(foto: Getty Images)

Quando, il 9 marzo 2020, l’allora presidente del Consiglio Giuseppe Conte annuncia restrizioni in tutta Italia per fermare l’esplosione di casi di coronavirus, anche la macchina della giustizia deve pensare a un piano B. La strada è una: digitalizzare. Se la giustizia civile, dopo una decina d’anni di attività del portale per il processo civile telematico (Pct), arriva all’appuntamento avendo già tolto le rotelle alla bicicletta, quella penale, invece, deve tuffarsi nella piscina dei grandi senza aver mai preso lezioni di nuoto.

È così che nasce il portale per il deposito degli atti penali (Pdp), che a tendere deve diventare, per il ministero della Giustizia, il canale principe per gli avvocati. Il decreto legge Ristori impone che memorie, documenti, richieste e istanze previsti dall’articolo 415-bis del codice di procedura penale (che regola l’avviso all’indagato di chiusura delle indagini) debbano passare solo e soltanto dal Pdp. Il 13 gennaio un nuovo decreto aggiunge alla lista denunce, querele, opposizioni all’archiviazione, nomine, revoche e rinunce del difensore. Tuttavia il portale disattende da subito le aspettative: malfunzionamenti e difetti di progettazione sono il pane quotidiano degli avvocati.

Il Pdp è solo un tassello nel puzzle che deve trasformare un pachiderma che si nutre di carta, come la giustizia penale, nel suo gemello digitale. Della rete di applicativi e programmi per smaterializzare faldoni e atti fanno parte anche il Sistema informativo di cognizione penale (Sicp), una stanza virtuale dove si possono visualizzare le carte, nato nel 2016, e il Tiapp, per gestire in modo integrato i documenti, dall’archivio alla notifica, entrambi utilizzati dal personale amministrativo delle cancellerie e delle segreterie.

Il portale per il deposito atti penali
Il portale per il deposito atti penali

Cronologia di un progetto

Fino al 2020 l’unico strumento digitale inserito nelle procedure penali è la posta elettronica certificata. Così, quando la pandemia chiude l’Italia in casa, il governo deve approntare una soluzione d’emergenza per sfoltire le file diuturne di avvocati che, armati di mascherina, attendono ore per depositare i fascicoli. La svolta arriva con una serie di decreti che, dalla primavera, stabiliscono la possibilità di depositare gli atti per via telematica e affidano al ministero della Giustizia il compito di sviluppare un portale per raccoglierli.

Il Pdp fa la sua comparsa a maggio, “ma fino a ottobre è rimasto nell’ombra”, spiega Andrea Soliani, presidente della Camera penale di Milano. Nella prima fase solo alcune procure, dicono dal ministero, lo possono usare: Napoli, Milano, Brescia, Perugia e Catania. Il decreto legge 137 del 28 ottobre scorso lo rende obbligatorio per tutti almeno fino alla fine dell’emergenza sanitaria (ad aprile), stabilendo in quali fasi gli atti devono passare da Pdp e in quali via pec.

Costretti a usare il portale, i legali devono fare i conti con falle e problemi di progettazione. “Ma se non va a buon fine il deposito, si rischia che l’assistito possa finire in carcere – incalza Soliani -. Questo portale ha difetti di funzionamento che compromettono l’esercizio del diritto di difesa. Il deposito degli atti è una fase essenziale”.

E ricorrere alla pec, in alternativa, non è una strada percorribile. A sbarrarla, pur a fronte dei cahiers de doléances dei penalisti, ci pensano una sentenza della Cassazione e un parere del tribunale del Riesame di Milano: se l’atto arriva via posta elettronica certificata ma per legge deve passare dal portale, viene giudicato inammissibile. “Hanno dato un’interpretazione straordinariamente rigorosa, da noi giudicata non condivisibile”, commenta Soliani. Mentre è “molto grave che si sia passati dal decreto d’urgenza alla sanzione di inammissibilità dell’atto senza prevedere una fase intermedia di implementazione”, secondo Giuseppe Campanelli, avvocato del foro di Roma e membro del consiglio direttivo del circolo dei giuristi telematici.

Il portale per il deposito atti penali
Il portale per il deposito atti penali

Il cantiere del portale

A lavorare al Pdp è la Direzione generale sistemi informativi automatizzati (Dgsia). La digitalizzazione del processo penale è una delle partite più delicate in via Arenula. Basti pensare che, come scrive il ministero della Giustizia in risposta alle domande di Wired, l’appalto complessivo (che non riguarda solo il Pdp ma anche molti altri progetti) è “sottoposto a particolari misure di sicurezza” e il dicastero non entra nei dettagli del contratto. Durata cinque anni, esecutivo da luglio 2019, si articola in quattro lotti (uno per lo sviluppo e tre per la migrazione a livello locale) e, escluso l’hardware, si aggira sui 140 milioni di euro. I data center sono in Italia e gestiti dalla Dgsia.

