Era il 1982 e Blade Runner, di Ridley Scott, dipingeva il 2019 come un mondo dove gli androidi umanoidi si ribellavano al proprio destino. Il 2019 è passato e non abbiamo visto l’arrivo né di robot dalle sembianze umane, né di rivoltosi biomeccanici. In più di trent’anni però sono avvenuti la nascita delle prime forme di intelligenza artificiale, l’utilizzo del deep learning, l’avvento dell’internet of things.

A differenza della finzione del 1982, dove vigeva una visione antropocentrica dei robot e non vi era ancora l’esperienza di internet, nella realtà ci siamo spinti a sviluppare Ai differenti da quella umana e abbiamo capito che esiste un mix di robotica e internet che può portare a forme ibride di intelligenze, più collettive, come quella degli alveari o degli stormi di uccelli. Intelligenze che non conosciamo e che possono fare paura. Stiamo sviluppando una società in cui l’incapacità umana di risolvere sfide importanti per la propria sopravvivenza, come le questioni ambientali, il sovrappopolamento, le avventure interplanetarie, ci porta a spingere nella direzione di affidare il problema prima ai big data e poi a una intelligenza superiore. Nel rapportarsi alle intelligenze artificiali, l’uomo vede contemporaneamente un rafforzamento di se stesso, con diagnosi mediche più rapide ed efficaci, analisi climatiche e macroeconomiche più opportune o una gestione più efficiente degli spostamenti, e dall’altro un indebolimento del suo dominio sul mondo.

Con la creazione dell’entità suprema, che tutto conosce e che a tutto può rispondere l’uomo inizia a temere per sé, sviluppa dubbi e paure. Proprio contro queste preoccupazioni, a tutela dell’idea che abbiamo di intelligenza artificiale e di androidi (complici Skynet, Terminator, Hal 9000 e tutta la fantascienza che nel tempo ha voluto metter in guardia, a ragione, l’uomo sulle implicazioni delle intelligenze artificiali) la risposta prova a venire dal Deta, il Dipartimento europeo per la tutela dell’androide, associazione che opera per la costruzione di un futuro di inclusione e fratellanza tra le comunità robot e organiche e che ha proposto ai primi di luglio una petizione per intitolare una via a Jeeg Robot nel comune di Narni (Terni) in Umbria.

Il dubbio e le paure legate a questi possibili scenari evolutivi possono essere ammorbiditi con la conoscenza diffusa delle tematiche in questione: il campo dell’intelligenza artificiale, in particolare, è per sua natura dominio dei tecnici, dove trovano poco spazio gli aspetti comunicativi. Tra gli altri, è forse questo difetto che contribuisce maggiormente a presentare nuovi slanci tecnologici come spaventosi, per alcuni aspetti anche magici e misteriosi”, Spiega Fabio Casciabanca del Deta: “Da queste considerazioni, nasce la nostra idea che un modello comunicativo meno freddo, più leggero e mirato alla comunicazione di massa (più umano, in sintesi), possa affermarsi come strumento divulgativo preferenziale”.

Perché una strada dedicata a Jeeg Robot?

A capo del Deta c’è Ermes Maiolica, ex re delle bufale, che da qualche tempo ha deciso di incanalare la propria ironica capacità comunicativa su questo progetto, totalmente diverso e molto lontano dalle fake news. La prima azione è stata la petizione per intitolare una strada di Narni a Jeeg Robot.

Si legge nella petizione (che potete trovare qui): “L’abbattimento delle barriere è un processo lungo e complesso, che passa per moltitudini di aspetti. Uno di questi è l’ambiente urbano e la toponomastica. Dedicare una strada a una importante figura del mondo androide e robotico avrebbe una forte valenza simbolica in questo senso. Eleverebbe a simbolo e, se vogliamo, a figura protettrice di una via, di una strada, di una città, una personalità in cui tanto umani quanto non-umani potrebbero rispecchiarsi e confrontarsi. Una figura cara ad entrambi i mondi, di raccordo e di unione”.

Così, per divulgare questa nuova impostazione, il Dipartimento europeo per la tutela dell’androide, si pone – a sostegno della comunità scientifica internazionale – come veicolo per una divulgazione informale e popolare delle tematiche relative al rapporto dell’umano con l’intelligenza artificiale attraverso uno degli aspetti più umani di tutti: l’ironia”. Continua Alessandra Caraffa vicepresidente del Deta: “La creazione di un rapporto di simpatia con le macchine è la strategia di comunicazione che il Deta utilizza per combattere i pregiudizi e gli stereotipi che si basano su un’errata interpretazione del rapporto uomo macchina”.

Qualcuno vedrà in questa storia una idea troppo fantasiosa, eretica quasi, solo per nerd appassionati di cartoni animati. In realtà, questa è la prima volta in cui un gruppo di studiosi, ingegneri o semplici appassionati di Robo-etica si riuniscono per puntare un faro e richiamare l’attenzione su un problema che da qui a poco ci toccherà tutti: vivremo in un mondo popolato di robot con i quali potremo instaurare un rapporto simbiotico, robot che son qui per noi, per aiutarci a vivere meglio.

[L’autore di questo articolo contribuisce al progetto Deta]

 

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