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Del contact tracing, il tracciamento dei contatti, si è parlato in più riprese durante tutta la pandemia. Nella prima fase dell’epidemia andava di moda lo slogan delle 3 T: testing, tracing e treating, una formula che adesso non è più utilizzata, anche se il tracing rimane centrale. All’inizio si diceva che le app ufficiali (per l’Italia Immuni) sarebbero state efficaci solo se le avesse scaricate circa il 60% della popolazione, ma poi si scoprì che anche con percentuali molto più basse i risultati si manifestavano ugualmente. Oggi si torna sul tema con un punto e con una prima ampia valutazione dell’impatto delle app nella gestione dell’emergenza. Il contact tracing, se unito alle altre misure, è utile e importante: stando ai dati preliminari di due studi (non ancora peer reviewed) l’uso delle app potrebbe aumentare, fino a raddoppiare, rispetto al tracciamento tradizionale, il numero di contatti stretti raggiunti. E questo è un risultato importante. Ecco cosa  appiamo e quali sono le criticità.

Contact tracing, il doppio delle notifiche

I primi studi indicano dati favorevoli, anche se permangono ancora alcuni ostacoli – non relativi alla privacy, che è tutelata – nell’uso per alcuni di questi software. Per esempio c’è una valutazione condotta dall’università di Oxford, ancora non pubblicata (spiegato qui, sulla pagina dell’Alan Turing Institute inglese), della app utilizzata nel Regno Unito e supportata dal National Health Service. Lo studio ha mostrato che l’applicazione manda in media 4,4 notifiche per ogni persona che risulta positiva al coronavirus, ovvero più di 4 contatti stretti. Si ricorda che nel contact tracing (anche nel caso del tracciamento analogico) vengono avvisate tutte le persone entrate in contatto stretto e, nel caso di individui sintomatici, soltanto nei due giorni precedenti la loro comparsa, quando si è contagiosi. Il numero di notifiche (4,4) è circa doppio rispetto a quello che si riesce a fare con un tracciamento manuale (1,8 notifiche in media).

Anche uno studio spagnolo preliminare, cui ha preso parte l’Association for Computing Machinery a Barcellona, pubblicato su Nature Communications arriva a risultati simili. I ricercatori hanno rilevato che grazie alla app spagnola Radar Covid si rintracciano circa il doppio dei contatti rispetto a quelli manuali. Nel caso della app svizzera SwissCovid, poi, (qui in preprint) il numero di persone in quarantena aumenta del 5% e di queste circa il 17% risultano poi positive al virus – numeri che sembrano bassi ma che sono comunque rilevanti.

Immuni in numeri

Al contrario di quanto affermato all’inizio, il download dell’applicazione da parte del 60% dei cittadini non è un requisito imprescindibile per farla funzionare bene, anche se è comunque auspicabile che la abbiano quante più persone possibile. Nell’aggiornamento del 22 febbraio 2021 sulla pagina di Immuni risulta che hanno scaricato l’app oltre 10,3 milioni di italiani (circa lo 16,7%), che il totale dei positivi che hanno caricato i codici sono 12mila e le notifiche (totale non completo, come spiega la pagina web) sono circa 89mila.

Stando a questi dati Immuni non sembra decollata, segnale che il suo corretto uso, a fronte dei vantaggi che può conferire, dovrebbe essere implementato. Nel Regno Unito i download sono di più, dato che, su quasi 67 milioni di persone, l’hanno scaricata in 21 milioni. Il gruppo dell’università di Oxford, di cui fa parte il ricercatore italiano Luca Ferretti ha spiegato in un articolo su Nature che per ogni aumento dell’1% degli utenti, quando si è superata la soglia del 15% di cittadini con la app, potrebbe ridurre il numero di nuove infezioni dallo 0,8 al 2,3%.

Criticità da superare

Ma c’è ancora qualche punto critico nella struttura di alcune app, che rimangono utili e valide. Per esempio, nel caso della app svizzera SwissCovid, spiega sempre su Nature Viktor von Wyl, epidemiologo all’università di Zurigo, il design del software ha un elemento che potrebbe essere ripensato. Le persone che scoprono di essere positive al coronavirus devono ricevere dal loro medico o dall’autorità sanitaria locale un codice che devono inserire nella app per avvisare i loro contatti stretti. E questo passaggio manuale ha rappresentato un ostacolo, soprattutto nel pieno della pandemia, quando gli operatori sanitari erano completamente impegnati nella gestione dell’emergenza.

Anche nel caso della nostra app Immuni c’è un passaggio manuale e questo in alcuni casi in Italia ha contribuito a ritardi e mancate notifiche. Sul sito della app stessa si legge che “gli utenti che sono risultati positivi al virus possono caricare su un server, con la collaborazione di un operatore sanitario, i codici casuali che i loro dispositivi hanno trasmesso nei giorni precedenti, in modo da renderli disponibili a tutti i dispositivi che hanno l’app installata, senza che questo consenta l’identificazione diretta degli utenti positivi”.

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