C’è una relazione tra carica virale di un paziente e gravità dei sintomi di Covid-19? Per i ricercatori dell’Irccs Ospedale Sacro Cuore Don Calabria di Negrar (Verona) la risposta è . A suggerirlo è la loro analisi pubblicata su Clinical Microbiology and Infection, che evidenzia come da marzo a fine maggio 2020 la carica virale dei pazienti Covid giunti in pronto soccorso sia calata fino a mille volte, e con essa anche la gravità della malattia. Mascherine e distanziamento sociale (ma non solo) avrebbero giocato un ruolo cruciale.

Lo studio

Lo studio ha coinvolto poco meno di 400 casi di Covid-19 pervenuti al pronto soccorso del Negrar con sintomi Covid-19 tra marzo e la fine di maggio. Periodo in cui le cifre del contagio man mano si sono abbassate, tant’è che le terapie intensive si sono svuotate e in estate i reparti Covid avevano sostanzialmente chiuso.

I ricercatori hanno ottenuto una stima grezza della carica virale dei pazienti, constatando una progressiva diminuzione, accompagnata da manifestazioni più lievi. Il tasso di ricovero in terapia intensiva – scrivono gli autori della ricerca – è infatti passato dal 6,7% di marzo all’1,1% di aprile. A Maggio la terapia intensiva Covid dell’ospedale non ospitava nessun paziente.

Un successo delle protezioni individuali, ma non solo

Secondo gli esperti del Negrar a innescare il trend al ribasso in quel periodo sarebbe stato un insieme di fattori: l’adozione delle mascherine (che qualcuno ha suggerito potrebbero funzionare come un vaccino) e il rispetto del distanziamento sociale hanno contenuto la diffusione del coronavirus, certamente, ma anche l’identificazione e l’isolamento dei positivi e dei loro contatti.

Grazie a queste misure quel poco del virus rimasto in circolazione (non un ceppo più debole come qualcuno aveva ipotizzato) avrebbe sferrato attacchi più fiacchi e dunque anche chi si è ammalato ha avuto meno ripercussioni.

The post Mascherine e distanziamento abbattono la carica virale anche di un migliaio di volte appeared first on Wired.



Leggi l’articolo su wired.it