(Foto: George Frey/AFP via Getty Images)

Dopo che il Piemonte ha aggiornato il proprio protocollo per le cure domiciliari prevedendo la possibilità di somministrare idrossiclorochina a pazienti Covid-19 in fase precoce di malattia, si riapre la polemica sull’ormai noto antimalarico. Gli esperti più o meno famosi, ancora una volta, si dividono. Ma per le principali autorità sanitarie e la letteratura scientifica il responso è unanime: l’idrossiclorochina non ha dato prove di efficacia né come trattamento in fase sintomatica di Covid-19 né come farmaco preventivo, e pertanto se ne sconsiglia la somministrazione.

Non serve nelle forme gravi, in pazienti ospedalizzati

Sebbene all’inizio della pandemia sia stata parecchio sostenuta anche da alcuni governi, ben presto ci si è resi conto che somministrare idrossiclorochina in pazienti ospedalizzati non dava alcun beneficio. In altre parole il suo impiego non abbassava il tasso di mortalità delle persone in trattamento rispetto a quello di pazienti di controllo che non l’avevano ricevuta. La forza di queste evidenze è tutta nei grandi numeri di Solidarity e di Recovery, i due più grandi trial clinici al mondo sulle terapia per Covid-19, che insieme hanno coinvolto migliaia di pazienti.

Sulla base di queste evidenze sia l’Organizzazione mondiale della sanità (Oms) sia Ema e Aifa sconsigliano l’impiego di idrossiclorochina.

Non sembra servire per la prevenzione dell’infezione

A febbraio 2021 è stata pubblicata una meta-analisi Cochrane che ha compreso 14 studi clinici su l’idrossiclorochina svolti in diversi paesi, per un totale di oltre 8.500 adulti, tra pazienti Covid e persone che hanno assunto il farmaco a scopo di prevenire l’infezione. I risultati dell’indagine sono stati deludenti, scrivono gli autori, che ritengono improbabile che l’idrossiclorochina protegga dall’infezione del coronavirus. Inoltre i dati confermano che l’idrossiclorochina ha poco o nessun effetto sul rischio di morte e sulla probabilità che la malattia si evolva verso forme più gravi.

Di recente l’Oms ha pubblicato una nota in merito: una “forte raccomandazione contro l’uso dell’idrossiclorochina in via preventiva per gli individui che non hanno Covid-19“, basata sulle evidenze della prima living Guideline (ossia una linea guida in continuo aggiornamento) pubblicata sul British medical journal che prende in esame 6 studi (più di 6mila partecipanti).

Non è raccomandata per il trattamento a domicilio

Sulla base dei risultati ottenuti dai grossi trial internazionali e delle conclusioni delle meta-analisi, non solo l’Oms ma anche l’Agenzia del farmaco europea (Ema) e la nostra Aifa non raccomandano l’impiego di idrossiclorochina per Covid-19. Nemmeno come trattamento delle forme asintomatiche o lievi nella presa in cura domiciliare. Anche in questo caso, infatti, i grandi numeri non confermano l’utilità del farmaco.

E allora perché lo scorso dicembre il Consiglio di Stato si è espresso a favore dell’impiego di idrossiclorochina? In realtà la decisione del Consiglio di Stato non ha sovvertito le indicazioni di Aifa. Come si legge chiaramente nel documento della nostra agenzia del farmaco, infatti, “nei pazienti con infezione da Sars-Cov-2 gestiti a domicilio, di bassa gravità e nelle fasi iniziali della malattia, esistono evidenze più limitate che dimostrano la mancanza di efficacia a fronte di un aumento degli eventi avversi, seppur non gravi”. Aifa dunque non raccomanda l’utilizzo dell’idrossiclorochina, ma non vieta la sua prescrizione off-label, che in quanto tale non è rimborsabile dal servizio sanitario nazionale e può avvenire (proprio come ribadito dal Consiglio di stato) “sotto la responsabilità del medico prescrittore e previo consenso informato del singolo paziente”.

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