Redatto da Oltre la Linea.

Nel 2011 ho scritto un articolo per Foreign Policy riguardo “la forza più potente del mondo”. La forza potente che avevo in mente non era la deterrenza nucleare, internet, Dio, Lady Gaga o il mercato azionario. Era il nazionalismo.

L’idea che gli umani formino distinte tribù basate su una lingua, una cultura e un’etnia comune, e che tali gruppi siano capaci di governare sé stessi, ha modificato la storia degli ultimi 500 anni in modi che molte persone ancora non apprezzano del tutto.

Da allora niente mi ha fatto cambiare idea. Anzi, oggi è ancora più importante capire il nazionalismo. È stato il nazionalismo – e, nello specifico, un desiderio di riconquistare l’autonomia nazionale perduta – che ha spinto gli inglesi a lasciare l’Unione Europea, anche se i leader del movimento non riescono a capire come farlo, e la Brexit rischi di rendere gli inglesi più poveri e possa addirittura portare all’eventuale dissoluzione dell’intero Regno Unito.

Il presidente americano Donald Trump ha cavalcato la nostalgia nazionalista per un passato immaginario (“Rendiamo l’America di nuovo grande”) per entrare alla Casa Bianca nel 2016, e il nazionalismo forma le basi per le politiche protezioniste e anti-immigrati che mantengono la sua base politica fedele. Il nazionalismo è centrale negli ambiziosi sforzi del presidente cinese Xi Jinping per rendere la Cina un leader mondiale, ed è il tratto che accomuna i politici di destra in Francia, Austria, Italia, Ungheria e Polonia. Ovunque si volti lo sguardo, infatti, si può vedere il nazionalismo in funzione.

Perché il nazionalismo è così potente, e il suo impatto così importante?

Tanto per cominciare, gli umani sono esseri sociali. Dal momento in cui nasciamo, apparteniamo a qualche sorta di comunità – una famiglia, una tribù, un villaggio, una provincia e, oggi, una nazione. Poiché dipendiamo dalle persone attorno a noi fin dal primo istante di vita, gli umani si sono evoluti in esseri molto sensibili nel distinguere ciò che è dentro il gruppo da ciò che è fuori.

Essere in grado di identificare rapidamente gli amici e i nemici, un tempo, era necessario per la sopravvivenza, ed è cognitivamente più facile basarsi su indicatori semplici (esempio, “lei parla la mia lingua”, “lui sembra diverso dal mio gruppo”) che condurre indagini sul carattere e sulla personalità dell’altro. Visti tali imperativi evoluzionistici, non dovrebbe sorprendere il fatto che gli umani siano probabilmente più sensibili a queste distinzioni di quanto pensassimo.

Ciò non vuol dire che non siamo capaci di guardare oltre la nostra tribù e formare legami solidi con altri, o che non possiamo ridefinire nel tempo chi è “dentro” e chi è “fuori”, ma che abbiamo una forte predisposizione a identificarci con coloro che consideriamo “come noi”.

Fino ad oggi, la “nazione” è stato il più grande gruppo culturale capace di creare attrazione per i suoi membri. I tratti definitivi che distinguono una nazione possono variare, ma di solito includono una lingua comune, una cultura condivisa, un’origine territoriale, una narrativa condivisa riguardo un passato collettivo. Cosa più importante, una nazione è un gruppo di persone che concepisce sé stesso come costitutivo di una comunità unica, con una particolare identità. Come disse Benedict Anderson, le nazioni sono “comunità immaginate” dove degli sconosciuti si riconoscono, e riconoscono gli altri come appartenenti allo stesso gruppo.

E, come evidenzia John Mearsheimer nel suo recente libro “The great delusion”, il potere del nazionalismo si basa soprattutto sulla sua relazione simbiotica con lo stato. Data la pressione competitiva di un mondo senza autorità centrale, gli stati sono portati a incoraggiare l’unità nazionale all’interno dei propri confini di modo che i cittadini siano leali e più disposti a sacrificarsi per lo stato, quando necessario. Promuovere il nazionalismo – e in special modo una lingua comune – ha anche contribuito alla costruzione di economie nazionali più unite e di popolazioni più produttive, dunque ha migliorato le capacità dello stato.

