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Il 5 maggio scorso il Comitato tecnico scientifico (Cts) ha espresso il parere secondo cui è possibile posticipare la seconda dose di vaccino Pfizer e Moderna fino a 42 giorni dopo la prima somministrazione (anziché a 21 e 28 giorni dopo, rispettivamente). Una modifica delle tempistiche che di certo permetterebbe di estendere la protezione fornita dai vaccini a più persone nello stesso periodo, e che è già stata praticata in paesi come il Regno Unito. Tuttavia le aziende non possono avallare l’iniziativa e continuano a consigliare il rispetto dei modi e dei tempi con cui i vaccini sono stati approvati per l’uso di emergenza dall’Agenzia europea per i medicinali (Ema). Perché?

Le ragioni delle aziende

I vaccini anti-Covid sono stati approvati dall’Ema all’uso di emergenza sulla base delle evidenze dei trial clinici condotti dalle aziende produttrici. Queste sperimentazioni finora hanno verificato l’efficacia dei vaccini secondo modi e tempi definiti a priori: due somministrazioni a distanza di 21 giorni per Pfizer e due somministrazioni a distanza di 28 giorni per Moderna. Non ci sono dati ufficiali che abbiano monitorato l’efficacia dei vaccini con protocolli a intervalli più dilatati.

“Il vaccino è stato studiato per una seconda somministrazione a 21 giorni. Dati su di un più lungo range di somministrazione al momento non ne abbiamo se non nelle osservazioni di vita reale, come è stato fatto nel Regno Unito”, ha ribadito Valeria Marino, direttore medico di Pfizer Italia a Sky Tg24. “È una valutazione del Cts, osserveremo quello che succede. Come Pfizer dico però di attenersi a quello che è emerso dagli studi scientifici perché questo garantisce i risultati che hanno permesso l’autorizzazione”.

Le ragioni del Cts

La raccomandazione del Cts è più che altro un compromesso tra le evidenze scientifiche e i dati real life dei paesi che hanno deciso di dilatare l’intervallo tra prima e seconda dose messi in relazione ai numeri del coronavirus in Italia e alla disponibilità di vaccini.
Se è vero infatti che non ci sono studi pubblicati che abbiano valutato quale sia l’efficacia dei vaccini a mRna posticipando la somministrazione della seconda dose, è vero anche che a distanza di due settimane dalla prima la protezione conferita è in media già molto buona ed è considerato poco probabile che si degradi velocemente. E poi ci sono le esperienze positive all’estero, appunto.

Le opinioni degli esperti

Diversi esperti italiani (da Silvio Garattini dell’Istituto di ricerche farmacologiche Mario Negri a Matteo Bassetti della Clinica di Malattie infettive dell’ospedale San Martino di Genova, a Fabrizio Pregliasco dell’Università di Milano) considerano di buon senso le indicazioni del Cts, per estendere la protezione (parziale, ma comunque più che accettabile) a più persone possibile in meno tempo.

Pur riconoscendo le necessità dettate dalla situazione contingente, c’è però anche chi sottolinea che le certezze sono ben poche e che in condizioni ideali la scelta di mantenere il richiamo a 21 giorni o di posticiparlo dovrebbe essere valutata sulla persona: non siamo tutti uguali e rispondiamo in modo diverso ai vaccini, soprattutto se siamo più in là con gli anni o se ci sono problemi immunitari.

Altri sollevano potenziali problemi di comunicazione e di fiducia della popolazione nei vaccini: cambiare modalità e tempi potrebbe generare confusione e potrebbe aumentare il numero di persone che, magari un po’ incerte fin dall’inizio, rinunciano al richiamo.

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