2001, protesta contro l’esecuzione di Juan Garza (Photo by David McNew/Getty Images)

Il 30 novembre di ogni anno si celebra la giornata delle Città per la vita, città contro la pena di morte. Promossa in Italia dalla comunità di Sant’Egidio, dal 2002 invita tutte le città del mondo ad aderire e a farlo sapere, per esempio illuminando uno dei propri monumenti. La data del 30 novembre non è casuale, né è casuale che l’iniziativa sia partita dall’Italia. In questo giorno, nel 1786, il Gran ducato di Toscana abolì per legge la pena di morte per qualunque reato. Questa riforma era in parte figlia del pensiero di Cesare Beccaria, che aveva scritto contro tortura e pena di morte nel suo pamphlet Dei delitti e delle pene (1764).

Il declino della pena di morte nel mondo

In Italia la pena di morte è stata abolita l’ultima volta con la Costituzione del ’48; nel codice penale militare di guerra è rimasta fino al 1994. Nella Città del Vaticano è rimasta in vigore fino al 1969 per gli attentati al papa. San Marino invece la abbandonò più di 150 anni fa, nel 1865.

Nel mondo la situazione varia, ma da tempo si osserva una tendenza a ridimensionare la pena di morte (per esempio restringendola ad alcuni tipi di reati) e verso la totale abolizione, sia essa de jure (cioè codificata nelle leggi) o de facto (non adottata nella pratica). La geografia della pena di morte è anche stata cambiata dai trattati internazionali. Per esempio la Russia, pur non avendola abolita, ha rinunciato con una moratoria a giustiziare i detenuti dal 1996 in quanto membro del consiglio d’Europa (non si contano qui le esecuzioni extragiudiziali). In Europa la pena capitale rimane, nella legge e nella pratica, solo in Bielorussia. Si registra anche una generale tendenza alla riduzione delle condanne a morte, ma rimane il fatto che ancora nel 2019, 54 paesi ne fanno uso. Fra questi ci sono anche diversi paesi considerati molto avanzati e democratici, come gli Usa e il Giappone, a cui ora si chiede almeno una moratoria che copra i giochi olimpici. Numericamente la maggior parte delle uccisioni (960 nel 2018) avvengono invece in Asia e Medio Oriente. Secondo Amnesty i primi cinque paesi sono Cina, Iran, Arabia Saudita, Vietnam e Iraq. Si pensa però che la Cina da sola uccida più di tutti gli altri stati messi assieme: solo una piccola parte delle esecuzioni sono di dominio pubblico, e le associazioni denunciano centinaia o migliaia di esecuzioni annuali.

Non esiste una pena di morte umana

Nella storia sono stati sperimentati decine di metodi per infliggere la pena di morte, uno più cruento dell’altro: dalle esecuzioni tramite animali a quelle con i cannoni.  Ma a volte si è cercato di renderla più umana, ovvero di eliminare la tortura aggiuntiva inflitta dal metodo di esecuzione stesso. Per esempio la decapitazione (da cui pena capitale) è più efficiente in questo senso se si usa un’asettica macchina, invece di una spada o una scure. Monsieur Guillotin, che nonostante il nome non ha inventato la ghigliottina né è stato giustiziato con essa, era un oppositore della pena di morte, ma anche lui pensava che, se proprio dobbiamo uccidere qualcuno, una macchina per decapitare fosse preferibile.

In realtà, per quanto sia efficiente il mezzo, non si può certo eliminare la tortura psicologica, e in tempi recenti la ricerca di punizioni più umane ha invece portato a situazioni paradossali e drammatiche. L’iniezione letale per esempio è il metodo favorito negli Usa e usato anche in Cina. Tra tutti i metodi correnti (impiccagione, sedia elettrica, plotone d’esecuzione ecc…) ci sembra quella in cui il condannato soffre di meno. Sono iniettati in sequenza tre farmaci: un anestetico, un rilassante muscolare che blocca la respirazione, e il veleno vero e proprio per fermare il cuore. Si eliminano così sangue, odori e rumori degli altri metodi, ma è più a beneficio degli spettatori che della vittima. L’esperienza insegna che molte cose possono andare storte nella procedura. Prima bisogna trovare le vene adatte, non sempre è facile e il personale non sempre è preparato. In alcuni casi sono passate ore prima di trovare la vena, a volte il detenuto stesso ha aiutato. Oppure gli aghi sono usciti, rendendo necessario ricominciare. È anche capitato di iniettare i farmaci tra i tessuti, invece che nella vena, con effetti disastrosi: il detenuto può rimanere cosciente e morire in agonia. Ma questo può succedere anche quanto tutto sembra essere andato come previsto, come hanno rivelato le autopsie dei detenuti. Il punto è che la fase anestetica dell’iniezione letale fallisce fin troppo facilmente, per imperizia, dosaggi e farmaci non adeguati, e altre incognite. Questo però non significa che il metodo sia perfettibile. Si è provato usare un solo farmaco, usato per l’eutanasia degli animali: la procedura è più semplice, ma i problemi di somministrazione rimangono. Inoltre oggi le aziende non vogliono essere associate alla pena di morte e si rifiutano di vendere i loro farmaci con questo scopo. Così i boia si rivolgono alle compounding pharmacies, che però sono scarsamente regolate. La rivista medica The Lancet, e diverse associazioni di categoria, hanno poi preso posizione scoraggiando (non proibendo) la partecipazione dei medici: la pena di morte non si può aggiustare aggiungendo le competenze dei medici, ma è da abolire. Su questo però si continua a discutere.

