Francesca Bria sul palco di Decode Symposium (foto: Andrea Guermani)

Torino – Riprendere il controllo dei propri dati personali, per potersi muovere nell’ecosistema digitale senza mettere a rischio la privacy e ottenere benefici collettivi dalla condivisione sicura delle informazioni. “Le piattaforme digitali rappresentano attualmente una minaccia esistenziale per le nostre democrazie” messe sotto scacco “dalla crescita del potere dei monopoli digitali e dalla mancanza di adeguate norme fiscali e commerciali” con una valenza transnazionale. A fotografare un quadro a tinte fosche è Francesca Bria, pasionaria high-tech, già assessore all’Innovazione di Barcellona e tra gli animatori di Decode, il programma multidisciplinare europeo che promette di “restituire sovranità dei dati agli utenti”.

Decode ha riunito a Torino esperti internazionali dell’economia digitale per studiare nuove forme di democratizzazione tecnologica e garantire il rispetto dei diritti di tutti gli utenti: “L’economia digitale” – ha sottolineato Bria in apertura dei lavori – “è ormai sempre più centralizzata e monopolistica, rallenta l’innovazione e mette in discussione il suo stesso potenziale rivoluzionario”.

La soluzione prospettata, ha rilanciato l’esperta, è “investire in alternative tecnologiche che siano controllate democraticamente, capaci di mettere al centro i diritti dei cittadini e che abbiano come obiettivo la creazione di valore pubblico. Non solo profitto per un pugno di piattaforme”.

La convinzione è che l’Europa sia pronta per fare questo passo. Il Gdpr, il regolamento europeo per la privacy, ha messo in luce la forza – etica e commerciale – dei dati personali condivisi dagli utenti in rete e sulle piattaforme digitali. “Esiste un’ottima infrastruttura regolamentare europea che è un benchmark a livello internazionale, ora per l’Unione è il momento di giocare un ruolo pubblico molto più incisivo”, ha sottolineato a margine dei lavori Maria Savona, docente della Sussex University. Ad esempio, è l’idea, Bruxelles potrebbe lavorare alla realizzazione di una piattaforma digitale comunitaria per permettere ai cittadini di condividere in tutta sicurezza i propri dati personali per estrarre dalle informazioni valore di pubblico interesse.

Insomma, si tratta di estendere a livello comunitario l’esperienza promossa da Decode che negli ultimi tre anni ha sperimentato alternative tecnologiche “democratiche e rispettose dei diritti dei cittadini” a Barcellona e Amsterdam, due delle smart city più vivaci al mondo. Le piattaforme lanciate sono quattro, distribuite equamente tra la Spagna e l’Olanda con l’obiettivo comune di “rispondere a necessità reali delle città”.

Pillole da Decode Symposium, l’evento sul futuro della sovranità digitale
(foto: Andrea Guermani)

Cosa sperimenta Decode a Barcellona e Amsterdam

Uno dei due progetti in Catalogna riguarda democrazia digitale e data commons: è stata sviluppata una applicazione che consente di pubblicare petizioni online che possono essere firmate anonimamente. L’elenco dei sottoscrittori viene registrato attraverso tecnologia blockchain, garantendo massima trasparenza, sicurezza e controllo a tutti i protagonisti della raccolta-firme. L’altro progetto tocca la governance cittadina dei dati raccolti dai sensori IoT sparsi in città: i residenti hanno installato in casa e sui balconi dei sensori capaci di registrare informazioni su inquinamento, temperature e umidità che vengono poi condivisi in totale anonimato grazie alla tecnologia implementata da Decode.

Ad Amsterdam è invece nata Gebied Online: è una cooprativa sociale che attraverso la sua piattaforma digitale permette di promuovere eventi di quartiere, condividere informazioni, chiedere in prestito e prestare oggetti garantendo privacy e sicurezza agli utenti. Passport Box, infine, è il progetto di identificazione digitale che la città di Amsterdam ha sviluppato per consentire ai cittadini di archiviare sul cellulare dati crittografati, acquisiti dal chip del passaporto scannerizzato con una magic-box in strada. In questo modo ogni utente può condividere informazioni personali – come ad esempio l’età per dimostrare di avere più di 18 anni – attraverso un semplice qr-code, senza essere costretto a mostrare un documento con nome, cognome e indirizzo.

“Algoritmi e big data” – ha ricordato Bria – “possono essere utilizzati per servire i cittadini, migliorare i servizi pubblici e le condizioni di lavoro”. Certo, bisogna volerlo: “Le più usate piattaforme digitali” – ha attaccato – “hanno come principale modello di business la sorveglianza dei cittadini e la mercificazione delle informazioni personali”. La necessità è “investire in alternative tecnologiche” per rompere il potere che oggi è nelle mani di pochi monopoli digitali”. Tutti con headquarter rigorosamente ben lontani da Bruxelles. 

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