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È una delle (tante) domande su Covid-19 ancora senza risposta certa. Che tuttavia la comunità scientifica sta provando a comprendere meglio incrociando dati, cercando correlazioni, verificando o smentendo ipotesi e possibilità. La questione riguarda la forte disomogeneità degli effetti dell’infezione da Sars-Cov-2: dall’inizio della pandemia abbiamo osservato molti pazienti asintomatici o paucisintomatici, altri che hanno sofferto di febbre, tosse secca e spossatezza, altri ancora che purtroppo hanno subito effetti più gravi, come difficoltà respiratoria, senso di oppressione e dolore al petto e perdita delle facoltà di parola e movimento, e sono finiti in terapia intensiva. E all’estremo della scala ci sono le oltre 800mila persone che, a oggi, hanno perso la vita.

Comprendere le cause di tanta variabilità è tutt’altro che semplice. Quello che sappiamo per certo è che ci sono categorie di persone più a rischio di altre, ovvero gli anziani, i maschi, le persone che soffrono di patologie croniche e (soprattutto nel mondo anglosassone) le persone di colore. I ricercatori stanno cercando di capire come interagiscono tra loro i fattori biologici, tra cui il cambiamento del sistema immunitario con l’invecchiamento, le differenze maschio-femmina, la variabilità genetica, e quelli socioambientali, tra cui il livello di istruzione e di ricchezza, per aumentare o diminuire il rischio individuale. Scientific American si è recentemente occupato della questione, proponendo la metafora della matrioska: per ogni persona, i fattori di rischio possono essere paragonati a bambole di dimensioni diverse. La più piccola, la più interna, è quella legata ai geni, al sesso biologico e all’età, gli elementi che più direttamente influenzano la vulnerabilità alle infezioni. Il secondo strato consiste delle malattie croniche che rendono più facile la penetrazione del virus nelle cellule e/o più difficile la sua soppressione da parte del sistema immunitario. Il terzo strato, quello più esterno, riflette i rischi provenienti da circostanze ambientali, tra cui il lavoro, l’accesso alle cure sanitarie, lo stile di vita, l’esposizione a sostanze inquinanti. Proviamo a passare brevemente in rassegna tutti questi fattori.

Età

Basta guardare i numeri per convincersi che l’età è il fattore che più di tutti determina gli effetti dell’infezione da coronavirus. Guardiamo per esempio alla Cina, dove tutto è iniziato: la mortalità media generale da Covid-19 si attesta attorno al 2,3%, che passa all’8% se si isola la fascia di età 70-79 anni e addirittura al 14,8% per gli ultraottantenni. Stesso discorso per la città di New York, dove la metà delle morti da coronavirus si sono registrate tra gli over 75, e per il Regno Unito, dove si è osservato che i pazienti ultraottantenni hanno un rischio di morte 20 volte più alto rispetto ai 50enni. Le ragioni principali sono due: la prima è biologica, e legata al fatto che notoriamente con l’invecchiamento peggiora la capacità del sistema immunitario di combattere le infezioni; la seconda è sociale, derivante dalla maggior concentrazione di persone anziane nelle strutture ospedaliere e nelle case di cura, dove le infezioni si diffondono più rapidamente che altrove. Inoltre, è più probabile che una persona anziana soffra di malattie croniche che ne compromettono lo stato di salute, rendendola più vulnerabile all’infezione.

Sesso

Anche in questo caso i dati parlano chiaro: in tutte le fasce d’età, e ovunque nel mondo, il numero dei decessi è maggiore negli uomini che nelle donne. Il sesso maschile, dunque, sembra essere un forte fattore di rischio per la malattia, o meglio per i suoi esiti. Come ha spiegato l’Istituto superiore di sanità, anche in questo caso i motivi sono legati ad aspetti sia biologici che sociali. Anzitutto c’è la questione degli estrogeni della donna, che potrebbero avere un ruolo protettivo perché aumentano l’espressione del recettore Ace2, che se da una parte è usato dal virus per entrare nelle cellule dall’altra costituisce uno scudo protettivo per i polmoni e contro le malattie cardiovascolari. Di contro, gli ormoni maschili renderebbero gioco più facile all’infezione, anche indirettamente, favorendo per esempio comportamenti più a rischio come l’abitudine al fumo. E ancora: è stato mostrato che negli uomini il coronavirus può nascondersi nei testicoli dove riesce a sfuggire all’attacco del sistema immunitario. Un’altra ipotesi è che l’assetto genetico femminile sia in qualche modo più pronto a reagire alle infezioni virali: molti dei geni mappati sul cromosoma X sono infatti correlati a funzioni immunitarie.

Genetica

Anche i geni fanno la loro parte. Uno studio condotto su quasi 2000 pazienti in Italia e in Spagna, e pubblicato sul New England Journal of Medicine, ha per esempio identificato un gruppo di varianti sul cromosoma 3 associate a sintomi gravi e difficoltà respiratorie nei pazienti affetti da Covid-19. Alcuni dei geni identificati sono legate alla produzione di citochine, molecole coinvolte nell’azione del sistema immunitario, e un altro codifica una proteina che interagisce con la produzione del recettore Ace2. E ancora: i ricercatori hanno scoperto che alcuni geni del cromosoma 9, quelli che determinano il gruppo sanguigno, potrebbero modificare il rischio di sviluppare sintomi gravi: pare infatti che le persone con gruppo sanguigno A siano più soggette degli altri ad ammalarsi.

Malattie croniche

Poco sorprendentemente, soffrire di malattie croniche rende più probabile soffrire di sintomi gravi da infezione di Sars-Cov-2. Un report recentemente pubblicato su Jama, relativo a 5.700 pazienti ospedalizzati per Covid-19 a New York, ha mostrato che il 94% di loro aveva almeno una malattia cronica, e l’88% di loro ne aveva più di una. Un’altra analisi, pubblicata a giugno scorso dai Centers for Disease Control and Prevention statunitensi (Cdc), ha evidenziato come le malattie croniche più comuni nei pazienti ospedalizzati per Covid-19 sono quelle cardiovascolari (nel 32% dei casi), il diabete (30%) e quelle polmonari (18%); i soggetti che soffrono di patologie di questo tipo vengono ospedalizzati sei volte in più degli altri e hanno una probabilità di morire dodici volte superiore. Il fenomeno è legato al fatto che le malattie croniche sono spesso associate a infiammazioni croniche, che compromettono la funzione del sistema immunitario; alcune di esse, tra cui diabete, ipertensione, obesità e disturbi cardiovascolari sono anche associate a un’alterazione nella regolazione del recettore Ace2. E in ogni caso le malattie croniche debilitano l’organismo, rendendolo più fragile ed esposto a infezioni.

I fattori sociali

Non è solo la biologia a determinare la gravità dei sintomi di Covid-19: anche i fattori sociali ed economici giocano un ruolo molto importante. Sempre stando ai dati divulgati a giugno dai Cdc, il 33% dei casi di Covid-19 è stato registrato in persone di etnia latinoamericana e il 22% in persone nere, sebbene i due gruppi etnici rappresentino soltanto il 18 e il 13% dell’intera popolazione statunitense. Stesso discorso per la mortalità: i neri, in media, muoiono per Covid-19 due volte di più rispetto ai bianchi. In alcuni stati americani il tasso di mortalità dei neri è addirittura quattro o cinque volte superiore a quello dei bianchi. La biologia in questo caso non c’entra niente: le minoranze etniche e i gruppi sociali più svantaggiati hanno in media meno accesso a cure sanitarie di qualità e conducono uno stile di vita meno salutare, il che li rende più esposti e meno protetti degli altri.

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