Non è un deterrente

Sulla carta l’obiettivo della pena di morte non è la vendetta. È una pena che, per forza di cose, non può riabilitare, ma è altrettanto evidente che la sentenza impedisce la ripetizione del reato. Ancor più importante dovrebbe essere il suo ruolo di deterrente, cioè la sua capacità di scoraggiare i reati che punisce. È vero tutto questo? Di opinioni ce ne sono tante e molto forti, ma se si fa riferimento agli studi pubblicati emerge un consenso molto forte in direzione opposta. Per esempio un recente studio ha osservato che dopo l’abolizione della pena di morte i crimini capitali nel mondo non sono saliti: sono scesi dappertutto, con l’eccezione della Georgia, ma poi hanno cominciato a scendere anche lì. Un andamento simile è stato osservato anche dove, pur mantenendo la pena di morte, si giustiziavano meno detenuti. Oppure al contrario più uccisioni non hanno fatto fatto cambiare il tasso di omicidi.

Sono ovviamente misure indirette, perché è impossibile, ed eticamente inaccettabile, fare un esperimento controllato sulla deterrenza della pena di morte. Però si può chiedere ai criminologi cosa ne pensano. Secondo uno studio americano del 2009, l’88% di loro, selezionati tra i più influenti, rifiuta l’idea che la pena di morte sia un deterrente, più un 6% circa di non sicuri. Un analogo sondaggio nel 1996 aveva dato un risultato lievemente più basso, 83%. Quindi è da decenni che gli specialisti non riconoscono l’efficacia della pena di morte.

Errori irreparabili: Innocence project 

Nei giorni scorsi in USA sono stati liberati dopo 36 anni di ergastolo Alfred Chestnut, Ransom Watkins e Andrew Stewart, giusto in tempo per il Ringraziamento. Un giudice ha detto loro“Da parte del sistema penale, e sono sicuro che per voi significa molto poco signori, vi chiedo scusa”

Un altro argomento contro la pena di morte è appunto che l’errore giudiziario è del tutto irreparabile e più frequente di quanto si creda. Le cosiddette scienze forensi devono infatti ancora disfarsi di un grosso bagaglio di procedure pseudoscientifiche. Alcune prove considerate in passato molto forti per collegare una persona al delitto (capelli, fibre, e persino le impronte digitali) si sono rivelate del tutto inadeguate, nonostante le serie Tv. Per non parlare delle prove classiche, come i racconti dei testimoni e le stesse confessioni dei sospettati, che possono essere manipolate o estorte. Questi sono problemi generali del sistema, ma in caso di pena capitale si deve accettare non solo l’uccisione di un essere umano, ma anche di un eventuale essere umano innocente.

Negli Stati Uniti l’Innocence project è il più famoso gruppo che si occupa di casi di malagiustizia. Riesaminando le prove e grazie al test del Dna, dal 1992 a oggi è riuscito a liberare 367 persone, tra cui Chestnut, Watkins e Stewart.  Di queste 21 erano nel braccio della morte, e 41 avevano confessato. Ma non sempre Innocence project è riuscito ad arrivare in tempo, cioè sono già state giustiziate persone la cui colpevolezza era molto in dubbio. Al momento il gruppo, mentre cerca di ritardare l’esecuzione di un altro possibile innocente, Rodney Reed, sta cercando per la prima volta di provare col DNA l’innocenza di una persona uccisa nel 2006, Sedley Alley. Ma il giudice si oppone.

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