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Togliamoci anzitutto il sassolino dalla scarpa. Che in realtà è un macigno. Di orgasmo femminile abbiamo ancora capito poco. E ci sono tante, tantissime domande che ancora non hanno risposta. Non conosciamo a fondo i dettagli anatomici e funzionali; non sappiamo bene quali muscoli siano coinvolti; non abbiamo una spiegazione definitiva dell’estrema variabilità tra donna e donna (e anche nella stessa donna, come vedremo tra poco); non sappiamo se e quanto l’orgasmo sia collegato a esigenze riproduttive. Fortunatamente, di fronte a tante incertezze, la ricerca continua ad andare avanti. Proponendo modelli, verificando alcune ipotesi, scartandone altre. L’ultima – solo in ordine di tempo – è quella appena descritta da un’équipe di scienziati del Department of Pediatrics al College of Medicine della University of Cincinnati sulle pagine dei Proceedings of the National Academy of Sciences. I ricercatori dicono di aver messo insieme diverse evidenze sperimentali a supporto del fatto che l’orgasmo femminile sia una vestigia dell’evoluzione: sviluppatosi nei mammiferi femminili più primitivi per stimolare l’ovulazione in presenza del maschio, avrebbe successivamente perso tale funzione, causando, nel corso del tempo, un rimodellamento nell’anatomia dei genitali femminili. L’articolo, pubblicato pochi giorni fa, è in qualche modo il rafforzamento e il raffinamento di un’ipotesi simile presentata dagli stessi scienziati tre anni fa. Abbiamo cercato di capire quanto ci possa essere di vero, e ne abbiamo approfittato per proporvi un sapido riepilogo di quello che (non) sappiamo sul tema. Ecco cosa abbiamo scoperto.

Spin-off evolutivo

“L’esistenza dell’orgasmo femminile”, dicono Mihaela Pavličev e colleghi, gli autori del paper appena pubblicato, “è interessante per due ragioni: da una parte, nelle donne l’orgasmo non è strettamente necessario per il successo riproduttivo; dall’altra, si tratta di un riflesso neuro-endocrino troppo complesso per essere puramente frutto del caso. Queste constatazioni hanno portato allo sviluppo di molte ipotesi, la maggior parte delle quali ha trovato però poco supporto empirico. Avevamo già suggerito che l’orgasmo femminile usasse un meccanismo evolutosi per indurre l’ovulazione durante il rapporto sessuale: questo studio fornisce evidenza sperimentale per questa ipotesi”. Sostanzialmente, gli scienziati, esaminando l’anatomia e il comportamento di mammiferi placentati avevano scoperto che, in animali come topi e conigli, i picchi ormonali che accompagnano l’orgasmo ricoprono un ruolo cruciale dal punto di vista biochimico, segnalando agli ovuli il momento migliore per il rilascio da parte delle ovaie. Al contrario, in altri mammiferi come gli esseri umani e alcuni primati, le donne ovulano spontaneamente.

Tracciando tutti i meccanismi di ovulazione nella linea evolutiva dei mammiferi, gli scienziati hanno quindi scoperto che la cosiddetta “ovulazione indotta dal maschio” – quella conseguente all’ondata ormonale che accompagna l’orgasmo – è precedente rispetto all’ovulazione spontanea, che sarebbe sorta circa 75 milioni di anni fa. Una scoperta che sembra suggerire, per l’appunto, che l’orgasmo umano femminile potrebbe avere le proprie radici nel meccanismo chimico che innesca l’ovulazione, diventato poi ridondante nel momento in cui l’evoluzione ha portato all’ovulazione spontanea. È stato in quel momento, secondo gli scienziati, che l’orgasmo femminile ha acquisito un ruolo completamente diverso. Per testare questa ipotesi, i ricercatori hanno somministrato della fluoxetina (un farmaco che influenza l’orgasmo – o più precisamente il desiderio sessuale – nelle donne) a un gruppo di conigli, osservando che la molecola provoca una riduzione del 30% del numero delle ovulazioni post-coito. Conclusione che li ha portati a dire che effettivamente il meccanismo che regola l’ovulazione è in qualche modo legato all’orgasmo.

