(fonte: fotogramma dal video dell’esperimento)

Era il 2013 e Be right back – un episodio della seconda stagione della serie Black Mirror – vedeva protagonista Martha, una giovane donna rimasta da sola dopo la morte in un incidente stradale del fidanzato Ash. Su suggerimento di un’amica, la giovane decide di affidarsi a un servizio online che permette alle persone di rimanere in contatto con i defunti, che arriverà a consegnarle un clone fisico del suo amato. Sette anni dopo in Corea del Sud è stata la realtà a superare la fiction, grazie alla tecnologia. Una madre, Jang Ji-sung, ha riabbracciato la figlia scomparsa a causa di una malattia incurabile all’età di sette anni: la vicenda straziante – documentata sui giornali di tutto il globo, e a cui è stato dedicato molto spazio anche in Italia – é stata resa possibile grazie a un uso innovativo di alcune tecnologie appartenenti al più vasto insieme della realtà virtuale.

Il progetto coreano si chiama I Met You ed è prodotto dalla Munhwa Broadcasting – un’emittente sudcoreana – che lo ha raccontato in un video-documentario pubblicato qualche giorno fa, che come detto sta facendo il giro del mondo. Il naturale desiderio umano di fronte a una perdita – specie così insensata e dolorosa – è sempre quello di poterla colmare, di poter riabbracciare chi ci ha lasciati: ma cosa succede se al limite dell’uomo incombe la macchina dello sviluppo tecnologico? Lo scenario lascia spazio a varie interpretazioni, e purtroppo non tutte a lieto fine.

L’altra faccia della medaglia

La madre protagonista dell’esperimento, Jang, ha vissuto una rappresentazione della realtà che ovviamente non corrisponde alla dura condizione che la riguarda: seppur l’esperienza possa avere degli benefici al primo impatto, sarebbe opportuno non trascurare gli effetti a lungo termine che questo stratagemma può comportare. Quanto avvenuto riapre infatti l’ormai annoso interrogativo etico e morale su un uso così estremo (in senso emotivo, anzitutto) delle nuove tecnologie. C’è chi ha sostenuto che vadano considerati gli effetti sulla salute mentale di un simile esperimento, che porta con sé un’enorme e provante componente psicologica. Quella che Jang ha visto non è la figlia, ma una sua riproduzione virtuale in un mondo digitale creato su misura per realizzare il documentario: vederla in questi termini potrebbe significare non riuscire a elaborare il lutto, in tutto o in parte, e costringere la donna a conseguenze serie in termini di salute mentale. La sua reazione immediata (“Ho vissuto un momento felice, il sogno che ho sempre voluto vivere. Forse è il paradiso esiste davvero”) non combacia per forza con le conseguenze a medio termine dell’esperienza.

Se quindi da un lato l’esperienza appare come un sollievo, un riparo dal dolore del lutto, dall’altro potrebbe portare anche a conseguenze spiacevoli, se non pericolose. Nel Dsm – lo storico e influente manuale diagnostico dei disturbi mentali – si parla di “disturbi dell’adattamento” quando una persona sottoposta a forti fonti di stress in concomitanza con eventi traumatici della vita (come la scomparsa dei propri cari) reagisce sviluppando depressione e compromettendo il proprio “funzionamento sociale e lavorativo”. Di norma i sintomi si risolvono entro un periodo di 6 mesi, ma possono durare più a lungo se il fattore stressante diventa cronico: ecco che continuare a vedere in carne e ossa una persona che ci ha lasciati può diventare problematico.

Se alcune ricerche e studi hanno dimostrato finora alcuni effetti positivi nel trattamento tecno-assistito dei disturbi dopo il lutto, questo non significa che la sensibilità di una singola persona non possa portare a effetti differenti. E i possibili effetti collaterali sono terribili: come spiega la psicologa Sibylle Krüll nel suo libro dedicato al tema, quello del lutto è “un percorso psichico, mentale e spirituale che richiede lo svolgimento di alcuni compiti: accettare la realtà della perdita, attraversare i sentimenti del lutto, adattarsi a un nuovo contesto di vita”. L’esperienza in realtà virtuale sarebbe dunque un modo per allontanare la presa di coscienza della tragedia, e per questo occorre chiedersi: quanto può aiutare l’elaborazione del lutto? E quanto invece finisce per ostacolarla?

Volendo citare un altro caso simile basta citare l’invenzione di Eugenia Kuyda, una giovane informatica russa, la quale, dopo la morte di un caro amico, ha utilizzato le sue competenze creando un’app che permette di comunicare con la persona defunta grazie all’intelligenza artificiale. I lati positivi – e commoventi – di tutti questi esperimenti sono noti e facilmente identificabili: occorre però anche pensare ai contraccolpi che causano, che potrebbero essere ugualmente importanti.

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