Esercito italiano (foto di Francesco Militello Mirto/NurPhoto via Getty Images)

Il paragone con Star Wars è quasi scontato. La Marina degli Stati Uniti sta lavorando a un’arma laser in grado di emettere brevi ma potentissimi impulsi che polverizzano il bersaglio. Tactical ultrashort pulsed laser, come riferisce New Scientist, sarebbe in grado di mettere fuori uso piccoli bersagli, come un drone. Ad agosto è stato pianificato il primo test. Le armi laser sono una delle tecnologie militari che gli eserciti in tutto il mondo stanno studiando. Nel 2019 anche l’esercito italiano le indicava tra i fattori X che dal 2035 cambieranno gli equilibri di forza globali. In grado di disintegrare missili o droni o di mettere fuori uso una vasta gamma di sensori, le armi laser possono azzerare la capacità di comando e controllo delle truppe. Niente che non sia già stato visto in un film di fantascienza. Ma altro è considerarlo uno scenario del tutto realistico in futuro neanche troppo remoto.

E le armi laser non sono l’unica variabile. Dal punto di vista tecnologico, stando alle conclusioni a cui giunge l’esercito italiano nel rapporto Future operating environment post 2035, il vantaggio si giocherà sulla capacità di orchestrare sciami di droni e robot, su reti e internet delle cose, realtà aumentata, crittografia quantistica. Ed energia, tanta energia da fonti rinnovabili o da piccoli reattori nucleari, per alimentare la panoplia sul campo e il suo gemello digitale. “Il 2035 è lo spartiacque tra l’attuale livello tecnologico e il futuro che modificherà la dimensione spaziale e temporale del combattimento”, spiega a Wired il colonnello Paolo Sandri, a capo dell’ufficio innovazione dell’esercito italiano.

Nato nel 2019, l’ufficio ha il compito di stabilire quali sono le tecnologie che servono alla componente terrestre della Difesa per fronteggiare gli scenari dei prossimi 15 anni. “Questo ufficio studia tecnologie e software per attivare i processi di pianificazione. I tempi di produzione sono cambiati”, osserva Sandri. Così come lo sono i protagonisti dell’innovazione. È passata l’epoca in cui la tecnologia doveva fare “il militare” prima di arrivare sul mercato. A inizio febbraio, con la presentazione del rapporto Prospecta, l’esercito ha messo nero su bianco le sue priorità in termini di tecnologia per reclutare imprese con cui svilupparla.

Robot e intelligenza artificiale

Il primo test partirà entro sei, dodici mesi al massimo. Al centro sistemi robotici e autonomi (Ras) da mettere alla prova sul campo. Al progetto lavora una ventina di partner tra aziende, centri di ricerca e università. A breve sarà identificato il system integrator che dovrà mettere in rete programmi e hardware. “Lavoriamo su tecnologie per la protezione del personale, per la mobilità e per la situational awareness (consapevolezza della situazione in cui ci si trova, ndr)”, spiega Sandri: “Per esempio, piccoli Ugv (unmanned ground vehicle, mezzi terrestri a guida autonoma, ndr) dotati di sensori per esplorare il territorio e inviare segnali direttamente all’operatore”. O mezzi robotici più pesanti, in affiancamento a un plotone.

O ancora, come suggerisce proprio su Prospecta Vito Trianni dell’istituto di scienza e tecnologie della cognizione del Consiglio nazionale della ricerca (Cnr), investire su sciami di droni che, replicando i modelli sociali di api o formiche, riescono a coordinare in autonomia più robot, istruiti per eseguire comportamenti semplici e quindi meno costosi dal punto di vista produttivo, per guidare missioni complesse. “Potremo usare micro-droni per fare le sentinelle, con funzioni di riconoscimento facciale e acustico”, osserva Sandri. L’università di Udine, per esempio, riferisce l’esercito, sta lavorando ad algoritmi di riconoscimento acustico.