Qualche dubbio

In verità, le cose potrebbero non stare proprio così. “L’esperimento descritto nell’articolo”, commenta Emmanuele A. Jannini, ordinario di sessuologia medica all’Università Torvergata di Roma, “è stato eseguito su conigli, che sono molto diversi dagli esseri umani. Tra l’altro, non sappiamo se effettivamente i conigli femmina sperimentino o meno un orgasmo, dunque le conclusioni degli autori sono da prendere con le pinze, almeno fino a quando le evidenze non saranno più solide”. Lo studio, dice Jannini, non aiuta molto a trovare risposta a una domanda fondamentale e ancora apertissima: se il concepimento avviene con la penetrazione, e l’orgasmo femminile è legato alla stimolazione del clitoride, perché quest’ultimo si trova all’esterno anziché all’interno? Domanda più che legittima, se si ragiona da un punto di vista evoluzionistico: “Siamo ancora nel campo delle ipotesi”, ci spiega ancora Jannini, “una possibilità è che attualmente ci troviamo in un momento evolutivo in qualche modo intermedio, e che andiamo nella direzione di uno scenario in cui l’orgasmo femminile diventi progressivamente sempre più facile da raggiungere”, forse proprio con un rimodellamento dell’anatomia, e in particolare del clitoride, verso l’interno. “Questa ipotesi potrebbe aiutarci a spiegare la grande variabilità osservata: alcune donne provano l’orgasmo con estrema facilità, altre non riescono a raggiungerlo se non con una stimolazione precisa, in molte l’orgasmo è partner-dipendente, in quasi tutte si osserva un’altissima dipendenza dai livelli ormonali”. Se così fosse, si tratterebbe di un meccanismo comunque molto lento, perché, dice Jannini, l’orgasmo femminile è associato alla riproduzione in modo molto lasco – in altre parole, non è indispensabile al concepimento – e dunque il driver evolutivo sottostante non sarebbe così potente da giustificare una transizione rapida. Spiegazioni alternative, tra l’altro, appaiono poco convincenti: “L’ipotesi secondo la quale l’orgasmo femminile sia un meccanismo che serve a selezionare il partner migliore non trova fondamento, dal momento che molte donne provano l’orgasmo durante rapporti sessuali con partner in realtà non “adatti alla sopravvivenza” o viceversa”.

Dieci cento mille orgasmi

Altro punto su cui è necessario fare chiarezza riguarda la famigerata differenza tra orgasmo clitorideo e orgasmo vaginale: esistono entrambi? L’uno esclude l’altro? Sono diversi? “Esistono studi molto solidi”, ci spiega Jannini, “condotti sottoponendo a risonanza magnetica funzionale diverse donne che provavano un orgasmo stimolando vagina o clitoride. I risultati della risonanza mostrano che effettivamente si attivano pattern diversi, il che conferma l’esistenza di due diversi tipi di orgasmo, cosa tra l’altro già nota dall’evidenza aneddotica”. Il corollario è di nuovo relativo alla già citata variabilità del meccanismo: esiste un complesso insieme di fattori anatomici, funzionali, ormonali, ambientali e psicologici in virtù dei quali una donna può provare entrambi gli orgasmi, o solo uno di essi, o nessuno.

Ma quale G

Chiudiamo con una curiosità relativa al punto G. C’era chi diceva che avesse la forma di un sacchetto e misurasse circa otto millimetri. Poi la parziale smentita. Altro che otto millimetri, e altro che punto: il fulcro del piacere sessuale femminile, ha sentenziato uno studio dello stesso Jannini, copre in realtà un’area molto più vasta, formata da diversi tessuti, vari muscoli e ghiandole, oltre che da tutto l’utero, e viene definita complesso utero-vaginale, o Cuv. Si tratterebbe dunque di una sorta di mappa delle zone intime, che contribuiscono in maniera corale all’eccitazione e all’orgasmo finale e la cui stimolazione è forse addirittura connessa al leggendario fenomeno dello squirting. Ma questa è un’altra storia.

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