(foto: United Nations Covid-19 Response/Unsplash)

All’inizio, ormai oltre un anno fa, secondo alcuni l’affaire nuovo coronavirus sarebbe stato questione di qualche giorno, o di poche settimane al massimo. Poi è diventato evidente che sarebbe servito passare come minimo all’ordine di grandezza di diversi mesi, resistendo per tutta la primavera 2020 e oltre. All’arrivo dell’estate, come sappiamo, più d’uno s’era illuso che la pandemia fosse ormai solo un ricordo, ma con il ritorno dell’autunno è stato evidente che la cosiddetta seconda ondata ci avrebbe certamente accompagnati per tutta la stagione fredda. Con l’annuncio e l’approvazione dei primi vaccini l’ottimismo è di nuovo tornato al centro della scena, quasi come se ormai i giochi fossero fatti e la strada fosse tutta in discesa.

Di fronte a tutte queste speranze e alla voglia di tornare alla normalità, non stupisce certo che al nuovo crescere dei contagi e dei ricoveri (qualcuno la chiama la terza ondata, altri la parte numero due della seconda) lo sconforto possa prendere il sopravvento. È infatti evidente a tutti che ancora, un anno dopo, non è questione di giorni o di settimane, ma che per mettere la parola fine alla fase acuta dell’emergenza sanitaria le prospettive siano ancora da indicare utilizzando i mesi – o gli anni, a volere vedere il bicchiere mezzo vuoto – come unità di misura.

Ma quanto manca, verosimilmente, al termine di questa storia? Quanto a lungo dovremo resistere ancora? Come ovvio una risposta certa a oggi non c’è, sia perché nessuno ha la sfera di cristallo sia perché molto dipenderà anche da noi, come individui, come comunità scientifica, come aziende farmaceutiche, come paese e come umanità intera. La domanda però è incalzante e frequente, quindi si può provare a mettere insieme qualche indicazione di massima.

Le grandi variabili

Spesso nel dibattito pubblico e sui giornali molta dell’attenzione si concentra sulla rapidità con cui arriveranno le forniture dei vari vaccini, e con cui le dosi saranno somministrate nel braccio delle persone. Questo tema – di certo decisivo, anche in termini del risparmiare vite umane – non è però quello con l’impatto più grande di tutti, se si guarda alla pandemia in senso più ampio.

Per esempio, a fare la differenza sul medio e lungo periodo saranno altre variabili come la diffusione delle varianti del Sars-Cov-2: quali e quante versioni del virus avranno grande diffusione, e quanto saranno capaci i singoli vaccini di evitare le forme gravi delle corrispondenti infezioni virali? A oggi in generale possiamo dire che non sappiamo quali vaccini proteggano da quali varianti, e in gran parte solo le sperimentazioni in corso potranno fornire qualche indicazione in più. Di certo abbiamo la possibilità di ricalibrare i vaccini in base alle mutazioni del virus, ma a quel punto la gara di velocità tra nuove formulazioni e diffusione delle nuove varianti sarebbe decisiva. Peraltro, al momento non abbiamo ancora valutazioni conclusive su quanto ciascun vaccino possa prevenire l’infezione e la trasmissione, dunque se si possa o meno fare affidamento sull’idea di raggiungere un’immunità di gregge.

Altri elementi di grande rilevanza sono l’arrivo di vaccini approvati per gli under 16 (che corrispondono a oltre 8 milioni di persone solo per l’Italia), la durata della protezione offerta dai vaccini stessi e l’adesione alla campagna vaccinale. Per quest’ultimo punto finora il problema non si è posto per via della scarsità di dosi a disposizione, ma per raggiungere i traguardi di copertura il tema non è affatto secondario.

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(foto: Yasmina H/Unsplash)

Il bicchiere mezzo pieno

Nell’ipotesi che non dovesse verificarsi alcuna delle situazioni più problematiche, è ritenuto ragionevole che la fine del nostro resistere coinciderà con la conclusione del primo round di campagna vaccinale. Ciò non significa che si potrà abbassare la guardia o cantare vittoria dichiarando la fine della pandemia, ma più semplicemente che potremo uscire dalla fase acuta dell’emergenza sanitaria e tornare, per usare le parole del direttore della prevenzione del Ministero della salute Giovanni Rezza, a una “pseudo-normalità”. O, per usare quelle del direttore dell’Uf One Health Center dell’università della Florida Ilaria Capua, a quel punto “saremo dall’altra parte”, con il peggio alle spalle.

Fuori di metafora, il senso è che se il vaccino proteggerà le persone più fragili e quelle più a rischio dalle forme gravi della malattia, potremmo vedere un abbattimento nel numero di ricoveri ospedalieri, nell’occupazione delle terapie intensive e nei decessi. Diminuendo la pressione sul sistema sanitario e aprendo a un alleggerimento delle misure restrittive di prevenzione.

Su quando ciò potrebbe accadere, ammettendo di essere in questo scenario favorevole senza ulteriori inghippi, ci sono pareri discordanti. Capua per esempio ha parlato di soli 2 mesi, immaginando possano bastare alcune settimane ulteriori di campagna vaccinale per proteggere le fasce fragili, e magari confidando nel possibile aiutino della stagione calda per i mesi immediatamente successivi.

Rezza ha invece stimato tra i 7 e i 13 mesi, ossia tra l’inizio del prossimo autunno e la primavera 2022, sulla base di un modello matematico che ha per ipotesi 240mila dosi di vaccino somministrate al giorno e una durata della copertura di almeno 2 anni. Insomma, secondo quest’ultima valutazione (che allude alla possibile immunità di gregge) la partita in vista della stagione fredda 2021-2022 sarebbe ancora tutta da giocare. E dipenderà dall’efficienza della campagna vaccinale, così come della capacità di limitare la circolazione del virus da qui ad allora.

Italia, Europa, mondo

Quando ci si chiede quanto a lungo ancora si dovrà resistere, spesso il riferimento sottinteso è al contesto italiano, oppure al limite a quello europeo. In questo caso, come noto, i prossimi mesi saranno quelli di massimo sforzo per fare massa critica di vaccinazioni.

Naturalmente però non tutto il mondo procede alla stessa velocità: per i paesi meno ricchi (e che purtroppo si ritiene verranno penalizzati) l’anno dei vaccini sarà soprattutto il 2022. In una visione globale, quindi, è davvero improbabile che la situazione sia ovunque sotto controllo entro quest’anno. Secondo una famosa dichiarazione di Bill Gates, per esempio, sarà necessario almeno un altro anno e mezzo per metterci alle spalle la fase più critica, che si protrarrà anche nella migliore delle ipotesi fino in pieno 2022.

Infine, va tenuto in considerazione che ognuno declina il concetto di resistere in maniera diversa. Un conto è resistere al dramma quotidiano dei bollettini, con centinaia di decessi al giorno solo in Italia. Un conto è resistere vivendo in zone colorate nelle varie sfumature di rosso e arancione. Un altro è resistere continuando a indossare la mascherina. Altro ancora è resistere senza affollare piazze, stadi e palazzetti. Così come è diverso resistere senza potersi spostare liberamente e agilmente da un paese all’altro in giro per il mondo. Ciascuna di queste cose avrà presumibilmente tempi molto diversi dalle altre, e per alcune di queste serviranno certamente anni.

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