(foto: Andreas Breitling via Pixabay)

Alcuni animali sarebbero più vulnerabili di altri all’infezione da nuovo coronavirus e questo potrebbe dipendere dalle caratteristiche delle loro cellule, maggiormente attaccabili dal virus. Lo mostra un modello 3D sulla struttura del Sars-Cov-2 e delle cellule infettate, realizzato da un gruppo di ricerca della Stanford University in California. E noi siamo fra gli animali suscettibili, insieme a gatti, tigri e leoni (i cani in misura minore) e altre specie di mammiferi. I risultati sono pubblicati su Plos Computational Biology.

Coronavirus, modelli in 3D

Per capire meglio cosa succede i ricercatori hanno studiato e rappresentato in un modello al computer cosa succede al momento del contatto fra il virus e l’organismo: quando, cioè, una proteina del virus detta spike, ormai nota a molti, aggancia la cellula servendosi del suo recettore (un’altra proteina) chiamato Ace2. Questo è il meccanismo con cui avviene il contatto e l’infezione. Gli scienziati hanno ricostruito la proteina spike in 3D – di cui esistevano già dei modelli – e hanno analizzato la sua interazione con i diversi recettori in varie specie, creando un modello anche per Ace2.

I risultati: alcuni mammiferi più a rischio

L’idea è che Ace2 sia un po’ come una serratura in cui la chiave, ovvero la proteina spike, si infila per attaccare la cellula. In alcune specie queste serrature hanno una forma che si adatta meglio alla chiave, che dunque entrerà con più facilità. Fra i più sensibili molti animali da fattoria, come mucche e altri bovini – nonché vari altri mammiferi incluso l’essere umano. Più risparmiati, stando al modello, potrebbero essere maiali e polli.

Nell’immagine seguente si vede in blu la parte del Sars-Cov-2 che si lega alla cellula e in grigio chiaro il modello del recettore. La forma più adatta dipende dalla presenza di alcuni amminoacidi (le unità costitutive delle proteine) presenti nel recettore Ace2 soltanto di alcune specie. Questi amminoacidi sono evidenziati in giallo nell’immagine.

coronavirus
(foto: Rodrigues et al. 2020 – CC-BY 2.0)

Il caso delle tigri

I ricercatori hanno rilevato il caso del contagio delle tigri in uno zoo e si sono interessati al fenomeno. La pagina del ministero della Salute riporta che sono stati registrati casi anche fra i gatti, i leoni e in misura minore i cani: i dati scientifici dimostrano che questi animali sono stati infettati dall’essere umano ma il ministero sottolinea che non c’è alcuna prova che possano a loro volta contagiarci.

Creare modelli è utile

L’analisi ha permesso di rilevare che nelle tigri il recettore Ace2 ha una struttura tale da poter ospitare meglio il coronavirus. In generale creare questi modelli e studiare quali animali sono più suscettibili è importante per conoscere quali direzioni potrebbe prendere la diffusione del coronavirus. Per esempio può aiutare a capire se l’infezione si può diffondere negli allevamenti e quali animali sono più colpiti (come è tristemente già successo per i visoni), se l’essere umano può contagiare gli animali domestici e con quali rischi, se ci potranno essere anche in futuro e per altre epidemie dei salti di specie – gli spillover – come in questo caso dal pipistrello o da altri animali. Non ultimo, avere dei modelli è sempre utile e questo è possibile, commenta il ricercatore João Rodrigues, che ha coordinato il gruppo, ai dati open-access, ai preprint e ai software accademici pubblici.

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