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Cancellare messaggi di sconosciuti con insulti e minacce e bannare autori di avance oscene e dick pic (immagini di genitali) è diventata da qualche anno una delle attività frequenti sui social network a cui è obbligata Paola Capuano (il nome è di fantasia), una persona di 23 anni che si definisce non binaria e bisessuale, studentessa di medicina in un’università di una grande città del sud e attivista lgbt+. Mi ha contattato via Facebook quando ha saputo che avrei scritto di cyberbullismo e questa conversazione – si tratta di un dettaglio significativo – avviene via Messenger e non al telefono perché “i miei genitori sono omofobi, con il lockdown sono in casa con loro e non voglio farmi sentire”.

Un disagio, questo, che ha accomunato nell’ultimo anno un gran numero di giovani queer. Il cyberbullismo prende di mira, nel 33% dei casi, l’identità di genere e l’orientamento sessuale, colpisce soprattutto i giovanissimi ed è potenzialmente più pericolosa di altri tipi di aggressione perché, come esplicita il caso di Paola, spesso non può essere contrastata facendo affidamento alla famiglia.

“In quanto “donna” – mi racconta Paola – mi è successo spesso di ricevere avance online, di ricevere materiale fotografico non richiesto, insulti alle mie mancate risposte e così via. Insomma fatti sentiti e risentiti, che ogni donna ha vissuto almeno una volta purtroppo. Ciò che ho notato è che ricevo molti più messaggi diretti, molto più materiale esplicito, molti più insulti quando, per esempio, pubblico storie per il bi/trans visibility day, quando pubblico foto ai pride, quando sono più aperta sul mio orientamento sessuale. Mi sono arrivati, da parte di uomini etero cis, svariati messaggi del genere “dai so che sei lesbica, facciamo un threesome” “non sai cosa ti faremmo io e la mia ragazza” “ti piace baciare le femmine, eh? Ti piace pure…””. Quando poi arrivano le risposte di rifiuto, partono gli insulti, le minacce. “Vorrei denunciare, ma con la mia famiglia non posso, così cancello tutto e sto attenta il più che posso a chi concedo l’amicizia sui social”, aggiunge.

Uno scudo contro l’odio

Combattere il cyberbullismo, educare le potenziali vittime a difendersi al meglio e i potenziali aggressori a capire il carico di dolore che possono infliggere con le loro incursioni sui profili social di amici e sconosciuti, è da diversi anni una delle attività che impegna le associazioni lgbt+ italiane. Alice Redaelli e Luigi Colombo sono responsabili del gruppo scuola del Cig-Arcigay di Milano. “Il cyberbullismo non ha pause, è pervasivo, ti raggiunge ovunque perché social e messaggistica sono integrati nella vita comune dei ragazzi: non si sfugge a meno di diventare un eremita, ma sarebbe la perdita totale di socialità”, raccontano.

Uno dei consigli che spesso vengono elargiti a ragazzi e ragazze per difendersi dal cyberbullismo è quello di esercitare un controllo molto rigido sulla cerchia di amici ammessi alle conversazioni e sui contenuti postati in rete. Se questo in linea generale è un consiglio valido per qualsiasi persona, nei confronti delle persone lgbt+ ha un sapore amaro: significa forse che devono nascondere la loro identità? “Parlando con ragazzi molto giovani – racconta Colombo – spesso mi raccontavano di avere doppi profili social, di cui uno anonimo. All’inizio non capivo, poi mi è stato spiegato che uno è il profilo “ufficiale” che precede il coming out, il secondo, spesso anonimo, quello utilizzato per esplorare il mondo liberamente, seguendo la propria identità”.

Questa è una specificità del mondo lgbt+ molto delicata da affrontare. Mentre in passato le persone queer potevano “dosare” i loro coming out esponendosi a cerchie di persone via via più larghe, partendo magari dai contesti più lontani dalle famiglie di origine, le identità social rischiano di compromettere questa gradualità. E gli outing sono più frequenti e potenzialmente devastanti. È il caso di Mario P., un giovane ragazzo oggi 18enne, che racconta: “A scuola sono spesso stato preso di mira dai bulli, ma non ho mai fatto coming out con i compagni di classe. Ricordo un ragazzo della scuola che mi aveva chiesto se era mio un profilo anonimo che in effetti avevo aperto per seguire contenuti lgbt+ che mi interessavano. Ho negato ed è finita lì, ma ho vissuto giorni di terrore.

Educazione al positivo

Per questo motivo le associazioni sono impegnate soprattutto sul fronte dell’educazione positiva, nei confronti dei potenziali bulli, spesso con risultati migliori di quanto si possa immaginare. Il circolo Arcigay di Napoli Antinoo, insieme a Pride Vesuvio Rainbow, ha organizzato diversi incontri nelle scuole di Torre Annunziata a cura di Luciana Langella, psicologa e psicoterapeuta. “Il bullismo, non solo quello cyber, è una dinamica che si sostiene su chi tace, o su chi fa una risatina, oppure mette un like su Facebook. Per questo durante gli incontri prendiamo in rassegna tutte le dinamiche attraverso video, confronti, esempi”, raccontano. Durante uno di questi cicli di incontri, hanno partecipato alcuni “bulli”: “Con soddisfazione dei dirigenti scolastici, i ragazzi hanno capito la gravità di quanto fatto e si sono appassionati al tema”.

Sensibilizzare i ragazzi è un passaggio, ma non è il solo. “Va fatta un’educazione positiva a insegnanti, genitori, operatori sanitari, in genere a tutto tondo perché l’obiettivo è che un ragazzino e una ragazzina possa postare una foto senza avere paura di farlo” spiegano Alice Redaelli e Luigi Colombo. A chi però, nonostante queste azioni di contrasto sempre più diffuse, rimane vittima di cyberbullismo, il primo consiglio da dare è di ricordarsi che comunque non è mai solo e che non c’è solo la famiglia d’origine a cui rivolgersi: compagni di classe, docenti, allenatori e altre figure di riferimento possono aiutare il giovane che è vittima di cyberbullismo a mettere in piedi le prime azioni di contrasto. Bloccare i contenuti sgraditi, denunciare, rivolgersi alla polizia postale. Soprattutto, denunciare sempre. Per sé stessi, ma anche per gli altri.

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