(foto: Salvatore Laporta/LightRocket/Getty Images)

“Mercoledì 18”. “No, nel fine settimana”. “Anzi, fra due”. “Oppure anche a metà aprile”. “O addirittura a maggio”. A leggere le previsioni sul picco epidemico del coronavirus che pullulano sui media (giornalistici e non) viene da chiedersi se una parte ulteriore del nostro Paese abbia deciso di dedicarsi all’arte della preveggenza. E se dopo il totocalcio non sia giunto il momento di istituire pure il totocontagio.

Anche se per un cronista o per il pubblico l’idea di fissare sul calendario una data di culmine dell’epidemia può sembrare una grande idea, una notizia coi fiocchi, in realtà ci sono controindicazioni sia quantitative sia di metodo. Col rischio, tra l’altro, di portare a confondere la figura dell’epidemiologo con un equivalente degli antichi oracoli.

Ma quanto ha senso usare i modelli matematici del contagio per prevedere cosa succederà in futuro? “Per fare un paragone un po’ azzardato, possiamo dire che a oggi i modelli epidemiologici funzionano come le previsioni del tempo, ossia abbastanza bene solo sui brevissimi periodi”, ha spiegato a Wired Pier Luigi Lopalco, epidemiologo dell’università di Pisa. “Già fare previsioni a tre o a quattro giorni è impossibile”.

A rendere vano qualsiasi esercizio predittivo su scala più lunga, infatti, sono i continui cambiamenti avvenuti anche nelle ultime settimane all’interno della società italiana. “I modelli valgono per popolazioni più o meno stabili e in condizioni ideali, mentre quando i comportamenti cambiano nel tempo quello che succederà diventa imprevedibile”, continua Lopalco. Basta pensare ai vari decreti che hanno via via limitato la nostra mobilità quotidiana e i nostri contatti sociali, ma anche a eventi significativi come la migrazione di decine di migliaia di persone in treno dalle regioni del nord a quelle del sud. “Si tratta di perturbazioni nelle normali dinamiche di trasmissione, commenta, “di forti modifiche che in pratica costringono a rivedere tutti i modelli di progressione del contagio”. E considerando anche il ritardo con cui queste dinamiche sociali si riflettono nei dati raccolti – pari ad almeno un periodo di incubazione, ossia come minimo dai 5 ai 7 giorni – di fatto stiamo iniziando a intravedere solo ora gli eventuali effetti delle misure restrittive.

Il qui pro quo sul senso delle previsioni

Oltre al fatto che diversi pronostici si sono già rivelati falsi e che la maggior parte di quelli a venire sarà inevitabilmente sbagliata, il problema principale di questo gioco simil-astrologico risiede nel fare confusione sul significato stesso del picco. “I modelli predittivi non servono per dire alle persone quanti casi ci saranno nelle varie giornate”, chiarisce Lopalco, “ma sono utili a chi implementa le misure di contenimento per vedere se stanno funzionando oppure no”. Se, per esempio, con un certo trend si potrebbe stimare un aumento di 200 casi in un paio di giorni, allora se poi i numeri si rivelano inferiori significa che la strategia di rallentamento dell’epidemia sta avvenendo con successo.

Spostare l’attenzione da questi aspetti scientifici verso una sfida a chi la spara meglio e ci va più vicino, invece, ha poco senso e sembra piuttosto un modo per mettersi in mostra. “Prevedere i picchi non costa nulla”, aggiunge Lopalco, “e in più chi ci azzecca fa la figura del mago, mentre chi ha proposto una data successiva vanterà ottimismo perché l’epidemia sta evolvendo più in fretta del previsto”.

Dato però che l’epidemia sta procedendo con velocità e andamenti diversi nelle varie aree del Paese (così come da Stato a Stato), parlare di picco o trend unico a livello nazionale è un’altra considerazione poco utile. “Seguire con dati precisi e quotidiani ciò che accade a livello locale, per esempio su scala regionale, può permetterci in prospettiva di elaborare modelli realmente affidabili”, chiarisce Lopalco. Ma, per ora, è comunque troppo presto per dare numeri.

La speranza è che il picco sia molto più avanti

A chi auspica che il picco sia ormai prossimo probabilmente sfugge qualche dettaglio sulle strategie di contenimento dell’epidemia. “Una domanda che troppo di rado viene posta è che cosa succederà una volta raggiunto il picco, aggiunge Lopalco. E cioè? “Credo che al pubblico non si stia spiegando con sufficiente chiarezza che le misure di contenimento sono state adottate per rallentare l’epidemia, ossia per fare in modo che quel gran numero di contagi che in assenza di misure avverrebbe in quattro settimane venga spalmato su un periodo più lungo”.

Un picco più ravvicinato nel tempo, infatti, significherebbe una rapida ascesa dei casi quotidiani, ossia porre sotto ulteriore stress le già ultra-sollecitate strutture sanitarie. Viceversa, ritardare più possibile il picco vuol dire distriubuire su un lasso di tempo più lungo i casi di contagio, dunque concedere più ossigeno ai reparti ospedalieri e dare tempo al sistema-Paese di organizzarsi meglio. Ed è auspicabile, infine, che il picco cada in momenti diversi nelle varie aree del Paese, proprio per avere una ulteriore diluizione nel tempo per le richieste di ricovero e la necessità di utilizzare le terapie intensive.

La vera domanda è: quanto durerà ancora?

Lo abbiamo già ribadito in più occasioni: il picco non rappresenta la fine della crisi sanitaria, ma semplicemente l’ingresso in una nuova fase di gestione dell’epidemia, in cui sarà iniziato il rallentamento del contagio ma l’ondata di casi di Covid-19 sarà ancora ben lontana dalla conclusione. “Le misure di rallentamento dureranno molto a lungo, sintetizza Lopalco. “Quanto esattamente lo potremo vedere solo al progredire dell’epidemia, ma per ora l’obiettivo resta quello di ridurre il tasso netto di riproduzione fino a raggiungere una velocità di propagazione del virus che possa essere compatibile con le normali misure pubbliche di contenimento, ossia l’identificazione dei casi positivi e il loro isolamento. Il che è di fatto ciò che sta iniziando ad accadere in Cina, dove una (lenta e misurata) ripartenza è stata possibile solo dopo un drastico calo dell’intensità epidemica.

“La parola chiave è pazienza, aggiunge Lopalco. “I modelli servono agli specialisti, e sarebbe opportuno smettere di illudere le persone con previsioni su cui nessun ricercatore serio metterebbe mai la firma”, chiosa. Al momento dunque gli sforzi sono ancora concentrati nel raccogliere i dati nel modo più affidabile possibile, per poter capire esattamente quando il rallentamento sarà sufficiente e dunque quando si potrà iniziare a sollevare pian piano il sistema di restrizioni.

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