Steve Bannon all’uscita dal Tribunale federale di Manhattan il 20 agosto 2020 (foto: John Lamparski/NurPhoto via Getty Images)

Nella versione italiana, GoFundMe offre il suo servizio di crowdfunding sotto lo slogan “Raccogli fondi per ciò che ti sta a cuore”. Seguono diverse slide fotografiche che illustrano fondamentalmente raccolte dalle finalità solidali destinate a finanziare la ricerca o le cure per bambini e ragazzi in difficoltà e colpiti da disabilità e per le loro famiglie. Così come per campagne sul coronavirus e sugli ultimi, tragici fatti di attualità, come l’esplosione al porto di Beirut, in Libano. Nel blog è invece tutto un celebrare eroi, piccoli e grandi, che con i fondi raggranellati sulla piattaforma sono riusciti a raggiungere i propri obiettivi.

Per questo fa una certa impressione che la stessa GoFundMe – pur non coinvolta sotto il profilo legale, e anzi collaborativa con le autorità statunitensi – sia finita nella vicenda dell’arresto dell’ex stratega di Donald Trump Steve Bannon e di suoi sodali come l’ex veterano Brian Kolfage. La vicenda l’abbiamo spiegata: parte degli oltre 25 milioni di dollari raccolti con quella controversa campagna destinata a finanziare la costruzione di un muro con il Messico, sarebbero finiti anche nelle tasche dei promotori, fra cui Bannon, con un sistema di false fatturazioni e intrecci fra non-profit.

La prima domanda è proprio questa: come è stato possibile che una piattaforma come GoFundMe abbia approvato, nel dicembre 2018, una simile raccolta? “We The People Will Fund The Wall” si chiamava la campagna, e l’obiettivo era ben chiaro fin dall’inizio: mettere insieme un miliardo di dollari per sostenere la costruzione di una barriera al confine fra Stati Uniti e Messico, una delle più razziste e xenofobe promesse elettorali del 2016 di Trump.

Fino allo scorso martedì, a più di un anno e mezzo dall’inizio dell’iniziativa, i milioni di dollari raccolti ammontavano a 25,6. Purtroppo gran parte di quei quattrini sarebbe finita nelle tasche di Bannon, Kolfage e i collaboratori Andrew Badolato e Timothy Shea, accusati dal dipartimento di Giustizia di aver sfruttato GoFundMe per veicolare centinaia di migliaia di dollari verso conti correnti sotto il loro controllo. Le ipotesi di reato sono frode e riciclaggio.

Se la piattaforma californiana – ma attiva in molti mercati internazionali – sembra quasi uscirne da parte lesa, c’è tuttavia da domandarsi come abbia potuto, al netto di quanto accaduto successivamente, approvare un’operazione del genere: raccogliere fondi per costruire un muro che divide vite e famiglie e produce sofferenze, fuori da ogni logica di solidarietà internazionale. Quella campagna avrebbe dovuto essere respinta al mittente fin dall’inizio, e invece fin dall’inizio ha prodotto più problemi che altro al sito guidato da Tim Cadogan.

Non solo perché, come spiega Wired Us, Kolfage aveva dei pessimi trascorsi da cospirazionista su Facebook. Ma anche perché GoFundMe ha dimostrato di non porsi mai il problema del contenuto, ma solo del canale verso il quale quei soldi – versati da oltre 250mila persone – sarebbero stati incanalati. La campagna fu infatti sospesa solo per una questione tecnica, perché non era stata coinvolta una non-profit e il promotore intendeva versare quanto raccolto direttamente al governo federale, pratica proibita dalla policy della piattaforma. A quel punto il veterano Kolfage tirò nell’impresa Bannon e Badolato, che di fatto assunsero la paternità della campagna e fondarono la We Build the Wall Inc., una non-profit esente dalle tasse, costituita secondo la cosiddetta Section 501(c)(4) dell’Internal Revenue Code statunitense. Tutto per rassicurare GoFundMe sulla sorte dei soldi: alla piattaforma, la coppia garantì anche che Kolfage non avrebbe ricevuto soldi o compensi per il suo impegno nella campagna, e stabilì una procedura di trasferimento dei molti fondi già raccolti dalla vecchia alla nuova iniziativa con un meccanismo di opt in da parte degli utenti.

Tecnicismi a parte, GoFundMe non ha mai effettuato una valutazione di contenuto e opportunità su quel che la cricca dell’alt right americana stava combinando con quella sporca campagna. Si è occupata solo del fatto che tutto fosse formalmente in ordine, e nient’altro (neanche quelle verifiche hanno dato i frutti sperati: si è appunto scoperto che un milione di dollari sarebbe finito a Bannon e 350mila dollari a Kolfage). Negli ultimi tempi le policy sembrano essere cambiate e alcune campagne recenti contro il movimento BlackLivesMatter e la comunità LGBTIQ+ sono state rimosse.

Forse perché GoFundMe non è una non-profit, ma applica commissioni su ogni donazione: “Per tutte le raccolte fondi, si applicano le commissioni di transazione standard che variano a seconda del paese in cui è stata creata la raccolta fondi” spiega la stessa società sulla piattaforma. “Tutte le commissioni di transazione vengono detratte da ciascuna donazione in tempo reale, quindi gli organizzatori e i beneficiari non dovranno pagare nulla”. Dal punto di vista del business poteva magari avere un senso accettare una campagna lanciata da nomi di quel peso che avrebbero mosso – come in effetti è avvenuto – un sacco di donazioni. Ma dove sono finiti gli anni di comunicazione delle proprie attività volte a “ispirare il mondo e tradurre la compassione in azione”. Complimenti, Bannon era l’uomo giusto per raggiungere l’obiettivo.

GoFundMe ha una policy di tolleranza zero per i comportamenti fraudolenti e abbiamo cooperato con le forze dell’ordine per tutta l’investigazione” ha spiegato un suo portavoce a Wired Us. “Proteggere i donatori è la nostra priorità assoluta e abbiamo preso delle misure per questo”. Mica tanto. Oltre all’opportunità di una campagna del genere, senza la quale la maxifrode non avrebbe potuto svilupparsi e che squalifica automaticamente la piattaforma che l’ha ospitata e promossa, rimane tuttavia da chiedersi quanto il crowdfunding online sia sicuro. Chi vigila davvero su queste piattaforme? Quali sono gli obblighi di trasparenza nei confronti dei donatori e delle autorità? E soprattutto com’è possibile trapiantare all’estero meccanismi legislativi e finanziari ideati in altri paesi senza creare buchi, zone grigie e spazi per chi voglia sfruttare una vetrina così potente spesso alle spalle di buone cause?

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