A oggi, dati del ministero, il solo Pdp ha processato 54mila depositi, spesso composti da più file. Tuttavia, per Campanelli si tratta di “un sistema progettato da gente che sembra non sapere cosa sia un computer né cosa sia la pratica processuale”. Perché, prosegue il legale, “i problemi iniziano ancora prima dell’accesso, con la previsione dei nuovi cosiddetti ‘atti abilitanti’, che vincolano l’avvocato all’ottenimento di uno speciale permesso per depositare i propri atti”.

Detto in altre parole, per accedere al Pdp serve una sorta di lasciapassare. Un documento ufficiale per “dimostrare di essere titolato a fare il deposito, spiega Giuseppe Vaciago, penalista e partner di 42 Law Firm. Per ora, come precisa il ministero, “la richiesta di indicare l’atto abilitante è limitata alle sole nomine per procedimenti in fase di indagini preliminari”. L’obiettivo, dicono da via Arenula, è “tutelare il segreto investigativo ed al fine di evitare le cd. nomine esplorative. Non è possibile che non esista un atto abilitante, che serve anche a conoscere il numero del procedimento”.

Il portale per il deposito atti penali
Il portale per il deposito atti penali

I malfunzionamenti del portale

Dai racconti degli avvocati interpellati da Wired, emerge che il Pdp ha problemi procedurali e tecnologici. A cominciare dal fatto che  non dispone di un certificato https – protocollo che protegge la pagina da manipolazioni – se non dopo che si è entrati nella finestra di login. A causa di questa carenza tecnica, un attaccante informatico potrebbe dirottare l’utente su una pagina clone di quella per l’accesso, eventualmente tentando di acquisirne le informazioni personali o le stesse credenziali di accesso. E l’immagine utilizzata nel sito è una foto d’archivio, con tanto di watermark in sovrimpressione che spesso è utilizzato per indicare quando il contenuto non è stato pagato

“Questo portale non è stato pensato per gestire il traffico a livello nazionale – chiosa Vaciago -. Così il digitale, che dovrebbe agevolare, rischia paradossalmente di creare un ritardo. Il risultato è che il Pdp va spesso in sovraccarico e questo non consente di depositare gli atti. L’ultimo episodio risale proprio allo scorso 2 marzo, quando il portale è risultato irraggiungibile per diverse ore da tutta Italia e la Dgsia si è scusata dando la colpa a “ripetute cadute di tensione sulla dorsale elettrica del fornitore nazionale del servizio elettrico, che alimenta il datacenter di Roma”. “Un’ammissione del fatto che il Pdp non dispone di comuni sistemi di protezione come i gruppi di continuità o che questi sono decisamente sottostimati?”, si chiede Michele Pietravalle, fornitore di servizi internet.

Ma proprio i disservizi costanti spingono gli avvocati a ricorrere a degli escamotage pur di poter assolvere ai loro compiti. “Dalla cancelleria ci hanno suggerito di fare un’autocertificazione per dire che il portale non funzionava e poter depositare l’atto in forma cartaceo”, raccontano Fabrizia Bussolino e Simone Giacosa, penalisti dello studio legale Leading law. E Campanelli aggiunge che “è capitato che numerosi imputati si trovassero assegnato un avvocato d’ufficio prima ancora che il legale designato avesse la possibilità di depositare la nomina sul portale”
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Ritardi e nuovi test

Dentro il Pdp alcune funzioni non sono attive o stanno venendo implementate anche dopo mesi dalla sua nascita. È questo il caso della lista testi, il cui tasto non rispondeva ai comandi fino a poco tempo fa anche per quelle aree in cui è in sperimentazione. Ancora, il portale accetta file fino a un massimo di 30 mega, ma in molti casi si tratta di scansioni e dunque di documenti più pesanti dei pdf nativi. Anche questa misura causa disservizi agli utenti ed è tuttavia stata confermata anche nell’ultimo provvedimento tecnico del 24 febbraio scorso. “Un giorno avevamo delle denunce da fare e ci abbiamo messo tre giorni perché il portale dava errore”, lamenta Vaciago. 

Il ministero respinge le accuse di malfunzionamenti: alla casella email dedicata “non risultano specifiche criticità” e anzi, via Arenula rivendica che “il portale è sviluppato con architettura a micro servizi che permette di gestire in modo semplice lo scaling dei servizi e il load balancing (la distribuzione dei compiti tra varie unità computazionali, ndr) tra le repliche di uno stesso servizio”. Dall’altra, proprio negli scorsi giorni il direttivo della Camera penale di Trapani ha dichiarato lo stato di agitazione, protestando contro i malfunzionamenti del Pdp, i cui “problemi mortificano l’avvocatura”, si legge in una nota. 

La sperimentazione avanza. A Torino, per esempio, si sta testando il “deposito degli atti al dibattimento penale”. Tuttavia dal ministero ammettono che le Procure possono organizzarsi in autonomia. Quella di Milano, per esempio, ha iniziato ad accettare le pec prima del semaforo verde di via Arenula.