Allo stesso modo, poiché i gruppi nazionali privi di un proprio stato sono più vulnerabili alla conquista, alla persecuzione o all’assimilazione, molte nazioni hanno deciso che possedere un proprio stato era il modo migliore di assicurarsi la sopravvivenza in quanto gruppo culturale indipendente. Le sfortunate storie dei curdi, dei palestinesi e di molti altri popoli dimostrano che cosa può accadere quando le aspirazioni nazionali di un certo gruppo vengono represse.

In breve, nel mondo moderno le nazioni vogliono i propri stati per assicurarsi la sopravvivenza e l’autonomia, e gli stati promuovono il nazionalismo per rinforzarsi e conservare la propria indipendenza. Gli stati fanno ciò che possono per sopprimere i movimenti indipendentisti all’interno dei propri confini e creare un corpo omogeneo di cittadini leali. In casi estremi, le minoranze vengono espulse, sterminate o “rieducate” (come fa la Cina con la popolazione degli Uiguri nello Xinjiang) nel tentativo di creare una popolazione più unita e, presumibilmente, più leale.

Presi assieme, questi due imperativi aiutano a capire perché il nazionalismo rimane una forza così potente e persistente. E, non cadete in errore, il suo impatto è profondo. Perfino le persone molto acculturale e generalmente scettiche (come me) non sono immuni ai suoi effetti. Perché mi lamento dell’assenza di americani tra i ranghi dei migliori tennisti del mondo? Perché tifo per la squadra americana ai mondiali di calcio? Non perché io conosca questi atleti personalmente e mi piacciano o ammiri le loro virtù individuali; per quanto ne so, potrebbero essere tutti dei veri stronzi. No, tifo per loro solamente perché sono americani. Per quanto mi piaccia pensare a me stesso come una persona cosmopolita e conscia dell’appeal seducente dell’orgoglio nazionale, non ne posso sfuggire del tutto.

Perché dovrebbe interessarci questo fenomeno così potente e così duraturo? Primo, perché il sentimento nazionale è facilmente sfruttato dai leader politici, inclusa buona parte dei demagoghi le cui attività stanno plasmando le politiche mondiali. Avvolgendosi nel mantello del patriottismo, e millantando il pericolo che gli stranieri porrebbero al nostro stile di vita, questi autoritari in erba come il primo ministro ungherese Viktor Orban, oppure cinici opportunisti come Boris Johnson possono convincere i propri sostenitori che essi sono l’unica difesa contro il declino nazionale o addirittura l’estinzione.

Secondo, la narrativa dei nazionalisti crea dei doppi standard. Essi razionalizzano tutto ciò che fa la propria parte, mentre dipinge ciò che fa la parte opposta (anche un comportamento simile) nel modo peggiore possibile. Gli americani condannano la Russia di Putin per le sue azioni in Ucraina, dimenticando che noi abbiamo fatto un sacco di cose simili in passato.

È ironico che, per esempio, gli stessi che hanno chiesto l’invasione dell’Iraq nel 2003 (sulla base di argomenti sospetti e di prove false) siano stati così rapidi nell’attaccare la Russia per la sua interferenza nell’Ucraina. Non è forse questa l’ipocrisia? Allo stesso modo, ufficiali americani come Mike Pompeo dipingono tutti i giorni l’Iran come un aggressore spietato, ignorando tutte le volte che gli USA hanno usato le proprie vastissime forze militari per interferire con stati che non ci avevano fatto assolutamente nulla. Sia chiaro, non sto difendendo il comportamento della Russia e dell’Iran; sto soltanto dimostrando come i paraocchi del nazionalismo rendano difficile vedere la realtà.

Terzo, il nazionalismo può interferire in potenziali compromessi politici, specialmente quando le questioni riguardano il territorio nazionale. Non c’era alcun motivo per cui la Serbia avrebbe dovuto tenere con sé il Kosovo nel 1999 (la popolazione locale era a grande maggioranza composta da kosovari ostili, e la regione stessa non aveva alcun grande valore strategico né economico), ma Belgrado non aveva intenzione di lasciarla perché era la culla dell’identità nazionale serba.

