(foto: Callista Images/Getty Images)

Dopo il paziente di Berlino e quello di Londra forse un’altra persona ha sconfitto l’hiv. Un team di ricercatori clinici dell’università federale di San Paolo (Brasile) ha presentato alla conferenza internazionale Aids 2020 (virtuale, causa pandemia di coronavirus) il caso di un paziente di 36 anni con diagnosi di Aids dal 2012 che, dopo un trattamento sperimentale molto aggressivo a base di 5 antivirali e nicotinamide, non mostra più segni di infezione da 66 settimane. Se il tempo e gli accertamenti confermassero la guarigione, sarebbe il primo successo al mondo ottenuto con una terapia farmacologica – un approccio decisamente meno rischioso e costoso rispetto al trapianto di midollo, che è inattuabile per tutti i milioni di pazienti nel mondo.

Il paziente di San Paolo

Il caso è di un uomo brasiliano che nel 2012 è risultato sieropositivo per hiv, iniziando dopo un paio di mesi la terapia con antiretrovirali – quella che consente alle persone che hanno contratto l’infezione di controllare il virus e condurre una vita tutto sommato normale e di non essere infettivi.

Nel 2015 quest’uomo ha accettato, insieme a altri quattro pazienti con malattia sotto controllo, di partecipare a una sperimentazione condotta dal team di Ricardo Diaz dell’università federale di San Paolo – studio che prevedeva di sottoporsi a una terapia farmacologica più aggressiva, con l’intento di sradicare definitivamente il virus eliminando i serbatoi di infezione nell’organismo. Hiv, infatti, è un virus particolarmente subdolo che può annidarsi silente in alcune cellule di linfonodi e intestino, integrando il proprio materiale genetico in quello delle cellule; e finora nessun approccio è riuscito a eliminarlo completamente.

Il paziente di San Paolo, dunque, ha assunto per 48 settimane cinque antiretrovirali (due in più rispetto al suo regime ordinario) e nicotinamide, una molecola che in teoria stimola le cellule infette che ospitano il virus latente a risvegliarlo rendendosi vulnerabili. Poi per i successivi tre anni è tornato alla terapia ordinaria, fino a sospendere tutti i trattamenti. A 66 settimane dall’interruzione di tutti i trattamenti non c’è ancora traccia di un ritorno del virus: stando a quanto riferito dai ricercatori, non si trova il suo materiale genetico nel sangue del paziente e non ci sono reazioni immunitarie all’antigene nei test di laboratorio.

Non parlate (ancora) di guarigione

Un successo? Il responsabile dello studio clinico stesso chiarisce: non si sa se il paziente sia davvero guarito. Potrebbe trattarsi di una condizione momentanea e nel tempo il virus potrebbe tornare. È già avvenuto in passato (un giovanissimo paziente dato per guarito ma che ha visto tornare l’infezione dopo due anni), e inoltre quest’uomo è l’unico dei cinque che hanno ricevuto il trattamento sperimentale ad aver avuto una simile risposta positiva. Gli altri quattro hanno visto tornare la carica virale dopo l’interruzione delle terapie antiretrovirali.

Che il paziente si sia davvero sbarazzato dell’hiv è una possibilità, sostengono i ricercatori, che si dicono ottimisti: è l’unico tra i loro pazienti ad aver avuto una risposta diversa in fase di trattamento, l’unico in cui hanno trovato tracce di virus nel sangue durante la terapia – un segno, forse, che la nicotinamide ha davvero risvegliato (anche se non si sa bene in che modo) le cellule infette silenti che quindi sono state eliminate.

Tuttavia, ammettono, è decisamente troppo presto per cantare vittoria. Bisognerà fare altri esami, prelevando campioni dai linfonodi e dall’intestino per esempio, e assicurarsi che davvero il paziente abbia smesso di assumere gli antiretrovirali (dice così, ma i ricercatori vogliono esserne sicuri al 100%). E aspettare di vedere cosa succede.

Se la guarigione dovesse essere confermata, bisognerà comunque capire perché la terapia sperimentale ha funzionato in un paziente e non negli altri, e approntare nuovi studi clinici.

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