Telecamere di videosorveglianza (Pixabay)

Il finanziamento del ministero dell’Interno ai Comuni per impianti di videosorveglianza, costato nel 2020 quasi 17 milioni di euro, è solo l’ultimo capitolo di una ricerca di sicurezza che da oltre vent’anni assilla gli amministratori locali. La realizzazione di un sempre maggiore controllo dei territori demandato alla tecnologia ha radice nell’avvento di un nuovo concetto di sicurezza nelle politiche locali: il trait d’union tra cittadino e Stato diventano i sindaci, al terrorismo e alle mafie sono sostituiti micro criminalità e degrado urbano.

La percezione di insicurezza

Nei primi anni Novanta comincia a farsi largo un concetto di sicurezza legato sia al territorio sia a specifici comportamenti – non reati – che a detta dei politici locali sembrerebbero incidere sulla percezione di insicurezza dei cittadini (graffiti, schiamazzi notturni, ritrovo di giovani nelle piazze per consumare alcolici). Iniziano i progetti “Città sicure” e viene siglato il primo protocollo d’intesa con specifico riferimento alla sicurezza urbana. 

“Il discorso della sicurezza urbana in Italia viene animato dal centrosinistra in Emilia Romagna attraverso il progetto “Città Sicure””, commenta Enrico Gargiulo, sociologo e ricercatore all’Università di Bologna. Come citato da Tamar Pitch, professoressa di Filosofia del diritto all’Università di Perugia, all’interno del libro “Contro il decoro”, e da Rossella Selmini, professoressa associata di Criminologia all’Università di Bologna nel recente libro “Dalla sicurezza urbana al controllo del dissenso politico”,  il progetto “Città Sicure” portò ad una spaccatura all’interno del mondo della criminologia italiana. Molti accademici del tempo entrarono in buona fede nei tavoli di lavoro sulla sicurezza urbana, anche se proprio questi sdoganarano poi una certa mentalità che si rifaceva alle politiche di tolleranza zero di Rudy Giuliani a New York e ad altre politiche provenienti dal Regno Unito. 

Il progetto per “Modena città sicura”, realizzato nel 1995 nella città emiliana, è stato il primo esperimento in Italia con lo scopo di definire alcune linee di intervento sul territorio ben prima del 2008, anno in cui il termine sicurezza urbana fa capolino in una legge. A distanza di alcuni anni, tra il 1996 e il 1998, sono le tre leggi Bassanini a dare una spinta significativa in merito. La riforma della Pubblica amministrazione prevede infatti il decentramento amministrativo e la messa in mano ai comuni della sicurezza pubblica, fino a quel momento demandata unicamente allo Stato.

Allo stesso tempo viene introdotto lo strumento dei patti per la sicurezza, un accordo tra prefetto e sindaco che col passare degli anni varia nei contenuti ma il cui scopo è quello, come si legge per la città di Milano nel 2007, di lenire “un crescente senso di insicurezza, determinato dall’attuale stato dell’ordine e della sicurezza pubblica”. Otto anni dopo, il prefetto e il sindaco di Parma scrivono nel “Patto per una città più sicura” che è necessario contrastare “tutti quei comportamenti che, seppur non riconducibili a vere e proprie fattispecie criminose, tuttavia possono arrecare forte disturbo alle persone e provocare situazioni di degrado del territorio”.

In autonomia rispetto al governo centrale quindi molte amministrazioni comunali iniziano a parlare di sicurezza nelle città, ad attuare protocolli, patti e accordi tra prefetti e sindaci. Fil rouge che accomuna tutti questi strumenti è la necessità politica di considerare la percezione di insicurezza come ancor più importante della sicurezza in sé, anche in assenza di rilevanti problematiche criminose. “Sembra quasi che a fronte della costante diminuzione dei crimini su strada fosse comunque necessario per la politica fare leva sulla sicurezza. I reati dei colletti bianchi [truffe, riciclaggio, frodi, corruzione, nda] aumentano ma diversamente da quelli in strada, non si vedono. A mio parere la sicurezza è storicamente uno strumento di governo così centrale che non può scomparire con la diminuzione dei reati, quindi le si deve trovare un’altra declinazione”, continua Gargiulo. 

La sicurezza urbana e l’immigrazione

La legittimazione del tema della sicurezza urbana arriva al culmine del biennio 2007-2009, costellato da alcuni eventi cruenti che hanno avuto come sfondo Roma. Il tono di emergenzialità innesca un sempre maggiore interesse politico sulle città. L’allora ministro dell’Interno Giuliano Amato firma nella primavera del 2007 il Patto per la sicurezza con l’Associazione nazionale Comuni italiani (Anci). Due anni dopo, il successore Roberto Maroni realizza il pacchetto Sicurezza. E nel 2017 il decreto Minniti-Orlando chiude il cerchio.

I sindaci, lasciati sempre più liberi di agire sulle questioni cittadine, emettono oltre 500 ordinanze nel biennio 2009-2010. Secondo un report di Anci e Cittalia lo strumento dell’ordinanza è stato usato principalmente in regioni del Centro nord, con ambiti di intervento che cambiano nel tempo: dal contrasto alla prostituzione alla vendita di alimenti e bevande, fino ad arrivare ai “fenomeni ed atteggiamenti che ledono il decoro della città o che creano disturbo, non fisico, agli altri cittadini”.  A sottolineare l’abuso di questo strumento nelle mani dei sindaci la Corte costituzionale, che nel 2011 dichiara illegittimo il suo utilizzo anche in situazioni non urgenti. 

