(Foto: Mufid Majnun on Unsplash)

Abbiamo cominciato a essere abbastanza familiari con i vaccini. Abbastanza da sapere che ce ne sono diversi. Al momento tre quelli approvati: quello di Pfizer/BionTech, quello di Moderna e quello di AstraZeneca, l’ultimo arrivato (tra mille questioni aperte). Sappiamo anche che altri probabilmente ne arriveranno in futuro, non senza polemiche e tra mille incertezze. D’altronde, il documento di riferimento in materia dell’Organizzazione mondiale della sanità parla di oltre 200 vaccini in via di sviluppo, contando tanto quelli in fase preclinica che clinica. Una 60ina questi ultimi, comunque tanti, tantissimi.

Se è vero che ora con l’arrivo dei primi vaccini efficaci si aprono discussioni – anche etiche, come mostrato per esempio con il caso del vaccino italiano Spallanzani-Reithera e ancor prima dalla pubblicazione dei risultati di efficacia dei primi prodotti – sull’utilità e sulla fattibilità di ulteriori sperimentazioni, d’altra parte averne a disposizione diversi significa poter contare su un armamentario variegato, che può rilevarsi utile in diversi contesti e per diversi scopi.

Una dose di vaccino

Per esempio, anche l’arrivo di vaccini che possano fornire protezione dopo una singola dose potrebbe essere di grande aiuto nelle campagne vaccinali. La questione della somministrazione delle dosi è stata al centro di un grosso dibattito, specialmente in seguito alla scelta del Regno Unito di vaccinare quante più persone possibili con una sola dose di un vaccino pensato per fornire protezione dopo due dosi, come quello Pfizer/BioNTech e AstraZeneca. Se ne torna ora a parlare con la diffusione dei risultati del vaccino di Johnson & Johnson provenienti dallo studio Ensemble, che suggeriscono una protezione media del 66% dopo una singola somministrazione con il loro prodotto, a 28 giorni (il vaccino J&J è del tipo a vettore virale). La protezione – intesa contro forme da moderate a severe di malattia – è però risultata abbastanza variabile da zona a zona, maggiore negli Usa per esempio, e minore in Sudafrica, dove la maggior parte dei casi Covid-19 era dovuta a infezioni con la variante inizialmente lì identificata.

Si tratta di dati ancora provvisori, ma da più parti accolti con entusiasmo, considerato che, a fronte di una protezione per ora paragonabile per esempio a quella del vaccino AstraZeneca (che si attesta intorno al 60%), per il vaccino J&J si parla di una sola dose (sull’efficacia della singola con AstraZeneca rimangono dubbi, come ha spiegato Enrico Bucci su Il Foglio). Un dato, questo, da non sottovalutare, che potrebbe semplificare e non poco la somministrazione del vaccino, come ribadito da più parti e come ragionevole attendersi (basti pensare all’organizzazione dei richiami e alla conservazione delle seconde dosi). Anche se anche per J&J le cose potrebbero cambiare: come ricorda Nature, infatti, l’azienda sta portando avanti anche un secondo trial (Ensemble 2), con la somministrazione di due dosi a distanza di una cinquantina di giorni. Intanto, Johnson & Johnson ha chiesto l’approvazione all’entrata in commercio alla Food & Drug Administration statunitense.

Conservazione

Il vaccino J&J si può mantenere senza particolari requisiti tecnologici, a meno venti gradi per due anni e fin a tre mesi a temperature comprese tra i 2°C e 8°C, assicurano dall’azienda. La possibilità di conservare con relativa facilità i medicinali alle tradizionali temperature di frigo – cosa comune anche al vaccino AstraZeneca – è un altro degli aspetti che possono contribuire a rendere più maneggevole un prodotto, soprattutto da parte degli stessi medici di medicina generale. Più complesso è infatti lo storage dei vaccini a mRNA, soprattutto per quello Pfizer (che va conservato intorno ai -80°C e può resistere in un frigo classico per pochi giorni). Se l’ideale sarebbe avere vaccini completamente indipendenti dalla catena del freddo scrivono Timothy Ford e Charles Schweik sulle pagine di The Conversation, per portarli davvero nei luoghi più poveri e difficili da raggiungere, la semplificazione dei processi di conservazione, a costo ridotto e tecnologie ridotte, è già qualcosa.

Flessibilità

Oltre l’inattesa efficacia dei primi vaccini a mRna, questi prodotti sono particolarmente interessanti anche per la loro flessibilità. Ovvero, come hanno più volte ripetuto gli esperti, sono piattaforme facilmente adattabili, per loro stessa natura: in teoria, al mutare del virus, possono essere facilmente riprogrammate creando sinteticamente un mRna che tenga conto delle mutazioni del virus. In teoria, reclamavano dalla BioNTech, basterebbe poco più di un mese per creare un nuovo vaccino se necessario.

Differenziare l’offerta

È un bisogno necessario soprattutto in tempi di scarsità dei vaccini, un problema cui si sta cercando di porre rimedio anche attraverso la partecipazione dei siti di produzioni di altre farmaceutiche, come Sanofi e Novartis. Avere oggi più vaccini, con diversi profili di efficacia, diversi studi che ne hanno permesso l’approvazione, consente anche di diversificarne l’offerta. Lo ha ribadito chiaramente di recente anche la Commissione tecnico scientifica dell’Aifa, precisando come, allo stato attuale, sarebbe preferibile riservare i vaccini a maggiore efficacia (quelli a mRna) a soggetti anziani o a più alto rischio di sviluppare malattia grave. Per il vaccino AstraZeneca invece la raccomandazione è per la fascia di popolazione tra i 18 e i 55 anni, ma, come precisato, senza escludere gli over 55 del tutto se in salute. Indicazioni, quelli da parte di Aifa, che hanno anche riportato a rivedere il piano vaccinale.

Inoltre contare (e scommettere) su più prodotti consente di non dipendere da una sola azienda, distribuendo il carico produttivo dei vaccini e – auguratamente – di non rimanere senza in caso insorgano problemi con una.

E non da ultimo: tutte queste considerazioni vanno calate nella realtà, che come abbiamo visto è soggetta a continue variabili solo in parte prevedibili. Esistono condizioni ideali – vaccini molto efficaci per tutti – esistono condizioni reali – pochi vaccini, di efficacia diversa, di cui ottimizzare l’uso – e per questo vanno considerate le “alternative” che abbiamo, ha ricordato nei giorni scorsi tra gli altri l’infettivologo Massimo Galli dell’ospedale Sacco di Milano. Il senso, in fondo, delle raccomandazioni della Commissione dell’Aifa.

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