(Foto: Gabriella Clare Marino/Unsplash)

Nei mesi precedenti abbiamo imparato a guardare a Rt come qualcosa capace di stimare l’andamento dell’epidemia, ed è ormai abbastanza chiaro a tutti che e il suo valore supera 1 l’epidemia accelera, se inferiore decelera. E, sulla base (anche) di questo, abbiamo imparato a considerare le mosse successive: aperture, chiusure, restrizioni più forti, meno forti. Nei giorni scorsi però Rt – già in passato oggetto di diverse critiche – è stato di nuovo al centro delle cronache, dopo la richiesta delle regioni di superarlo e di guardare magari soprattutto a nuovi indicatori per monitorare la situazione, basati su dati ospedalieri e tassi di incidenza.

Piccolo ripasso. Rt è definito come il tasso di riproduzione, ed è un parametro che misura il numero di infezioni trasmesse da una persona in un determinato tempo, in presenza di misure di contenimento, a differenza di R0. “Immaginiamo l’epidemia come una macchia sulla tovaglia: l’indice di incidenza ci dice con che velocità si estende la macchia, l’Rt invece dice qual è l’accelerazione con cui aumentano, o diminuiscono”, spiega a Wired Cesare Cislaghi, epi-economista, docente di economia sanitaria e già presidente dell’Associazione italiana di epidemiologia. A lui e a Stefania Salmaso, ex direttore del Centro nazionale di epidemiologia, abbiamo cercato di capire cosa significa superare Rt come chiesto dalle regioni.

Rt, un indicatore neutro

Di per sé Rt è un indicatore, con qualche limite sì, ma neutro per sua natura, commenta a Wired Stefania Salmaso: “È uno strumento che deve essere utilizzato per governare la risposta alla pandemia perché ne misura l’accelerazione o il rallentamento e come tale è un buon predittore dell’aumento o della diminuzione del numero di casi, indicando la numerosità di casi a ogni generazione di contagi. Deve essere usato come indicatore, insieme ad altri parametri e non come uno strumento di controllo da rimuovere”. È un parametro, non certo l’unico, per fotografare l’andamento della pandemia, e l’utilizzo che se ne fa dipende dallo scopo che ci si prefigge nell’adozione delle contromisure. “Se lo scopo primario è misurare l’impatto della pandemia sui servizi sanitari vanno monitorati i decessi, i ricoveri in ospedale, in terapia intensiva, e la diffusione delle vaccinazioni. Se per esempio aumenta la quota di infezioni senza sintomi, il significato di Rt diventa meno informativo, dato che è basato sui soli casi con data di esordio di sintomi e soffre dei ritardi di registrazioni di tali informazioni nella base di dati nazionale”, va avanti Salmaso. Quello dei ritardi è un problema noto e di cui si discute da tempo, parlando dell’utilizzo del parametro nella gestione della pandemia, come vi raccontavamo.

Un indicatore ospedaliero

Dopo mesi a parlare di Rt, negli ultimi giorni si è cominciato a parlare molto di un altro parametro, un indicatore ospedaliero. Che sarebbe sbagliato chiamare Rt ospedaliero però: “In questo caso non è possibile calcolare Rt, ma si può fare l’analisi dell’andamento dei ricoveri, ma certamente monitorare i ricoveri vorrebbe dire registrare quanto avviene senza possibilità di effettuare proiezioni”. Infatti se lo scopo è quello di descrivere e possibilmente anticipare l’andamento dell’epidemia, Rt rimane un indicatore essenziale e serve a prendere tempestive contromisure, va avanti Salmaso: “Non esiste un unico indicatore che dice tutto. Se vogliamo continuare a monitorare l’andamento dell’epidemia Rt o un parametro affine come l’indice di replicazione diagnostica (RDt) andrebbero mantenuti”. E usati auguratamente come strumento di governo e adozione di misure tempestive a livello locale, anche senza aspettare elaborazioni a livello centrale, conclude l’esperta.

L’indice di replicazione diagnostica (RDt) è quello proposto dagli esperti dell‘Associazione italiana di epidemiologia, come spiega Cislaghi, che stima la replicazione dei casi a partire dalle date delle diagnosi di positività e non di insorgenza dei sintomi, e per questo non soggetto a recall bias (il ricordo di insorgenza dei sintomi da parte del paziente, soggetto appunto a un bias) e a minori ritardi. Ma l’idea di Cislaghi e colleghi non è mai stata quella di sostituirlo a Rt, quanto piuttosto di affiancarlo, tanto più che i due valori spesso coincidono pur con la sfasatura di alcuni giorni.

Su cosa basare le misure di contenimento?

Il superamento di Rt infatti non è una questione scientifica: “L’Rt in quanto tale non è un indicatore sbagliato: il suo ritardo rispetto all’andamento dell’epidemia è conosciuto, e per questo deve essere utilizzato tenendo bene a mente questo”. Il suo superamento non riguarda difetti per così dire scientifici – ed è anche per questo che l’Rt è uno dei parametri utilizzati nel monitoraggio del rischio – quanto piuttosto il suo utilizzo politico.

La proposta di un indice ospedaliero o legato alla vaccinazione, come ipotizzato, fa rifermento a una strategia di controllo non tanto focalizzata sui contagi, quanto sulla malattia, spiega Cislaghi: “Quello che ora ci si sta chiedendo è: in questa fase ci interessano i contagi o la malattia? Considerare soprattutto la malattia, intesa come sintomatologia grave tale da richiedere ricovero ospedaliero, è una strategia giusta per definire le misure di contenimento?”. La questione, anche per Cislaghi, è questa, e indicatori alternativi a Rt, o quanto meno focalizzati più sugli aspetti di malattia che del contagio, rischiano di essere pericolosi, per motivi diversi: “Da una parte perché quello che identifichiamo come malattia, a livello ospedaliero, è il riflesso della diffusione dei contagi. Dall’altro perché in maniera involontaria i ricoveri potrebbero essere scoraggiati”, continua l’esperto, che indica un altro aspetto di tutta la questione, legato alle richieste di superamento dell’Rt: “Probabilmente la campagna vaccinale ridurrà molto la malattia grave, meno i contagi. In questo senso un indicatore ospedaliero come strumento per definire le misure di contenimento, aperture e chiusure, genera più ottimismo”.

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