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Una nuova corsa agli armamenti? O piuttosto qualcosa di più simile alla corsa allo spazio, un testa a testa scientifico in cui, più che la sicurezza della nazione, ci si gioca la reputazione? Le opinioni di esperti ed analisti si dividono. Ma una cosa è certa: le tecnologie ipersoniche, in particolare in campo missilistico, sono l’ultimissima moda in campo bellico. Tutti le vogliono: Stati Uniti, Russia e questa volta anche la Cina, stanno investendo miliardi per sviluppare una nuova generazione di missili capaci di viaggiare a velocità almeno cinque volte superiori a quella del suono, che renderebbero inutile ogni strategia e sistema di difesa attualmente disponibile. Quanto sono vicini all’obbiettivo? E come cambierà lo scacchiere geopolitico mondiale quando entreranno definitivamente nell’arsenale delle grandi potenze?

Missili ipersonici: di cosa si tratta?

Definire cosa sia un dispositivo ipersonico è facile: si tratta di qualunque mezzo progettato per il volo all’interno dell’atmosfera terrestre e capace di raggiungere velocità ipersoniche, cioè superiori almeno di cinque volte alla velocità del suono. Perché distinguerli da quelli supersonici? È presto detto: il volo supersonico designa tutte le velocità superiori a quella del suono comprese tra mach 1 e mach 5, al di sopra delle quali subentrano nuove caratteristiche di aerodinamica, progettazione dei motori e resistenza degli scafi necessarie per propellere e mantenere in volo un velivolo o un missile, e per sottolineare queste differenze si parla di volo ipersonico.

Un obiettivo che richiede requisiti tecnici difficili e costosi da ottenere, tanto che se le ricerche in questo campo sono vecchie di decenni, è solo negli ultimissimi anni che si è iniziato a discutere concretamente della produzione di simili dispositivi. Le possibili applicazioni non sono limitate al campo bellico, ovviamente. Ma è parlando di missili che lo sviluppo di simili tecnologie diventa strategico: la disponibilità di missili ipersonici potrebbe infatti modificare drasticamente i metodi con cui le superpotenze progettano le loro battaglie.

Oggi esistono due tipi principali di missili usati per colpire il nemico a distanze considerevoli. Con due obbiettivi molto differenti. I missili da crociera, i più tradizionali, che vengono lanciati su traiettorie orizzontali verso il proprio obiettivo. Manovrabili, estremamente precisi, capaci di viaggiare a bassa quota per ingannare i radar, ma anche lenti, piccoli e con capacità di carico e gittata solitamente limitata (ma esistono anche modelli capaci di colpire bersagli a distanza intercontinentale). In alternativa, si può ricorrere ai missili balistici: enormi razzi lanciati in una lunghissima parabola, che li porta prima a uscire dall’atmosfera, e quindi a rientrare a tale velocità (a dirla tutta anche i missili balistici al rientro possono raggiungere velocità ipersoniche) da rendere pressoché impossibile intercettarli con sistemi antimissile tradizionali. Lo scopo in questo caso è uno: trasportare un bel po’ di testate atomiche sull’obiettivo, minimizzando al contempo le possibilità di difesa dell’avversario. Ma anche i missili balistici hanno i loro limiti: in particolare, manovrabilità minima e una traiettoria di volo estremamente prevedibile, che permetterebbe all’avversario, se non di neutralizzarli, quanto meno di evacuare per tempo l’obbiettivo e minimizzare così danni e vittime.

È qui che entrano in gioco i missili ipersonici: armi in grado di viaggiare a velocità che superano i seimila chilometri orari, capaci di raggiungere in pochi minuti bersagli posti all’altro capo del pianeta, eludendo qualunque tipo di sistema antimissile esistente, e con una manovrabilità tale da rendere impossibile per l’avversario prevedere, nel poco tempo a disposizione, quale sia il loro obbiettivo.

Due possibili approcci

Se i vantaggi di un missile ipersonico sui competitor attuali è evidente, il problema è che per viaggiare a quelle velocità, mantenendo al contempo un’alta manovrabilità, servono tecnologie complesse e costose. Nuovi materiali in grado di sopportare pressioni e temperature altissime. E sistemi di propulsione incredibilmente complessi. Attivare un motore in grado di spingere un missile a velocità ipersoniche è stato infatti paragonato a tentare di accendere un fiammifero con un vento che soffia a oltre tremila chilometri orari. Il tipo di propulsore capace di una simile impresa è chiamato scramjet (o supersonic combustion ramjet), ed è capace di funzionare come un motore a reazione, ma utilizzando come comburente dell’aria che entra nel motore a velocità supersonica. E questo apre un ulteriore difficoltà: i motori scramjet possono attivarsi solamente dopo aver superato, in qualche altro modo, la velocità del suono.

