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L’India sta attraversando il momento più difficile dall’inizio della pandemia: con oltre 300mila contagi e 3mila decessi al giorno, il paese ha chiesto aiuto alla comunità internazionale per far fronte alla carenza di ossigeno e farmaci che rende la gestione dell’emergenza ancora più problematica. Le cause di questa situazione non sono chiare, ma quasi certamente a contribuire è stata la diffusione di una nuova variante del coronavirus – la variante indiana, per l’appunto – identificata per la prima volta nella seconda metà dello scorso anno e divenuta dominante all’inizio nel Maharashtra e poi anche in tutto il resto del paese. Da cui, come è già successo per altre varianti, ha cominciato a spostarsi nel resto del mondo: ieri, per esempio, è stata osservata in due pazienti di Bassano del Grappa, in Veneto.

Al momento, la comunità scientifica sta cercando di caratterizzare la variante indiana per comprendere se e quanto sia pericolosa. Si chiama B.1.617, ed è comparsa accompagnata dalla B.1.618, che sembrerebbe meno aggressiva. “A complicare la situazione”, ha spiegato all’Ansa Gianguglielmo Zehender, ordinario di igiene all’Università Statale di Milano, “c’è il fatto che la B.1.617 ha già una ‘famiglia’ i cui membri sono le tre versioni B.1.617.1, B.1.617.2 e B.1.617.3”. Il primo e l’ultimo di questi figli, delle varianti nella variante, sono al momento dei sorvegliati speciali perché portano una doppia mutazione, la E 484 Q, che è presente anche nelle varianti brasiliana e sudafricana, e la L 452 R, presente nella variante californiana. Quest’ultima interessa la proteina spike e potrebbe effettivamente rendere più infettivo il virus; la prima sembra invece rendere il virus meno suscettibile agli anticorpi sviluppati in seguito a una precedente infezione e forse anche a quelli prodotti dopo la somministrazione del vaccino. Il problema è che ancora non sappiamo cosa succede quando queste due mutazioni sono presenti in contemporanea sullo stesso virus: il sospetto è che la loro interazione possa rendere il patogeno ancora più contagioso, un particolare che potrebbe, almeno ipoteticamente, spiegare il fatto che l’epidemia sia tornata a farsi sentire nonostante i dati che indicavano un’alta proporzione di indiani già guariti dal virus e quindi potenzialmente immuni.

“È noto che la mutazione E 484 Q è in grado di sfuggire agli anticorpi, sia a quelli generati dal vaccino sia a quelli generati da chi è guarito”, ha detto sempre all’Ansa Francesco Broccolo, dell’Università di Milano Bicocca, “e si sospetta che l’associazione con la L 452 R potrebbe potenziarne l’effetto”. È proprio su questo che stanno cercando di far luce, tra gli altri, gli esperti del laboratorio di statistica medica ed epidemiologia molecolare al Campus Bio-medico di Roma, studiando la struttura tridimensionale delle due mutazioni per vedere se sono effettivamente connesse e se una aiuta l’altra. L’ipotesi, ancora tutta da verificare, è che la L 452 R potrebbe comportarsi come una sorta di “interruttore” che accende la seconda mutazione e la aiuta a entrare meglio nelle cellule dell’individuo contagiato.

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