(foto: Antonio Masiello/Getty Images)

Cosa succederà con il progressivo allentamento del lockdown? Quanti nuovi casi di infezione da Sars-Cov-2 possiamo aspettarci di avere tra un mese, tra tre o tra sei? Dove e come si creeranno eventuali nuovi focolai epidemici? In assenza di oracoli, di sfere di cristallo e di macchine del tempo, tutto quello che oggi gli scienziati sono in grado di fare è formulare degli scenari, ossia elaborare dei modelli che diano una descrizione matematica delle possibili evoluzioni del contagio a medio e lungo termine.

Lo anticipiamo fin da subito: annunciare in questo momento delle valutazioni quantitative sulla seconda metà del 2020 è possibile solo dopo aver fatto una serie di approssimazioni, assunzioni e semplificazioni. Dunque non ha senso proporre dei numeri senza aver chiarito con precisione quali siano le premesse da cui i numeri stessi sono stati ricavati. Altrimenti il proporre i numeri diventerebbe un risibile dare i numeri, un parlare a vanvera degno delle migliori performance astrologiche.

Facciamola semplice: perché si teme una risalita

Prima di tuffarci nei dettagli matematici dei singoli studi, vale la pena di raccontare la ratio generale sottintesa in tutte le stime di ricrescita dei contagiati. Anzitutto, se il trend iniziale di salita esponenziale dei malati di Covid-19 è stato prima appiattito e poi invertito, il merito è senza dubbio delle misure di contenimento, che in un tempo un po’ più lungo di quanto sperato (un paio di mesi anziché poche settimane) hanno consentito di riportare la situazione relativamente sotto controllo. Qualora il lockdown proseguisse a oltranza, naturalmente l’inesorabile discesa della curva continuerebbe, e qualora invece si tornasse a un liberi tutti spregiudicato non potrebbe che ripartire l’impennata esponenziale. La fase in cui siamo appena entrati (che la si voglia chiamare 2, 2A, 2B o 1,5 non importa) è una versione intermedia, in cui abbiamo la certezza che in termini generali il virus circolerà con un po’ più di facilità di quanto abbia potuto fare dal 9 marzo al 3 maggio.

È persino ovvio: aumentare il numero di persone sui mezzi di trasporto pubblici, ripopolare i luoghi di lavoro, crescere il numero di attività commerciali aperte e consentire di andare a trovare affini e parenti non può far altro che incrementare il numero di individui a cui ciascun portatore del virus potrà trasmettere l’infezione. Ciò significa inevitabilmente di tornare a far crescere R0 rispetto ai valori che ha raggiunto alla fine del periodo di lockdown, anche se non è semplice stabilire esattamente di quanto. Come abbiamo imparato tutti, infatti, la soglia decisiva per il tasso netto di riproduzione è fissata a 1, e tutti i dettagli fini dei provvedimenti servono proprio ad avvicinarsi più che si può a quel valore (per riaprire il più possibile) senza però raggiungerlo o superarlo.

Scegli i parametri e avrai il modello

Non è possibile svolgere calcoli che tengano conto di cosa facciano individualmente i 60 milioni di persone che vivono in Italia. Per questo gli scienziati e i tecnici hanno lavorato su macro-categorie: stime della mobilità delle persone sul territorio, valutazione dell’impatto delle diverse attività quotidiane, differenza tra i vari ambiti lavorativi, effetto per le diverse fasce d’età e variazioni tra una regione e l’altra, tanto per citarne alcune.

La sola Fondazione Bruno Kessler, in un report pubblicato la settimana scorsa in collaborazione con l’Istituto superiore di sanità, ha messo insieme ben 92 possibili scenari, in ordine crescente di allentamento del lockdown. Nel dibattito pubblico è stato discusso soprattutto il 92esimo scenario, ossia quello più drammatico di tutti e allo stesso tempo meno probabile, che prevedeva 150mila malati in condizioni critiche nel giro di pochi mesi dalla riapertura. Ma in realtà l’aspetto più interessante del documento è che esistono molti scenari in cui – nonostante l’inevitabile inversione del trend – pare si possa mantenere R0 molto vicino al valore 1 con un’opportuna regolazione delle restrizioni che sia compatibile con una discreta ripresa delle attività.

bruno-kessler
Alcune delle stime fornite dalla Fondazione Bruno Kessler (grafico a titolo di esempio)

Un’altra ricerca interessante è quella pubblicata il 4 maggio dall’Imperial College di Londra, che ha disegnato tre possibili scenari futuri a partire dalla sola ipotesi che la mobilità resti quella del lockdown, o che sia riportata al 20% di quella della vecchia normalità, oppure ancora che risalga fino al 40%. Gli aspetti rilevanti dello studio sono almeno un paio: il primo è che porta con sé l’ennesima dimostrazione scientifica che le misure di contenimento hanno funzionato (evitando, si dice, oltre 300mila morti), il secondo è che una riapertura incauta si tradurrebbe in ulteriori decine di migliaia di decessi entro pochi mesi.

