Fermi tutti. Non siamo affatto sicuri che il nuovo coronavirus Sars-Cov-2 ci sia stato trasmesso dai pangolini. Se fino a ieri questi poco conosciuti mammiferi corazzati erano ritenuti la fonte più probabile dell’infezione, oggi diversi nuovi studi lo stanno mettendo in dubbio: c’è sì una corrispondenza del 99% tra il coronavirus del pangolino e quello che sta infettando l’essere umano, ma solo per quanto riguarda una particolare sequenza di materiale genetico. Complessivamente, invece, la somiglianza tra i genomi (benché elevata) non sarebbe sufficiente per dire che sì, abbiamo trovato la fonte del contagio.

Perché è ancora importante capire il salto di specie

Arrivati a questo punto dell’epidemia, qualcuno potrebbe pensare che sia inutile ricostruire il percorso che il nuovo coronavirus ha compiuto per arrivare a infettare l’essere umano. Non è così: trovare la fonte del virus, secondo le autorità, potrebbe prevenire l’emergere di nuovi focolai (o nuovi virus) in futuro. Quindi determinare con sicurezza se l’animale ospite primario del nuovo coronavirus sia un pipistrello, uno zibetto (come è per il virus della Sars) o appunto un pangolino rimane un obiettivo importante della ricerca.

Lo dimostra il fatto che in questo mese di febbraio sono stati pubblicati sulla piattaforma di preprint bioRxiv diversi articoli che comparano il genoma di Sars-Cov-2 con quello dei coronavirus trovati in diverse specie animali, con particolare attenzione a quelli dei pangolini e dei pipistrelli.

Un errore di comunicazione

Durante una conferenza stampa del 7 febbraio, i ricercatori della South China Agricultural University di Guangzhou affermarono che dalle loro indagini era emerso che il genoma del coronavirus isolato dagli esseri umani corrispondeva per oltre il 99% a quello trovato nei pangolini. Tale evidenza – unita al fatto che questi animali a rischio di estinzione sono purtroppo ancora molto ambiti in Cina e in altre parti dell’Asia sia per la loro carne sia perché le loro squame sono considerate un rimedio della medicina tradizionale – sembrava essere la cosiddetta pistola fumante.

Ma forse sarebbe meglio definirla una pistola a salve. Il 20 febbraio, infatti, su bioRxiv compare una sorta di rettifica dai ricercatori dello stesso istituto: la corrispondenza segnalata è vera ma solo per una parte del genoma virale, quella della sequenza del dominio di legame dei recettori (Rbd) che serve ai virus per legarsi alla cellule e penetrarvi. Dal confronto con l’intero genoma, invece, risulterebbe una somiglianza di appena il 90,3%, non sufficiente per avere la certezza che il virus sia saltato dal pangolino all’essere umano. “Un imbarazzante errore di comunicazione tra i bioinformatici e il resto del team di ricerca”, ha commentato a Nature Xiao Lihua, tra gli autori della nuova analisi.

Lontani dalla soluzione del mistero

Nel frattempo sempre su bioRxiv sono comparsi altri 3 studi (qui, qui e qui) comparativi secondo i quali il genoma di Sars-Cov-2 ha una corrispondenza tra l’85,5% e il 92,4% con quello del coronavirus dei pangolini. Troppo poco per essere sicuri che i pangolini siano l’origine, dicono gli esperti. Basti pensare che il virus della Sars aveva una corrispondenza del 99,8% con il coronavirus degli zibetti.

Rianalizzando tutti gli studi usciti finora, si scopre tra l’altro che la corrispondenza maggiore (96%) è quella con il genoma di un coronavirus trovato in un pipistrello nella provincia cinese di Yunnan, anche se le sequenze Rbd differiscono (qui l’articolo). Questo potrebbe voler dire che il virus del pipistrello, prima di arrivare all’essere umano, è passato attraverso un ospite intermedio.

Al momento, dunque, ci sono più domande che risposte.

E ai dubbi si aggiungono anche le preoccupazioni per la sorte dei pangolini: tutte le speculazioni fatte potrebbero portare le persone a ucciderli, come successe agli zibetti. Che siano o no l’origine dell’infezione, sottolineano gli esperti, non sono gli animali il problema ma il nostro contatto con loro.

Quindi, giù le mani dai pangolini.

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