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Un focolaio è chiuso, quello di piazza Pecile (Garbatella) e sul San Raffaele Pisana attendiamo l’esito dei richiami per chiudere la copiosa indagine epidemiologica. È stata importante per contenere i focolai la tempestività degli interventi”. “Focolai sotto controllo”. “È chiuso il cluster dello stabile in piazza Pecile (Garbatella) all’interno non ci sono casi positivi”. Le comunicazioni arrivano dalla Regione Lazio, impegnata negli ultimi giorni a monitorare da vicino i due focolai di nuovo coronavirus che hanno fatto impennare il numero di casi positivi a Roma e nel Lazio. Nella capitale, dopo essere stato temporaneamente chiuso, ha riaperto anche un reparto di rianimazione allo Spallanzani ma chiude anche il Covid Center del Policlinico universitario Campus Bio-Medico. Conferme più o meno dirette che sì le cose tendenzialmente vanno meglio, ma che la situazione è tutt’altro che chiusa, come commenta la stessa Regione: “il sistema dei controlli ha funzionato e si è risposto con grande tempestività, ma non dobbiamo mai abbassare la guardia perché sono situazioni che possono ripresentarsi”.

Ma cosa significa che il sistema dei controlli ha funzionato e come possiamo essere (ragionevolmente) certi che i focolai siano stati contenuti? In sostanza, come e quando un focolaio si dichiara chiuso?

Rispondere significa mettere il naso nei meccanismi con cui procede un’indagine epidemiologica. A partire dalla definizione stessa di cluster. “Cluster si riferisce a un’aggregazione di casi raggruppati nello spazio e nel tempo che si sospetta essere di più di quelli attesi, anche se il numero atteso potrebbe non essere noto”, si legge sul sito degl americani Cdc. Ed è da qui forse che bisognerebbe partire per parlare più propriamente di focolai sotto controllo più che chiusi, come spiega a Wired Pierluigi Lopalco, epidemiologo dell’Università di Pisa. Ovvero considerare che al di là delle indagini portate avanti, il numero dei casi effettivi potrebbe sfuggire, per motivi in parte insiti nei meccanismi di funzionamento dell’indagine epidemiologica, ma anche in quelli della malattia. “Un’indagine epidemiologica si basa sull’intervista e sul ricordo, e quindi su quello che viene riferito – spiega Lopalco – questo a sua volta dipende dalla capacità e dalla volontà di riferire”. Questo di per sé rappresenta un limite non superabile nelle indagini epidemiologiche, da tenere a mente per esempio quando si considerino concluse le fasi di identificazione di tutti i contatti intorno ai casi positivi. E che porta necessariamente a parlare di essere ragionevolmente certi più che certi di aver circoscritto un focolaio tramite appunto l’identificazione di tutti i contatti.

Fatta la dovuta premessa è ovvio poi che la circoscrizione o meno di un focolaio, tramite appunto intercettazione di tutti i contatti, sia più facile – per mera questione numerica – in un condominio rispetto a una struttura ospedaliera, riprende Lopalco: “Nel momento in cui vengono alla luce dei casi positivi si procede identificando tutti i contatti stretti, in un primo round dell’indagine epidemiologica, per identificare infezioni recenti ed eventuali asintomatici e procedere così all’isolamento”, riprende Lopalco. A questo punto punto però, anche avendo dato per buono di aver ragionevolmente intercettato tutti i contatti, in una finestra temporale adeguata (per esempi nel caso dell’Irccs romano le indagini sono proseguite a ritroso dal primo maggio) il focolaio non può dirsi chiuso né tanto meno spento: non prima almeno che sia passato un tempo sufficiente a considerare i tempi di incubazione della malattia indagata.

Nel caso di Covid sappiamo che i segni – laddove manifesti – dell’infezione da Sars-Cov-2 possono emergere anche a distanza di una settimana, e fino a 14 giorni. “Per questo, a distanza di una decina di giorni, si procede a un secondo round di test nell’indagine epidemiologica: se in questo caso tutti i contatti identificati e isolati sono negativi allora è possibile pensare di dichiarare chiuso il focolaio, perché sappiamo, con tutti i limiti, tramite le indagini epidemiologiche qual è il confine all’interno del quale si è avuta la diffusione, anche se più correttamente dovremmo dire sotto controllo, a sottolineare il fatto che tutto quello che doveva essere fatto è stato fatto e che stiamo seguendo la situazione”. Questo non significa che la sorveglianza epidemiologica si ferma, continua Lopalco: “Anche prima di rimettere in libertà le persone, i contatti in isolamento, si deve procedere con tamponi di controllo”. Come precisano infatti anche dalla Regione Lazio: “Nel palazzo le persone negative rimangono in sorveglianza dalla Asl Roma 2 e nei prossimi giorni verrà ripetuto il tampone”. Quel chiuso appare così più come una sfumatura linguistica su cui non soffermarsi a lungo. Anche se, di nuovo, si parla di spento nell’ultimo aggiornamento della Regione relativamente al focolaio di Garbatella, mettendo però in calendario per il prossimo lunedì nuovi tamponi.

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