La seconda fase consiste nell’affidare a un sistema di intelligenza artificiale (Ai) l’elaborazione dei dati che tutti questi sensori sul campo raccolgono e l’attivazione di decisioni automatiche, per esempio il recupero di un ferito avvistato da un drone di pattugliamento. “Ma non per un’arma. Non è etico. Le scelte critiche finali spettano sempre all’uomo”, dice Sandri.

Contro i robot killer

La discesa dell’Ai in battaglia è un argomento che genera preoccupazione. Da un lato sembra inevitabile, sia perché sempre più strumenti montano algoritmi di analisi, sia perché non tutte le nazioni si pongono gli stessi interrogativi etici. Dall’altro il tentativo è di tracciare un confine netto tra usi ammessi e altri, quelli letali, vietati.

A fine gennaio una risoluzione del Parlamento europeo ha risollecitato l’Unione a dettare regole comuni sullo sviluppo dell’intelligenza artificiale, compresa quella applicata in ambito militare. Nello specifico, gli europarlamentari hanno votato a favore di un divieto dei sistemi d’arma autonomi e dei cosiddetti “robot killer”. “La decisione di selezionare un bersaglio e di effettuare un’azione legale usando un sistema di arma autonoma deve essere sempre fatta da un essere umano, che esercita un pieno controllo e giudizio”, è la posizione dell’Europarlamento, che spinge perché la Commissione faccia riconoscere questo standard anche dalle Nazioni Unite.

Non sarà una strada in discesa. Negli stessi giorni Reuters racconta che un comitato di esperti, guidato dall’ex amministratore delegato di Google, Eric Schmidt, ha suggerito al Congresso degli Stati Uniti di non proibire le armi attivate dall’intelligenza artificiale, perché farebbero meno errori di un essere umano. Imboccando una strada opposta a quella caldeggiata in Europa.

In generale, secondo la campagna internazionale per lo stop ai robot killer, sono 30 i Paesi e 140 le associazioni non governative che si oppongono a queste tecnologie. Obiettivo dell’organizzazione è arrivare a un blocco internazionale. Qualcosa si muove, non solo a livello politico. A giugno il comitato etico del ricco Fondo pensione globale del governo norvegese, che reinveste le royalties dell’estrazione del petrolio, ha suggerito di considerare le armi autonome “vietate“, di fatto spingendo la cassaforte a non investire in aziende che le sviluppano.

Il nodo delle esportazioni

Altrettanti problemi, tuttavia, sollevano quelle tecnologie civili che possono essere usate anche per scopi di spionaggio digitale. A novembre l’Unione europea ha aggiornato la lista di alcuni prodotti informatici che nelle mani di un regime autoritario, potrebbero essere adoperati per spiare la popolazione, reprimere il dissenso e violare i diritti umani, con l’obiettivo di frenarne le esportazioni. Come sistemi di riconoscimento facciale, software di intrusione, trojan e apparecchi per intercettare il traffico telefonico, come i cosiddetti Imsi catcher. Proprio un’agenzia europea, quella per la formazione delle forze dell’ordine e dei funzionari (Cepol), ha usato questo sistemi per insegnare a governi in Africa e nei Balcani proprio come spiare i propri cittadini.

Un altro caso è la stampa 3D. Prospecta la riconosce come una soluzione per rendere più agile la logistica delle truppe e sopperire a manutenzioni e riparazioni urgenti, ma allo stesso tempo consente di mettere in mano a organizzazioni criminali o terroristi la possibilità di produrre in proprio anche armi sofisticate. Rischi già registrati nel 2018 in uno studio dello Stockholm international peace research institute. La facilità di trasferimento delle informazioni, anche con una semplice email, consente alla manifattura di additiva facilita “l’elusione del controllo sulle esportazioni e contribuisce ai programmi illeciti di armamento”. In particolare l’uso nel campo aerospaziale rende la stampa 3D molto utile per la produzione di componenti di missili, osservavano i ricercatori di Stoccolma.

