Un tempo era roba da hippy, rockstar e sbandati. Oggi è diventata in una droga da imprenditori e biohacker. Parliamo dell’Lsd, l’allucinogeno per eccellenza, capace di aprire le porte della percezione e lanciare la mente in incredibili viaggi psichedelici. Questo almeno ad alte dosi. Nella Silicon Valley, dove l’acido lisergico ha trovato una seconda vita, si utilizza in modo molto diverso: assunto in micro dosi con regolarità aiuta infatti a rinforzare la creatività e la concentrazione. E migliora l’umore, tanto che potrebbe rappresentare un’alternativa concreta all’utilizzo di antidepressivi. Questa, almeno, è l’opinione prevalente tra i suoi fautori. Un team di ricercatori canadesi ha appena deciso di metterla alla prova con uno studio scientifico. E i risultati, pubblicati sull’Harm Reduction Journal, sembrano confermare molti dei benefici promessi.

Per iniziare, un po’ di storia. Solitamente l’invenzione del microdosing viene fatta risalire al 2010, quando i biohacker della Silicon Valley iniziarono a sperimentare nuovi modi per migliorare le proprie performance lavorative. La scelta ricadde sulle droghe psichedeliche, Lsd e psilocibina (il principio attivo contenuto nei funghi allucinogeni), note (tra le altre cose) per avere effetti positivi sulla creatività e l’umore. Il problema, evidentemente, erano i viaggi psichedelici che si sperimentano in seguito all’assunzione di queste sostanze, non proprio compatibili con la produttività in ambito lavorativo.

Per questo motivo, qualcuno decise di provare ad assumere le due sostanze in dosi insufficienti per stimolare un “trip” psichedelico, nella speranza che offrissero comunque qualche beneficio. Ed evidentemente fece centro: il microdosing infatti si è diffuso velocemente prima tra manager e creativi della Silicon Valley, poi nel resto degli Stati Uniti, e in tutto il mondo. Trattandosi di una pratica illegale non esistono però studi scientifici che possano testimoniarne rischi e benefici. È per questo che i ricercatori canadesi hanno deciso di approfondire la questione con la prima ricerca scientifica in questo campo.

Non potendo organizzare un trial clinico vero e proprio, hanno deciso di svolgere uno studio aneddotico, contattando quasi 300 microdoser abituali e chiedendo loro di descrivere effetti, benefici e problemi incontrati nella loro esperienza. Dai risultati del sondaggio sono emersi cinque benefici principali collegati all’assunzione di micro dosi di sostanze psichedeliche: miglioramento dell’umore, descritto dal 27% dei partecipanti, della capacità di concentrarsi (15%), della creatività (13%) e dell’autoefficacia (qualcosa di simile alla capacità di raggiungere i propri obbiettivi, riportata dall’11% dei partecipanti).

Tra gli effetti collaterali negativi del microdosing sono emersi invece principalmente il disagio fisico, come mal di testa, nausea o insonnia (18% dei partecipanti) e ansia (6,7%). Di particolare interesse, secondo gli autori della ricerca, è l’alta efficacia descritta dai microdoser sull’umore, un aspetto che comprende anche la riduzione di eventuali sintomi depressivi. E che lascia immaginare, a detta degli stessi ricercatori, un possibile utilizzo delle micro dosi come alternativa agli attuali antidepressivi, spesso inefficaci (in quasi un terzo dei pazienti) e non privi di effetti collaterali. “È difficile immaginare che funzioni per tutti – avverte Thomas Anderson, psicologo dell’Università di Toronto che ha coordinato la ricerca – ma potrebbe fornire un’alternativa concreta ad altre forme di terapia”.

Ovviamente, per ora si tratta solamente di racconti fatti dagli stessi fautori del microdosing. E i risultati hanno quindi scarso valore sul piano scientifico. Ma viste le risposte ricevute, Anderson ritiene che il microdosing meriti di essere studiato con più attenzione, soprattutto come strategia antidepressiva. Prima di avere i risultati di un trial clinico fatto come si deve, però, l’utilizzo del microdosing non può che essere sconsigliato, visti potenziali rischi sia sul piano legale, che su quello della salute.

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