Allo stesso modo, l’incapacità degli stati contemporanei di porre fine alle dispute territoriali (siano esse in Kashmir, nel Mare Cinese Orientale, nelle isole Sakhalin) è causata soprattutto dal sentimento nazionale. Non molto tempo fa, gli stati cedevano o vendevano i territori quando aveva senso strategico o finanziario farlo, e di solito lo facevano senza tante controversie (gli Stati Uniti hanno comprato così la Louisiana dalla Francia e l’Alaska dalla Russia, per esempio). Oggi, tali azioni sarebbero intollerabili, perché le popolazioni nazionalizzate resistono all’idea di dare via ciò che viene percepito come una parte del territorio sacro del paese.

In relazione a ciò, il nazionalismo rende più elusiva l’empatia e la comprensione transnazionale. Poiché tutte le nazioni sterilizzano la propria storia, minimizzando o negando le loro passate trasgressioni e ritraendo le proprie azioni come sempre nobili e benevoli, spesso non ricorderanno i danni che hanno fatto agli altri. E se mai se lo dovessero ricordare, sarebbe sempre cercando di addolcire la pillola. Come risultato, le generazioni future non capiranno perché gli altri vedono il passato in modo diverso.

In alcuni casi, questo fenomeno può presentarsi in entrambi i paesi e aumentare ulteriormente il livello di incomprensione. Risultato: ognuno dei due lati non capirà i buoni motivi per cui l’altro è ostile o sospettoso, e ognuno tenderà a interpretare il comportamento difensivo dell’altro come la prova maestra di cattive intenzioni. Basta guardare le relazioni tossiche tra gli Stati Uniti e l’Iran per vedere quanto queste dinamiche possono essere durevoli e potenti.

Quarto, il nazionalismo è una potenziale fonte di eccessiva fiducia in sé stessi, perché la maggior parte (se non tutti) i miti nazionali includono sottili, o non sottili, dichiarazioni di superiorità. Non solo la nostra nazione è diversa da tutte le altre, ci viene insegnato, ma anche migliore. Il nazionalismo è difficile da separare dall’orgoglio nazionale, e l’orgoglio rende difficile credere che uno straniero possa mai batterci in uno scontro alla pari.

Questa tendenza non significa che ogni piccolo Davide pensa di poter battere il gigante Golia (anche le nazioni più fiere a volte riconoscono quando la bilancia dei poteri è sfavorevole a loro) ma può portare a comportamenti arroganti. Non è un caso, credo, che i brexiteers più accaniti credano che lasciare l’UE possa sia restaurare l’autonomia britannica (si) che portare l’Inghilterra in una nuova era di prosperità e grandezza (no). Chi ha proposto la Brexit probabilmente sapeva che tali tesi erano dubbie, e che venivano usate per ragioni puramente ciniche, ma il ripetuto appello all’orgoglio nazionale ha reso più facile al pubblico accettarle.

Il nazionalismo, però, non è privo di virtù. Convincere gli individui a compiere sacrifici per il bene comune non è una cosa malvagia, e un certo grado di unità politica e di orgoglio nelle potenzialità di un paese è certamente preferibile alle infinite e rancorose ostilità che dividono molte delle odierne democrazie. Gli stati binazionali o multinazionali senza una tradizione di assimilazione non hanno una storia invitante, e gli sforzi per garantire l’autonomia ad ogni nazione autodeterminata all’interno di un paese condurrebbero probabilmente a rovinosi livelli di disfunzione, e forse anche alla dissoluzione stessa del paese.

In ogni caso, il nazionalismo non se ne andrà. La sfida, dunque, è quella di riconoscere i suoi pregi e limitare i suoi difetti. Ciò è, ovviamente, più facile a dirsi che a farsi, ma quantomeno il suo potere e la sua persistenza devono essere riconosciuti e rispettati. Tra le altre cose, un salutare rispetto per il potere del nazionalismo scoraggerebbe gli stati potenti nel credere di poter ridisegnare il mondo a proprio piacimento. Viviamo in un mondo di rampante nazionalismo, che non cambierà tanto presto, e riconoscere questo dato di fatto è il primo passo per costruire una nuova e più realistica politica estera.

(da Foreign Policy – traduzione di Federico Bezzi)

L’articolo Perché il nazionalismo non può essere sconfitto originale proviene da Oltre la Linea.



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