(foto: Miguel Medina AFP/Getty Images)

Una raccolta sistematica dell’informazione sul luogo di esposizione permetterebbe una valutazione più accurata dei contesti in cui sta avvenendo la trasmissione della malattia in questa fase della pandemia”. La frase compare, ripetutamente, nei report di aggiornamento nazionale redatti dall’Istituto superiore di sanità a partire dalla fine di aprile. Allora, venivamo a sapere per esempio, che per un piccolo campione la maggior parte dei contagi era avvenuta all’interno di una residenza sanitaria assistenziale (Rsa) o una comunità per disabili, circa un quarto in famiglia e intorno al 10% in ambito ospedaliero e ambulatoriale. Cosa è cambiato da allora?

Rispondere non è semplice, perché a scorrere i dati contenuti sempre nei report provenienti dall’Iss (ultimo aggiornamento al 20 maggio) qualche informazione si trova, ma è sempre riferita solo a un piccolo campione dei casi diagnosticati. Qualcosa dice, ma con tutti i limiti delle analisi ristrette al campione analizzato, tanto appunto che quella frase chiude sempre la sezione in cui si fa il punto sui luoghi di esposizione. Ma cosa dice, e a cosa potrebbe servire una raccolta sistematica di questo tipo di informazione?

Partiamo dai dati diffusi dall’Iss dalla fine dello scorso aprile. Le finestre temporali dei campioni analizzati riguardano periodi diversi, ma a leggere i numeri non si osservano sostanziali cambiamenti nel tempo. Nel mese di aprile, per esempio, circa la metà dei casi si è avuto in una Rsa o comunità per disabili, il 22% in ambito familiare, il 10% in ospedale o in ambulatorio, poco meno del 4% al lavoro. Una fetta considerevole, più del 13%, era raccolta sotto la voce altro, senza possibilità di capire cosa ci sia in quella percentuale, mettendo tutto insieme. Con piccole oscillazioni nel tempo la situazione non sarebbe cambiata moltissimo per il mese di maggio, almeno fino all’ultimo report disponibile (datato al 22 del mese su dati fino al 20): la metà nelle Rsa e comunità per disabili, un quarto in ambito familiare, poco più del 7% in quello sanitario, e poco più del 2% al lavoro (16% alla voce altro, di nuovo senza ulteriore specifiche). In tutti i bollettini periodici redatti dalla fine di aprile, compare anche un’altra frase: “I dati, benché disponibili per un numero limitato di casi [dati percentuali variabili da bollettino a bollettino, nda] sono in linea con quanto atteso a seguito delle misure di distanziamento sociale messe in atto a partire dal 9 marzo 2020”.

E viene allora da chiedersi, come saranno i prossimi di dati? Esistono delle previsioni che possono essere azzardate in seguito alle aperture? Se da una parte appunto si tratta solo di azzardi e fare delle previsioni è difficile qualche considerazione è possibile farla, tenendo conto di diversi fattori, commenta a Wired Marco Tinelli, componente della Società italiana di malattie infettive e tropicali e consulente presso l’Auxologico San Luca di Milano. “In questo momento siamo di fronte sia a una ridotta circolazione del virus che al fatto che passiamo più tempo all’area aperta, senza considerare che parliamo comunque di un virus respiratorio, parente dei virus del raffreddori e per il quale suppone dunque una certa stagionalità”. Secondo Tinelli è innegabile che stare più tempo all’aria aperta riduca il rischio di contagio, riducendo la permanenza e l’esposizione al virus nell’ambiente, ma d’altra parte esistono anche altri fattori che andrebbero considerati: “Se da una parte, realisticamente, diminuisce la possibilità di trasmissione negli ambienti chiusi, dall’altra potrebbe aumentare quella relativa al rischio di assembramenti all’aperto, che potrebbero favorire la diffusione del virus, per mancato distanziamento sociale, soprattutto in alcune categorie, comprensibilmente, come quelle dei giovani”. I quali a loro volta, magari senza mostrare sintomi, potrebbero riportare l’infezione in ambito familiare. “Ma non possiamo azzardare previsioni, molto dipende dal buon senso di ciascuno e dalla effettiva circolazione del virus”. Qualche effetto legato alle riaperture e agli eventuali contagi, ribadisce, sarà possibile osservarlo tra un po’, tra circa una decina di giorni.

Di certo monitorare dove avvengono i contagi resta di fondamentale importanza. Per due aspetti principalmente: “Da una parte questo consente la gestione dei contagiati e dei loro contatti, nell’ottica di limitare le diffusioni del virus”, riprende Tinelli. Con test in tempi definiti e possibilità di quarantena – nella strategia di trace, test and treat, da tempo richiesta per arginare il coronavirus, e che l’Italia fatica a implementare – si riescono a contenere le trasmissioni del virus. In tutti gli ambiti. Ma come accennato le informazioni disponibili sono ancora incomplete: “A completare il dato sui luoghi di contagio potranno essere in parte anche gli screening sierologici attualmente in corso, arricchendo anche dal punto di vista geografico quanto già sappiamo”.

Qualcosa, appunto, sappiamo già: le regioni del Nord sono state le più colpite, così come le Rsa egli ambiti ospedalieri, ricorda Tinelli: “Da un lato nelle prime si trovano le persone più fragili, che hanno un sistema immunitario più debole, spesso presentano comorbidità e questo li rende un facile bersaglio delle infezioni, tanto virali che batteriche: questa categoria deve essere messa sotto una bolla, deve essere protetta nella maniera più assoluta”. E invece sappiamo che così non è stato. D’altra parte gli ambiti ospedalieri, soprattutto nella prima fase dell’epidemia, avevano un rischio elevato di trasmissione, per la concentrazione di pazienti con sintomatologia in ambiente chiusi. “È evidente l’elevato potenziale di trasmissione in ambito assistenziale di questo patogeno”, si legge, ripetutamente, nelle analisi dell’Iss. “Le indagini sierologiche in determinati ambienti di lavoro per esempio potrebbero aiutare anche a capire se ci sono stati più o meno contagi”, conclude Tirelli. E, auguratamente, a ottimizzare così anche gli sforzi di contenimento e prevenzione del contagio.

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