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I bambini positivi al coronavirus, molto spesso, presentano a malapena i sintomi, e anche quando ricoverati, la Covid-19 per la maggior parte delle volte è in forma lieve. A eccezione di un caso, piuttosto misterioso, di un bambino ricoverato al Children’s National Hospital di Washington, molto malato e che aveva una carica virale notevolmente più elevata rispetto ai suoi coetanei. Ma la vera sorpresa, per i medici, è stata un’altra: quando sono andati ad analizzare il genoma del coronavirus hanno scoperto una variante mai vista prima. Il sequenziamento, infatti, ha rivelato che il virus presentava sia la mutazione D614G, che la mutazione, del tutto nuova, N679S. A raccontare questa storia è il Washington Post, in un lungo articolo nel quale gli esperti esprimono una forte preoccupazione per le varianti del coronavirus e la convinzione che un maggior sequenziamento genomico delle infezioni nei bambini possa aiutarci a capire l’evoluzione del virus, in questa nuova fase della pandemia.

Sebbene si tratti di un solo bambino, spiega l’infettivologa dell’ospedale Roberta DeBiasi, non è possibile per ora giungere a conclusioni definitive, e capire se sia solamente una casualità oppure un segno di cambiamenti che portano a varianti più trasmissibili. Infatti, mentre si cercava di risolvere il mistero del bambino, unico nell’ospedale ad avere quella mutazione, i medici hanno trovato, confrontando i genomi in un database internazionale, altri sei campioni nell’area del Maryland e della Virginia e successivamente anche in Australia, Giappone e Brasile. Riferendosi al possibile legame tra elevata carica virale nel bambino e la nuova variante, “potrebbe essere una coincidenza”, ha commentato DeBiasi. “Ma l’associazione è piuttosto forte. Se vedi un paziente che ha una quantità elevata di virus ed è una variante completamente diversa, probabilmente ciò è correlato”. Ma c’è anche chi è più prudente. Per esempio, Jeremy Luban, virologo della University of Massachusetts Medical School, ha spiegato che la carica virale del bambino “di per sé, è impressionante e degna di nota”. Tuttavia, non è possibile ancora dire con certezza se “la causa sia la N679S, oppure più semplicemente che si tratta di un bambino con un sistema immunitario immaturo, che consente al virus di replicarsi senza controllo”.

Sebbene non ci siano ancora prove che la variante N679S, così come le cosiddette inglese, sudafricana e brasiliana, siano più pericolose per i bambini, molte nazioni, come il Regno Unito, Italia, Israele e Stati Uniti hanno mostrato insolite ondate di casi di infezioni, soprattutto tra i più giovani. Dati che sottolineano la necessità urgente, differentemente da quanto avvenuto all’inizio della pandemia in cui la priorità era stata data agli adulti, di concentrare gli sforzi del sequenziamento virale sui più giovani, in modo da riuscire a monitorare la prevalenza e l’emergenza delle varianti, che possono avere un impatto diretto sulle misure di salute pubblica e sulle strategie di vaccinazione. Alcuni esperti, infatti, esortano oggi a concentrare i test genetici sui bambini che potrebbero fungere da precursori di ceppi più infettivi perché generalmente più resistenti al virus. “Un paio di ospedali che affermano che i loro casi sono più gravi nei bambini non significa che a livello nazionale questo sia un problema”, commenta Adrienne Randolph, ricercatrice di Harvard. “Ma dobbiamo indagare”.

Probabilmente, aggiunge il genetista della New York University Neville Sanjana, ci sono altre varianti di cui non siamo ancora a conoscenza. “Questa è la vera preoccupazione”, commenta l’esperto, sottolineando che man mano che gli adulti saranno vaccinati, diventa ancora più importante osservare come le mutazioni influenzano i bambini, che saranno invece tra gli ultimi a ricevere il vaccino. E quando ci sono così tanti milioni di persone che hanno infezioni attive, tutto può accadere in termini di mutazioni. “Il messaggio da portare a casa è che come paese o società non siamo identificando nel modo corretto i cambiamenti preoccupanti dell’evoluzione del virus”, ha concluso Alan Beggs, esperto di genomica del Boston Children’s Hospital. “E questa è solo un’ulteriore prova che ciò deve cambiare”.

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