24 agosto 1973. Fotografi e cecchini appostati davanti alla banca sulla piazza di Norrmalmstorg. a Stoccolma. Dopo la liberazione degli ostaggi nacque l’espressione sindrome
di Stoccolma (foto: AFP PHOTO / PRESSENS BILD FILES / ROLAND JANSSON)

La sindrome di Stoccolma è diventata di tendenza in poche ore dalla notizia della liberazione di Silvia Romano. Ancora una volta quella che sembra una diagnosi medica è stata fatta circolare con molta leggerezza. Nel caso della sindrome di Stoccolma c’è una ragione in più per quale questo è accaduto. Dal momento della sua nascita la popolarità della presunta condizione è legata all’interessamento dei media, e il suo status a livello scientifico è piuttosto controverso.

Norrmalmstorgssyndromet

Il 23 agosto 1973 Jan-Erik Olsson, detenuto in permesso, entrò in una banca nella piazza di Norrmalmstorg, a Stoccolma e tentò una rapina. Con l’arrivo della polizia prese quattro ostaggi tra gli impiegati e ottenne di essere raggiunto da un suo ex-compagno di cella. L’assedio durò cinque giorni e mezzo, poi la polizia fece irruzione col gas lacrimogeno, liberando gli ostaggi e arrestando i due uomini. Nessuna vittima.

Mentre il dramma veniva trasmesso in diretta dalla tv svedese, lo psichiatra e criminologo Nils Bejerot aiutava la polizia nella trattative. Fu lui a usare per la prima volta la parola  Norrmalmstorgssyndromet, sindrome di Norrmalmstorg, durante un’intervista. Con questa espressione intendeva descrivere il fatto che le vittime, controintuitivamente, avevano sviluppato sentimenti positivi verso i sequestratori, dimostrando preoccupazione per la loro sorte. L’attenzione si concentrò soprattutto sulla 23enne Kristen Emmark, che dalla banca aveva parlato con il primo ministro Olof Palme manifestando più paura della polizia che per Olsson. In seguito si scrisse addirittura che si era fidanzata e sposata lui (falso, il rapinatore frequentò una fan conosciuta via lettera).

Rapidamente l’espressione mutò in sindrome di Stoccolma, e da lì in avanti è stata usata per descrivere situazioni ritenute analoghe. Il caso più famoso è probabilmente quello che si verificò un anno dopo, quando Patty Hearst, nipote del magnate dell’editoria, fu rapita dallo Symbionese Liberation Army e in seguito partecipò ad almeno una loro rapina. Al processo si parlò anche di lavaggio del cervello, un’espressione nata durante la guerra fredda e altrettanto problematica.

La sindrome di Stoccolma tra scienza a media

Nils Bejerot, l’influente psichiatra che coniò il termine (tra le altre cose, mise la Svezia sulla strada della cosiddetta tolleranza zero sulle droghe), avrebbe in seguito cercato di dare dei contorni più precisi al nome che aveva coniato. Ma, secondo la giornalista  investigativa Jess Hill, non avrebbe mai nemmeno intervistato Kristin Enmark, e avrebbe usato inizialmente la diagnosi per punirla delle critiche pubbliche che aveva fatto alla polizia.

Gli eclatanti casi con ostaggi successivi mantennero vivo l’interesse accademico sulla questione, ma oggi lo status della sindrome è molto controverso. Alcuni critici fanno notare, ad esempio, che non compare nemmeno nell’ultima edizione del Manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali. Significa che non esiste? Altri addetti ai lavori continuano invece a parlarne, estendendone l’uso oltre quello del rapimento, per esempio per le vittime di abusi.

Il professor Giuseppe Sartori, ordinario di neuropsicologia clinica e neuroscienze cognitive a Padova, spiega a Wired i contorni della controversia: “L’assenza di una sindrome da un manuale non è di per sé indicativa. Altre condizioni non vi compaiono, pur essendo ben conosciute e utili clinicamente. Un esempio è la prospoagnosia (deficit nel riconoscimento di volti noti). La sindrome di Stoccolma però è al momento esclusivamente aneddotica. In linea di principio l’aneddoto può indirizzare una ricerca, ma un fenomeno come questo è molto difficile da trattare.”