Nel 2017 il decreto Sicurezza del ministro dell’Interno Marco Minniti lega a doppio filo immigrazione e sicurezza (che diventa un “bene pubblico relativo alla vivibilità e al decoro delle città”). “Una stagione di costruzione di politiche securitarie in buona parte del centro sinistra. Anche la legge Turco-Napolitano parla di sicurezza e di immigrazione prima di Minniti, quindi possiamo tranquillamente affermare che la securitizzazione del tema in Italia è storicamente un progetto di centro sinistra prima ancora che di destra”, commenta Gargiulo. Il tema è al centro della partita elettorale, che si gioca sulle emozioni delle persone e sul sentimento di insicurezza dei cittadini. Viene sanzionato amministrativamente uno stile di vita, spesso non volontario, che secondo i promotori di queste politiche minaccia il decoro e quindi la vivibilità e la percezione di sicurezza dei cittadini.

La cartaccia, la scritta sul muro o il piccolo assembramento di giovani un po’ sospetti all’angolo sono fenomeni che cominciano ad essere etichettati in quel momento. La genericità e l’ambiguità della definizione di sicurezza urbana non può che acuire il problema. Minniti ha più volte affermato che la realtà dei dati sulla criminalità non è da considerare perché, anche se questi sono bassi, la percezione resta. Ed è questa sulla quale voleva lavorare e sulla quale ci si continua a concentrare tutt’oggi”, aggiunge Gargiulo.

La videosorveglianza costa e non sempre serve

Gli impianti di videosorveglianza urbana sono inseriti come strumento indispensabile abbastanza in sordina, anche se inevitabilmente. Più potere alle amministrazioni locali nel controllo del territorio significa aumentare la presenza delle forze di polizia, e questo non va di pari passo alle risorse nelle tasche dei Comuni. Nel patto per Milano sicura del 2007 viene dedicato un trafiletto riguardante l’utilizzo di videocamere nelle aree più a rischio. Con il passare del tempo sembra che il concetto di area a rischio interessi però gran parte della città. Secondo i dati richiesti da Wired al Comune di Milano, al momento ci sono 2.174 telecamere con finalità di sicurezza urbana, di cui 1.650 orientabili verticalmente e orizzontalmente e 524 fisse. Grandi numeri anche a Roma (1.769 videocamere), Venezia (392) e Parma (350).  

Sulla reale efficacia della videosorveglianza nell’ambito delle politiche di sicurezza, la strada in discesa dei comuni è stata per un attimo interrotta da una circolare del ministero dell’Interno del 2012 nella quale si sottolinea che “non sempre la diffusione dei sistemi di videosorveglianza viene accompagnata da una articolata discussione intorno alle opportunità ed ai limiti di tali strumentazioni […] in taluni casi l’utilizzazione, talora impropria e non sempre funzionale di tali sistemi genera diseconomie che originano da un inappropriato investimento di risorse pubbliche da parte degli Enti locali e da una non costante corrispondenza alle effettive esigenze di sicurezza del territorio”.

L’utilizzo di fondi pubblici senza che sia preventivamente riscontrata la necessità o meno di investire su uno strumento tecnologico è un punto cruciale, che però non trova soluzione nelle normative vigenti. Con l’introduzione del Gdpr nel 2018, i Comuni che identificano un rischio elevato nel trattamento dei dati ottenuti tramite la videosorveglianza devono effettuare una valutazione d’impatto sulla privacy per evidenziarlo e mitigarlo, e successivamente comunicarlo al Garante per la protezione dei dati personali.

Quel parere non richiesto

Interpellato via mail da Wired, il Garante comunica che post Gdpr nessun Comune ha finora presentato una consultazione preventiva per l’adozione della videosorveglianza con finalità di sicurezza urbana. Prima del Gdpr ne erano arrivate 11. “È verosimile che i Comuni, specialmente quando utilizzano sistemi di videosorveglianza tradizionali, non dotati di funzioni avanzate e innovative, giungano alla conclusione che il rischio che permane nonostante le misure di sicurezza individuate dal titolare non sia così elevato da richiedere una consultazione preventiva del Garante” commenta l’Autorità.

Nella pratica però, come dimostra il caso di sistema di riconoscimento facciale installato dal Comune di Como, è prima di tutto un problema di conoscenza della tecnologia che si sta utilizzando a determinare il successivo rischio per la privacy dei cittadini. Per una corretta gestione dei fondi pubblici – e dei rischi di sorveglianza – sarebbe utile che i Comuni analizzassero l’impatto sulla privacy dei cittadini obbligatoriamente prima di indire una gara d’appalto per installare la videosorveglianza. 

Per Gargiulo è preoccupante lo scenario che si delinea: “Selezionare i comportamenti accettabili negli spazi pubblici e allontanare chi non si conforma con una multa o un Daspo urbano è agghiacciante. Dovremmo dare peso alle condizioni socio-economiche delle persone, alla conformazione delle nostre città, alle scelte politiche sui vuoti urbani”

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