(foto: H Vesna/Pixabay)

Facciamo sempre più tamponi, dovremmo farne di più e non ne facciamo abbastanza: il test diagnostico rinofaringeo di sfregamento è di gran lunga il più chiacchierato (e il più efficace) nel valutare la positività di una persona al Sars-Cov-2. Non a caso siamo passati dalle poche migliaia di tamponi al giorno fatti a marzo ai circa 150mila degli ultimi giorni, probabilmente comunque insufficienti a tracciare con precisione come sta circolando l’infezione ma anche segno di uno sforzo non da poco per il nostro sistema sanitario.

Come abbiamo già raccontato più volte qui su Wired poi, a oggi esistono due diverse tipologie di tampone, identiche nell’esecuzione sul paziente ma diverse nell’analisi. Una rapida o veloce, che consiste di un test antigenico alla ricerca delle proteine specifiche del nuovo coronavirus e che dà esito in una manciata di minuti, in cambio di qualche garanzia in meno di affidabilità. E l’altra tradizionale o lenta, che si basa sui test molecolari tramite la tecnica Pcr e identifica direttamente l’rna virale, con ottima accuratezza ma anche parecchie ore di attesa.

Se da un lato fare più tamponi è una strategia doverosa per tentare di monitorare l’evoluzione dell’epidemia e contenere nuovi focolai, allo stesso tempo il gran numero di test eseguiti quotidianamente pone anche una questione di tipo economico. Costi che gravano sul sistema sanitario nazionale, oppure anche sul singolo cittadino quando si decide di eseguire il test in modo indipendente, tipicamente per accelerare i tempi d’attesa. Ma quanto costa, e perché, ciascun tampone?

Dal bastoncino al medico

Fare valutazioni economiche sui tamponi non è semplice, per almeno due ragioni. La prima è che i dati a oggi disponibili dimostrano che c’è una grande variabilità dei costi e dei prezzi, non solo all’interno della sanità privata o tra privato e pubblico, ma anche tra una sanità regionale e l’altra. E il secondo motivo è che quando si tratta di spesa per il settore pubblico è difficile valutare nel complesso l’insieme di tutti i costi, includendo anche quelle voci di spesa che rientrano in computi diversi, come gli stipendi del personale sanitario.

La miglior stima al momento disponibile per il costo pubblico di ciascun tampone è di 59 euro. Si tratta di un valore calcolato dall’Alta scuola di economia e management dei sistemi sanitari (Altems) dell’università Cattolica di Roma sulla base della spesa sanitaria sostenuta da ciascuna regione, suddivisa per il numero di test effettivamente eseguiti. E nella stessa indagine si evidenzia come ci siano regioni dove il tampone costa apparentemente di meno (in Basilicata e in Calabria parrebbe appena 35 euro) e altre in cui il prezzo lievita, come per i 79 euro della provincia autonoma di Trento e gli 89 euro del Veneto. In termini assoluti, avremmo avuto finora un esborso per le casse dello stato superiore al mezzo miliardo di euro (eravamo già oltre i 300 milioni a inizio settembre), e al ritmo attuale di esecuzione dei test vanno aggiunti poco meno di altri 9 milioni di euro al giorno. Cifre nemmeno altissime se si valuta l’importanza dei test per tentare di arginare il contagio, ma con cui le casse statali (e della sanità in particolare) devono comunque fare i conti.

A incidere sul costo per tampone è anzitutto il prezzo del kit monouso, in cui è compreso il bastoncino con cui prelevare il campione, il contenitore in cui riporlo e (in termini di consumo) la quantità di reagente necessario per l’analisi nel caso del test molecolare Pcr. Per questo kit si stima un prezzo che oscilla tra i 18 e i 25 euro, su cui il bastoncino incide per un euro appena. A questo costo imprescindibile vanno poi aggiunte una serie di voci che includono l’utilizzo delle strumentazioni dei laboratori micro-biologici necessarie all’analisi, i costi per il personale medico e più in generale sanitario, laboratoriale e amministrativo che deve seguire tutta la filiera dal prelievo del campione alla refertazione e comunicazione dell’esito, più eventuali ulteriori costi imputabili all’organizzazione e alla predisposizione di tutto il processo.

Ben più alto, e soprattutto a carico del singolo cittadino, è invece il prezzo dello stesso test eseguito presso strutture private. Secondo i dati raccolti da Altroconsumo in un’analisi condotta su oltre 150 strutture di sei regioni (Campania, Emilia Romagna, Lazio, Lombardia, Piemonte e Veneto) il costo medio sale dai 59 del pubblico ai 94 euro del privato, con un minimo di 65 euro ma anche punte di 150 o 200 euro a tampone. Dati confermati nella sostanza anche da Money.it, che abbassa il record minimo a 60 euro e conferma il massimo prossimo a 200, ma aggiunge anche che la maggior parte dei test viene proposta a un prezzo prossimo ai 100 euro e solo eccezionalmente superiore ai 120.

Cosa cambia con i test antigenici rapidi?

È più agevole chiarire che cosa resta uguale: occorre una persona adeguatamente formata che esegua il prelievo del campione dal naso e dalla faringe del paziente, ossia che faccia il tampone. A parte questo aspetto, la procedura di analisi cambia completamente, e di conseguenza anche i costi. Anzitutto, le strumentazioni necessarie all’analisi del campione sono molto più semplici – possono consistere di un lettore digitale portatile – e restano impegnate per un tempo molto inferiore alle ore necessarie per l’analisi Pcr, limitato ad appena una dozzina di minuti.

Tutto ciò abbatte non solo il tempo necessario per avere l’esito, ma anche i costi. Pure in questo caso esiste una forte variabilità geografica (oltre che tra pubblico e privato), ma per farla breve si può dire che si spazia dai 22 euro a tampone accordati dalla regione Lazio per i propri laboratori (con piccoli sconti, in qualche caso, scendendo anche a 20 euro) fino a una media per le strutture private che approssima i 50 euro. Ma per chi volesse una corsia preferenziale e prioritaria alcune strutture offrono soluzioni anche oltre i 100 euro.

C’è però un rovescio della medaglia, che spiega anche come mai non possiamo dire addio ai tamponi analizzati tramite il metodo classico. Il test antigenico, infatti, garantisce un’affidabilità inferiore, dunque la rapidità e l’economicità sono da barattare con una probabilità più significativa di avere falsi positivi e falsi negativi. Al momento, convenzionalmente, si è stabilito che chi risulta positivo al tampone analizzato in via rapida deve essere poi sottoposto a un secondo tampone da analizzarsi con tecnica molecolare, in modo da confermare o smentire l’esito del primo test.

Se per la sanità pubblica questo significa far rientrare nel computo dei costi anche le successive analisi Pcr su chi risulta positivo al test rapido, nel caso delle persone che si rivolgono a strutture private porta a suggerire di informarsi preliminarmente su ulteriori obblighi e spese da sostenere a seconda dell’esito del test rapido.

Non confondiamo tamponi rapidi e test sierologici

Infine, una piccola precisazione. In alcuni casi viene fatta un po’ di confusione tra i tamponi antigenici e i test sierologici, presentando questi ultimi come test rapidi (effettivamente sono molto veloci, ma la sovrapposizione lessicale può confondere). I test sierologici hanno un costo confrontabile o inferiore rispetto a quello dei tamponi con analisi antigenica, scendendo anche al di sotto dei 10 euro, ma hanno una finalità diversa perché valutano la presenza di anticorpi nel sangue e non quella del virus nella cavita orale e nasale. E poi, soprattutto, non hanno un valore diagnostico individuale ma sono utili per indagini epidemiologiche.

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