione dei tempi di progettazione (34%) e l’opportunità di sviluppare prodotti innovativi (33%). Chi ha toccato con mano questi vantaggi ha progetti attivi da oltre un anno (la survey indagava 192 imprese, di cui 38 pmi).

Ma nel caso pugliese quante aziende hanno già abbracciato il modello 4.0? E che livello si impone il discorso delle competenze? “In Puglia –spiega Garzoni– gli imprenditori non si buttano inconsapevolmente nelle nuove sfide, ma hanno un orientamento al lungo periodo – figlio della tradizione contadina – che consente di capire quando seminare e investire nelle nuove tendenze. Chi ci chiede di precision farming e di blockchain sono spesso imprenditori settantenni di aziende di successo, che hanno costruito modelli organizzativi molto resilienti. E con il desiderio di costruire il futuro delle proprie aziende insieme a figli e nipoti. Il problema è che per approcciare queste nuove tecnologie occorre che le persone siano disposte a condividere socialmente i propri dati. E questo accade se sanno che sono al sicuro e se capiscono di poter ricavare dalla condivisione un beneficio personale”.

Come spesso succede nel segmento dell’innovazione, il primo scoglio resta quello culturale ma, sottolinea Garzoni, “per quanto riguarda il gap di competenze, Lum Enterprise sta lavorando insieme a Google e Noovle con programmi formativi molto concreti e orientati agli imprenditori e alle nuove generazioni. Ne è un esempio il master in Data Science e digital transformation che l’università Lum sta realizzando insieme a Google, che combina le nuove tecnologie con il sapere manageriale. Solo attraverso una crescita della cultura digitale dei nostri imprenditori è possibile vincere le sfide che il nuovo mondo digitale ci impone”.

Lo scorso 26 giugno a Casamassima, in provincia di Bari, le piccole e medie imprese locali con Lum Enterprise e il Mit hanno parlato di innovazione, nuove tecnologie e modelli di business ma, conclude l’accademico “l’incontro aveva la finalità di co-progettare con le imprese in chiave collaborativa un nuovo modello di relazione nelle filiere dell’agroindustria e del tessile-abbigliamento. Si è dunque partiti dalle aspettative delle pmi (nei diversi ruoli della filiera) per una prima concettualizzazione di un white paper di ridisegno delle modalità collaborative impostato sul protocollo Opal (open algorithm) sviluppato dal Mit. Ne sono emersi due macroprogetti di grande interesse per la portata innovativa; il primo orientato alla condivisione dei dati delle filiere agricole per una migliore strutturazione dei benefici per gli attori a monte della filiera (i piccoli produttori agricoli).  Un secondo progetto è orientato all’utilizzo di sensori (wearable devices) su abbigliamento da lavoro per un miglioramento delle condizioni lavorative del personale”.

 

 

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