(Foto: George Frey/AFP via Getty Images)

La perdurante incertezza circa l’efficacia terapeutica dell’idrossiclorochina, ammessa dalla stessa Aifa a giustificazione dell’ulteriore valutazione in studi clinici randomizzati, non è ragione sufficiente sul piano giuridico a giustificare l’irragionevole sospensione del suo utilizzo sul territorio nazionale“. Così si legge nell’ordinanza del Consiglio di stato, riportata dall’Ansa, che accoglie il ricorso di alcuni medici di base nei confronti dell’Agenzia italiana del farmaco (Aifa), che a fine luglio vietava la prescrizione off-label (quindi per un uso non considerato nel bugiardino).

Ancora una volta, in Italia l’efficacia di una terapia sconsigliata dagli scienziati viene decisa attraverso ricorsi. Da oggi, infatti, sotto precisa responsabilità del medico, ai pazienti Covid nella fase iniziale della malattia, potrà essere somministrata una terapia a base dell’antimalarico idrossiclorochina.

All’interno della comunità scientifica, però, quella dell’idrossiclorochina è stata una parabola discendente. Agli inizi della pandemia l’ipotesi di poter utilizzare dei vecchi farmaci come clorochina e idrossiclorina appunto, era apparsa interessante per diversi motivi. La possibile attività dei farmaci contro il nuovo coronavirus suggerita da alcuni medici e analisi precliniche, con l’ipotesi di un’attività antivirale avanzata già ai tempi della Sars, unito al fatto che stessimo parlano di medicinali vecchi ed economici (e usati anche nelle malattie autoimmuni, come lupus e artrite reumatoide) aveva acceso gli entusiasmi. Ma all’inizio  gli antimalarici nella lotta al Covid erano visti dalla comunità scientifica solo come un potenziale trattamento, perché non esistevano allora evidenze certe della loro efficacia sia a scopo preventivo che terapeutico.

Le speranze sull’idrossiclorochina avevano cominciato a essere ridimensionate agli inizi di giugno, con l’arrivo dei risultati da alcune sperimentazioni allestite per indagare il potenziale del farmaco nella lotta a Covid-19. Parte di questi arrivavano dal trial clinico lanciato dall’Organizzazione mondiale della sanità (Oms), Solidarity. In mancanza di evidenze sulla capacità dell’idrossiclorochina di ridurre la mortalità nei pazienti ricoverati per Covid, l’Oms aveva deciso di interrompere questo braccio di trattamento. Pochi giorni prima agli stessi risultati erano arrivati gli esperti del trial britannico Recovery: nessun beneficio clinico per i pazienti ospedalizzati. Nel giro di qualche giorno invece alle stesse conclusioni sarebbero arrivati i clinici dell’Orchid Study oltreoceano: nessun beneficio rispetto al placebo per i pazienti ospedalizzati. E a luglio anche la nostra Aifa aveva deciso di bloccarne l’uso off-label.

Lo scorso agosto era oltretutto arrivata una rassegna di tutti gli studi eseguiti fino a quel momento, pubblicata su Clinical Microbiology and Infection, che aveva praticamente chiuso la questione: “L’idrossiclorochina da sola non è stata associata a una ridotta mortalità per persone ospedalizzate per Covid-19, ma la combinazione di idrossiclorochina e azitromicina aumentava significativamente la mortalità“, si legge nel metastudio. E ancora, uno studio su gli Annals of Internal Medicine conferma anche che l’idrossiclorochina non aiuti a ridurre i sintomi in pazienti con forme lievi della malattia, non ospedalizzati.

Sebbene alcuni studi clinici continuino, sia l’Agenzia europea dei medicinali che l’Aifa, sconsigliano di usarlo per i trattamenti, visti gli effetti collaterali che la loro assunzione comporta.

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