Il Sicp
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La frontiera della giustizia digitale

In generale il processo penale telematico accusa la fretta con cui è stato messo online. Per esempio, l’autenticazione con il sistema pubblico di identità digitale (Spid) è stata implementata solo alla fine di febbraio e ancora non è possibile autenticarsi tramite la carta d’identità elettronica (Cie), erogata dallo Stato, per la quale il ministero non risulta neppure tra gli enti pubblici inseriti nella lista degli aderenti al servizio.

Il Pdp, inoltre, non accetta file all’infuori dei pdf. “Se devi depositare una relazione tecnica, è necessario accludere prove digitali – racconta Vaciago -. Attraverso un processo che trasforma il file in un altro file con un hash, si cristallizza la prova, secondo le migliori pratiche della digital forensics”. Risultato: “Occorre depositare di persona una chiavetta usb”, chiosa il legale. Un procedimento non molto smart e del tutto contrario agli obiettivi di distanziamento sociale che il portale dovrebbe agevolare. “Con le cancellerie chiuse, tocca spedirle per posta – dice Vaciago -. Ma dentro c’è pur sempre una prova penale”

Per il ministero, le specifiche tecniche rispettano le regole previste da un decreto ministeriale del 2011. Al netto delle buone intenzioni, tuttavia, il sistema digitale non sembra semplificare i processi. Al contrario. Bussolino e Giacosa raccontano che “la consultazione degli atti digitali rispetto al cartaceo è più complessa. L’avvocato deve accedere al Pdp che a sua volta lo rimbalza sul Tiapp per poter consultare le migliaia di pagine contenute in un faldone (“un processo medio conta venticinque faldoni, ma si arriva a cento in alcuni casi”, dice Vaciago), diventano altrettanti pdf, che tuttavia non sono stati ottimizzati.

E questo genera file pesantissimi, difficilissimi da scaricare, se non impossibili. Specie se il download di uno viene moltiplicato per i 245mila avvocati abilitati in Italia alla professione (dati 2019 della Cassa forense). “Le pagine si aprono a blocchi – incalzano Bussolino e Giacosa -. Se dal cartaceo riusciamo a estrarre quello che ci interessa, con il digitale dobbiamo scaricare tutto e passare giorni ad analizzarlo”. Con conseguenze sulle parcelle per le persone che devono essere difese.

Ma anche nelle cancellerie il digitale, pensato per semplificare, ha generato nuovi grattacapi.  “Quando viene effettuato un nuovo deposito, dovremmo ricevere una ricevuta, ma questo spesso non avviene”, riferisce Campanelli. Problema che alcune cancellerie hanno tentato di risolvere informalmente, invitando gli avvocati a portare direttamente le chiavette usb in tribunale, per ritentare l’accesso con l’ausilio del personale di cancelleria, secondo quanto appreso da Wired

Dal ministero fanno sapere che dallo scorso 5 febbraio “è in sperimentazione presso i distretti di corte di appello di Milano e Palermo il portale del processo penale telematico anche per la consultazione e il rilascio di copie dei difensori”, che finora si potevano ottenere solo dagli uffici, attraverso il collegamento tra il Pdp e il Tiapp (l’archivio dei fascicoli). Tuttavia, a quanto apprende Wired, questa connessione tra i due sistemi funzionerà solo per i nuovi incartamenti e non per i vecchi. A Milano, dal Palazzo di giustizia non sanno prevedere gli effetti di quando i due sistemi dovranno scambiarsi contemporaneamente centinaia di fascicoli pesanti. C’è preoccupazione sulla tenuta dell’infrastruttura. Nonostante le difficoltà, per Vaciago non è il momento di abbandonare il campo: “Questo è un inizio e questo è il futuro. Deve funzionare. Perciò vanno sensibilizzate le varie forze in campo per colmare il divario digitale”.

Il Sicp
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Le udienze da remoto

L’ultimo scoglio del processo penale telematico sono le udienze da remoto, “incompatibili con il processo penale”, commentano Bussolino e Giacosa. Soliani spiega che la Camera penale di Milano fin dall’inizio della pandemia ha insistito per digitalizzare i fascicoli, “per evitare gli accessi in tribunale e lasciare così il palazzo di giustizia meno affollato, in modo di poter svolgere le udienze in presenza. Vedersi in faccia è fondamentale per cogliere gli elementi che consentono di arrivare al giudizio effettivo”.

Nel complesso le udienze sono state tutte spostate in blocco alla fine dell’emergenza. Tuttavia sono state celebrate quelle a carico dei detenuti, collegati da remoto con il processo. “Spesso però in questo modo manca una linea di comunicazione riservata con il difensore”, aggiunge Soliani: “L’ordine degli avvocati si è mosso per dotare le carceri di telefoni per fare i colloqui riservati, ma c’è il rischio che nella saletta ci sia sempre una guardia penitenziaria che ascolta. E questo è un problema gravissimo”.

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