Le soluzioni e i materiali per superare tutte queste difficoltà esistono, e hanno portato a sviluppare due grandi famiglie di missili ipersonici. La prima, più semplice da realizzare, consiste in un modulo privo di motore chiamato glider che viene montato in cima a un normale missile balistico. Il missile viene sparato su una traiettoria tradizionale, e una volta rientrato in atmosfera, raggiunta la velocità ipersonica desiderata, viene sganciato il glider, che procede spinto dall’inerzia, ma capace di effettuare manovre per modificare il proprio percorso, fino a colpire l’obbiettivo.

Una seconda categoria di missili è invece più simile a quelli da crociera: sistemi dotati di motore scramjet, che vengono spinti a velocità supersoniche da un altro mezzo (un aereo o un altro missile), per poi sganciarsi, attivare il proprio motore, accelerare fino a velocità ipersoniche e colpire il bersaglio. Entrambe le soluzioni hanno pro e contro, ed entrambe sono in fase di sviluppo da parte delle principali potenze del pianeta.

La Russia di recente ha rivelato che la sua prima arma ipersonica è diventata ufficialmente operativa. Il dispositivo in questione si chiama Avangard, ed consta di un glider montato sopra un tradizionale missile balistico (al momento ancora il vecchio modello sovietico RS-18B), progettato per staccarsene al rientro in atmosfera, e procedere poi senza motori, ma con la possibilità di compiere virate e manovre in volo un po’ come un aliante. E stando alle specifiche diffuse dal Cremlino, è capace di raggiungere un incredibile mach 22 prima di colpire il suo bersaglio.

Anche la Cina ha annunciato negli scorsi mesi l’ingresso nel suo arsenale di un’arma ipersonica. Il suo Df-Zf è un glider montato su un missile balistico a medio raggio, capaci di raggiungere velocità comprese tra mach 5 e mach 10, e come per il competitor russo, pensato per trasportare testate nucleari, ma anche per essere usato senza testata esplosiva. Gli Stati Uniti, dal canto loro, non hanno ancora un modello funzionante. Ma il dipartimento della difesa ha recentemente investito un miliardo di dollari per lo sviluppo di un missile ipersonico. E anche India e Francia sembrerebbero a buon punto nello sviluppo di un proprio modello.

Cambiano gli equilibri di forze?

L’obbiettivo è dunque quello di sviluppare armi in grado di neutralizzare qualunque sistema antimissile. Ma quanti paesi sono dotati di simili sistemi di difesa? Ben pochi, a guardare bene. Bloccare un missile balistico è già, di per sé, un’operazione quasi impossibile, paragonata da molti a tentare di bloccare un proiettile sparandone un altro a propria volta. Detto questo alcune nazioni si sono dotate ufficialmente di sistemi antimissile che sulla carta sono in grado di intercettare anche un missile balistico. Fortunatamente, a oggi non abbiamo mai dovuto scoprire se funzionano realmente.

I russi hanno schierato un sistema simile, ma attualmente è dedicato unicamente alla difesa della capitale Mosca. Anche Israele e India sono dotati di sistemi di difesa contro missili balistici, ma anche nel loro caso si tratta di un arsenale difensivo estremamente ridotto. L’unica nazione che possiede un sistema di difesa relativamente sviluppato, in grado di intercettare efficacemente un missile balistico, sono gli Stati Uniti. Ma anche in questo caso, si tratta di un’efficacia relativa: secondo gli analisti l’America ha ottime chance di riuscire a neutralizzare un singolo missile balistico lanciato da un paese come la Corea del Nord o l’Iran. Ma in una guerra contro un’altra superpotenza, come la Russia, il sistema antimissile americano si rivelerebbe probabilmente del tutto inutile.

Detto questo, è proprio il vantaggio (se pur solo nominale) degli Stati Uniti a motivare gli investimenti cinesi e russi. Dotarsi di armi ipersoniche servirebbe infatti a livellare il campo, riportando gli equilibri mondiali a quella “distruzione mutua assicurata” che ha scandito le politiche di Russia e America per tutto il periodo della Guerra fredda. A questo punto la domanda è d’obbligo: come cambierà il pianeta con questa nuova corsa agli armamenti ipersonici? Secondo molti esperti, ben poco. Almeno dal punto di vista degli attuali equilibri tra superpotenze. L’utilità bellica delle armi ipersoniche è ancora tutta da dimostrare. E il loro sviluppo al momento sembra più questione di orgoglio nazionale, che di reale vantaggio militare.

Ma come scrive l’esperto di sicurezza e politiche nucleari Andrew W. Reddie in un articolo sul Bulletin of the Atomic Scientist (rivista fondata nel 1945 dagli ex scienziati del progetto Manhattan), anche così i missili ipersonici potrebbero rivelarsi pericolosi per diverse ragioni. E la principale è che la loro esistenza renderà più difficile distinguere un attacco missilistico convenzionale, o anche un semplice lancio di un razzo verso lo spazio, da un attacco nucleare. Con l’avvento dei missili ipersonici sarà invece complicato comprendere se un razzo lanciato dal rivale è diretto nello spazio, o sta trasportando testate nucleari pronte a colpire in pochi minuti. E il rischio è che qualcuno, nel dubbio, decida per errore di premere il proverbiale pulsante rosso.

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