Quello che i modelli non riescono a stimare

Se prendessimo alla lettera lo studio dell’Imperial College, svolto peraltro da un team ampio di autorevolissimi scienziati, vedremmo che in sole 8 settimane di fase 2 con una mobilità al 20% raggiungeremmo i 4mila nuovi decessi, mentre con il 40% arriveremmo a quota 23mila nello stesso arco di tempo. Insomma, numeri drammatici.

imperial_college
Alcuni degli scenari regionali previsti dall’Imperial College nell’ipotesi di una ripresa della mobilità al 20%

Per fortuna, gli stessi autori della ricerca hanno chiarito che la valutazione non tiene conto di alcuni elementi cruciali su cui speriamo invece di poter contare. Si tratta dunque di valutazioni che, nel range del realismo, stanno dal lato pessimista.

Dato che siamo di fronte a un esperimento sociale senza precedenti – lo sforzo collettivo di rispettare le norme di distanziamento fisico – è impossibile sapere a priori quale sarà il risultato. Per questo in molti studi si è assunto per ipotesi che il comportamento delle persone sia totalmente indisciplinato, ossia che al netto delle imposizioni normative ineludibili ci sia la più totale noncuranza delle raccomandazioni. Se da un lato è difficile credere che la totalità delle persone manterrà un comportamento ineccepibile, dall’altro però pare abbastanza prevedibile che almeno nelle aree che hanno vissuto più drammaticamente l’epidemia ci sia stata una presa di coscienza collettiva e che dunque vengano evitati perlomeno gli incauti assembramenti. Viceversa, il timore è che nelle regioni del centro-sud meno investite dal coronavirus la sana paura possa scemare velocemente, e che dunque lo scenario descritto dallo studio non sia così inverosimile. Perlomeno, però, il bicchiere mezzo pieno è fatto di una maggior preparazione psicologica ad affrontare la situazione, e di qualche mascherina in più a disposizione quando serve.

L’altra assunzione (pessimista) di partenza di molti modelli è che il sistema di identificazione precoce dei casi, di contact tracing e dei test a tappeto sia del tutto inefficace. Il che meriterebbe una lunga discussione a parte, sintetizzabile in tre punti chiave. Il primo: la fase 2 è effettivamente partita con un sistema di tracciamento dei contatti molto meno avanzato rispetto a quello che era stato promesso, come risulta evidente ad esempio dall’assenza della relativa app. Il secondo: soprattutto in Lombardia il numero di casi quotidiani al momento della fine del lockdown era troppo alto perché si potesse davvero partire fin da subito con tracciamenti e test a sufficienza. Il terzo: dal punto di vista dell’organizzazione del sistema sanitario ci troviamo comunque in una situazione molto migliore rispetto a quella di inizio marzo, a maggior ragione nelle aree del Paese dove i casi sono pochissimi e quindi si può agire con interventi più mirati.

Dunque i contagi riprenderanno davvero a salire?

Speriamo di no, temiamo di sì, ma siamo piuttosto certi che la risalita ci sarà. Mettendo insieme tutto quanto, dagli studi ai pareri autorevoli di tecnici e scienziati, il quadro più realistico è che una ripresa dei nuovi casi positivi sia inevitabile. Ciò però non significa che il destino dell’epidemia in Italia sia già scritto, ma anzi dipende fortemente sia dai comportamenti individuali sia dalla capacità del sistema-Paese di agire in modo coordinato ed efficace.

Qualora dovesse succedere, come ci auguriamo, che l’evoluzione della curva sia ben meno drammatica di quanto i modelli predittivi suggeriscono, non sarà la scienza ad aver sbagliato, ma saranno le persone ad aver dato dimostrazione di attenzione e rispetto della salute pubblica più di quanto si potesse ragionevolmente sperare a priori. E non dimentichiamo, infine, che la curva epidemica ha di per sé un tempo di risposta ritardato di almeno un paio di settimane: dunque per vedere gli effetti reali della fine del lockdown dovremo attendere perlomeno di avvicinarci a fine mese.

The post Perché tutti si aspettano che con la fase 2 i contagi riprendano a crescere appeared first on Wired.



Leggi l’articolo su wired.it