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Tutti corriamo il rischio di ammalarci di Covid-19, ma qualcuno è più a rischio di altri. Fin dall’inizio della pandemia, infatti, è stato evidente come le persone che soffrono di patologie pregresse vadano con maggiore probabilità incontro a forme gravi di malattia, tanto che l’Organizzazione mondiale della sanità (Oms) e anche alcune agenzie sanitarie nazionali hanno formulato linee guida elencando i fattori di rischio. Quante sono però queste persone? A questa domanda hanno provato a rispondere i ricercatori della London School of Hygiene & Tropical Medicine, che attingendo dalle banche dati dell’Oms, dell’Onu e nazionali hanno concluso che circa il 4% della popolazione mondiale richiederebbe il ricovero in ospedale qualora contraesse il nuovo coronavirus, identificando anche le categorie da cui partire per la progettazione di misure di prevenzione regione per regione.

L’approccio

Malattie cardiovascolari, malattie renali croniche, diabete e malattie respiratorie croniche sono alcune delle condizioni che l’Oms e altre agenzie di salute pubblica hanno identificato come fattori di rischio per lo sviluppo di forme gravi di Covid-19.
A partire dai dati sulla prevalenza di queste condizioni contenuti nelle banche dati nazionali e nel Global Burden of Diseases, Injuries and Risk Factors Study 2017 dell’Oms, e dalle stime dell’Onu, nel nuovo studio pubblicato su Lancet Global Health i ricercatori della London School of Hygiene & Tropical Medicine forniscono stime globali, regionali e nazionali del numero di persone che richiederebbero un ricovero in ospedale qualora si ammalassero di Covid-19. L’analisi comprende 188 Paesi sottolineandone le differenze in relazione alla composizione della popolazione e alle principali problematiche di salute pubblica di ciascuno, nonché distinguendo per fascia d’età e sesso.

Le stime mondiali

Ciò che è emerso è che nel mondo ci sarebbero 1,7 miliardi di persone (il 22% della popolazione mondiale) affette da almeno una condizione di salute cronica indicata dalle linee guida Covid-19 dell’Oms. In particolare meno del 5% delle persone di età inferiore ai 20 anni, ma oltre il 66% delle persone di età pari o superiore a 70 anni, presenta almeno una condizione di base che potrebbe aumentare il rischio di forme gravi di Covid-19. Tra la popolazione in età lavorativa (da 15 a 64 anni), si stima che il 23% abbia almeno una condizione di base.
Non tutti, però, secondo i ricercatori, svilupperebbero forme gravi della malattia qualora si infettassero, ma stimano che a richiedere il ricovero in ospedale sarebbero all’incirca 349 milioni di persone, cioè il 4% della popolazione mondiale. Il rischio varia da meno dell’1% nelle persone di età inferiore ai 20 anni a quasi il 20% in quelle di età pari o superiore a 70 anni, e passa a oltre il 25% nei maschi di età superiore ai 70 anni. In tutte le fasce d’età inferiori ai 65 anni, circa il doppio del numero di uomini rispetto alle donne richiederebbe il ricovero in ospedale. Oltre i 65 anni, il rapporto diventa meno marcato perché le donne sono sovrarappresentate nelle fasce di età più anziane a causa della maggiore aspettativa di vita.

Paese per Paese

Va da sè che in base alla composizione della popolazione ci sono differenze tra i Paesi. In Africa, per esempio, l’età media della popolazione è molto più bassa che in Europa, e infatti la percentuale della popolazione con una o più condizioni di salute varia dal 16% in Africa (283 milioni di persone su 1,3 miliardi) al 31% in Europa (231 milioni su 747 milioni). Ciò non significa, comunque, che Sars-Cov-2 non sia un problema per il continente africano, dove, soprattutto in certi stati, l’Aids è una vera e propria piaga.

Anche altri Paesi in cui l’età media della popolazione è più bassa risentono di specifici problemi di salute pubblica, come nel caso delle Fiji e delle Mauritius dove c’è un’alta prevalenza di diabete.

I limiti

Lo studio ha di certo dei limiti, ammettono gli autori. Le stime, infatti, sono state ricavate prendendo in considerazione i fattori di rischio cronici inclusi nelle linee guida internazionali, ma non tengono conto di altre condizioni che potrebbero influire come per esempio l’etnia e le condizioni socioeconomiche. Per questo le cifre sono indicative e servono come spunto per le decisioni dei responsabili politici, che potrebbero attivare servizi di consulenza per le categorie più a rischio o stendere piani di prevenzione adeguati al livello di rischio attribuendo priorità per le campagne vaccinali future. “Mentre i paesi escono dal lockdown, i governi stanno cercando modi per proteggere i più vulnerabili da un virus che è ancora in circolazione”, ha commentato Andrew Clark. “Speriamo che le nostre stime forniscano utili punti di partenza per la progettazione di misure per proteggere coloro che hanno un aumentato rischio di ammalarsi gravemente”.

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