 

Dallo spazio al cyberspazio

Questa ibridazione delle tecnologie complica uno scenario internazionale già frammentato, come evidenzia Prospecta. Non solo per la pressione che il primato della Cina eserciterà sullo stesso vantaggio militare degli Stati Uniti e l’emergere di potenze come Brasile e India, ma anche per il ruolo sempre più protagonista di spazio e cyberspazio nelle operazioni militari, proprio per colpire quelle reti, 5G in primis, che alimentano le connessioni delle forze in campo.

Il confronto su spazio e cyberspazio non avviene in campo aperto, ma la tensione resta sotto soglia – commenta Sandri -. L’orizzonte sarà quello delle operazioni multidominio”, ossia che contemporaneamente su sviluppano su più fronti (terra, acqua, aria, spazio, cyber). Lo scorso giugno la prima unità di difesa cibernetica delle tute grigio-verdi è entrata in piena attività. Proprio durante la pandemia in rete sono aumentate le tensioni, come evidenzia il rapporto dell’associazione italiana della sicurezza informatica, Clusit.

Per esempio verso bersagli della filiera della sanità si sono scatenati non solo i criminali, ma anche operazioni di spionaggio e di guerra cibernetica. Secondo gli esperti, ripercorrendo i dati degli ultimi tre anni, il crimine informatico è quasi passato in secondo piano: “Ormai ci troviamo a fronteggiare quotidianamente minacce ben peggiori (in particolare espionage e information warfare), nei confronti delle quali le contromisure disponibili sono particolarmente inefficaci”.

Nuova programmazione

In un mondo più veloce e in cui la tecnologia ha una veloce obsolescenza, l’idea è di adottare una gestione agile: se c’è qualcosa di innovativo lo inseriamo a livello prototipico e impariamo dagli errori, prima di fare una scelta definitiva”, dice Sandri. Intorno al progetto Ras l’esercito ha già raccolto 18 aziende. Tra gli altri campi di lavoro, il campione nazionale della difesa, Leonardo, sta studiando mezzi a decollo verticale, anche alimentati a batteria, più agili nelle megalopoli che, secondo Prospecta, saranno il futuro teatro delle operazioni. Per l’Unione europea questi mezzi devono arrivare in prospettiva a quota 25mila piedi, 300 nodi di velocità e a un raggio d’azione di mille miglia nautica.

La divisione italiana della tedesca Rheinmetall sta lavorando a sensori per velocizzare la capacità di riorganizzazione delle truppe. La Sira, specializzata in telecomunicazioni ed energia, ragiona su micro reti e nuove batterie, che oggi rappresentano il 15%-20% dell’equipaggiamento di un soldato Mentre l’Istituto italiano di tecnologia sta studiando cristalli fotonici per mimetizzare le truppe in modo dinamico o, con il Politecnico di Milano, materiali amorfi molto duttili.

Nel complesso, spiega Sandri, “il piano nazionale di ricerca militare per l’anno 2020 ha allocato 50 milioni di euro per consentire a startup, università e centri di ricerca di presentare prototipi e progetti e diventare tecnologie su cui la Difesa vanta un copyright”. Con la Cattolica di Milano, per esempio, è ai blocchi di partenza un progetto sul quantum computing mentre di big data si lavora con il Centro di ricerca, sviluppo e studi superiori (Crs4) in Sardegna. Quest’anno sarà scritto il piano 2022, che dovrà concentrare la ricerca su alcuni campi e stabilire la rete di partner. Mentre tra i prossimi campi di sperimentazione, come indica Prospecta, ci sono esoscheletri per il supporto alle attività di rifornimento, l’integrazione dell’Ai su mezzi cingolati e la progettazione di antenne al plasma e costellazioni di nanosatelliti a supporto per intelligence e sorveglianza.

The post Quali sono le nuove tecnologie che l’esercito italiano vuole mettere alla prova appeared first on Wired.



Leggi l’articolo su wired.it