“In primo luogo non possiamo fare esperimenti e intervenire sulle variabili – prosegue Sartori –, quindi i presunti rapporti causa-effetto sono interpretazioni a posteriori. Poi si tratta di eventi molto rari, quindi è difficile fare osservazioni sistematiche, e ancor più difficile trarre conclusioni significative”

Pochi studi, molte notizie

Secondo Sartori ha poco senso chiedersi se esista o non esista, ma si può dire per certo che gli studi sono pochissimi, e per loro natura (solo osservazione) sono molto in basso nella famosa piramide delle evidenze scientifiche. C’è quindi un’enorme sproporzione tra l’interesse dei mass media e quello scientifico intorno a questa presunta condizione.

“Se parliamo del nuovo coronavirus, è facile vedere che l’interesse della stampa combacia con quello scientifico. Per contro l’espressione sindrome di Stoccolma, pur essendo presente in letteratura scientifica, è molto più diffusa sui mass media, ci racconta il neuropsicologo. “Questo è rischioso, perché il gergo medico può dare l’illusione che la condizione sia stata effettivamente diagnosticata da qualcuno in un certo caso, mentre al più si tratta di speculazioni”.

Uno studio del 2008 molto citato, intitolato Stockholm syndrome’: Psychiatric diagnosis or urban myth, sembra confermare le considerazioni del professore. Pochissimi (12) gli studi pubblicati, per lo più su casi singoli, con poche informazioni relative ai criteri diagnostici usati. Gli autori hanno invece notato che la diagnosi di sindrome di Stoccolma appare soprattutto sui media. Non escludono totalmente la possibilità che ci siano delle costanti tra quei casi, e magari anche una sindrome, ma è impossibile dirlo dai dati. È invece probabile che i mass media usino il termine per rendere le storie più interessanti. Gli autori concludono che “il mistero dell’origine delle malattie psichiatriche esercita un fascino sulla società; la psichiatria non ragiona per valori e definizioni assolute, i media hanno quindi campo libero con termini medici come la sindrome di Stoccolma, che ancora non hanno ricevuto una valutazione completa e criteri di validazione”

Il vero lavaggio del cervello

Per quanto riguarda il cosiddetto lavaggio di cervello il discorso è abbastanza simile. Il termine è entrato nel linguaggio popolare durante la guerra fredda, per spiegare il comportamento di soldati americani apparentemente passati al nemico. Si favoleggiava di metodi avveniristici di condizionamento, in grado di ri-programmare una persona. In questo senso il lavaggio del cervello non esiste: i candidati manciuriani rimangono fantascienza, o fantapolitica. Ma è innegabile che una persona può essere manipolata. E a differenza della sindrome di Stoccolma, di questo abbiamo moltissimi esempi, ed è anche possibile studiare il fenomeno sperimentalmente.

Sartori fa l’esempio delle false confessioni, che di certo riceve molta meno pubblicità di quanta dovrebbe. Perché una persona dovrebbe andare così tanto contro il proprio interesse da confessare un crimine che non ha commesso? Perché vengono costretti dalle circostanze, cioè dalla pressione esercitata dall’interrogatorio. In laboratorio è possibile simulare queste condizioni.

Un famoso esperimento ha messo dei volontari a lavorare a un computer: dovevano stare attenti a non premere il tasto Alt, che lo avrebbe fatto crashare. In realtà il computer era programmato per crashare in ogni caso, ma i volontari non lo sapevano. All’inizio nessuno confessò di aver toccato il tasto, ma se spuntava un testimone oculare (falso) allora molti confessavano. Gli interrogatori offrono grandi possibilità di operare questa forma di lavaggio del cervello, e le conseguenze possono essere devastanti. Negli Stati Uniti molte persone hanno confessato per poi essere liberati dal test del dna, in particolare grazie agli sforzi dell’Innocence Project.

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