(foto: Michele Feola/Unsplash)

Il tema non è se i nuovi parametri per il cambio di colore delle regioni italiane siano stati scelti in modo troppo o troppo poco restrittivo. E non è nemmeno se i provvedimenti e le chiusure corrispondenti a ciascun colore siano o meno adeguati. La questione, che abbiamo imparato e visto essere cruciale nella gestione dell’emergenza sanitaria da Covid-19, è la rapidità con cui si risponde all’andamento delle curve epidemiche. In modo da intervenire tempestivamente – a livello regionale – quando ce n’è bisogno e da riaprire e allentare le misure non appena le condizioni di circolazione del virus lo consentano.

Siamo proprio in questi giorni e in queste settimane al banco di prova del nuovo sistema di calcolo del colore delle regioni, che per la prima volta da quando sono stati rivisti criteri e parametri, sono a rischio di passare dalla zona bianca alla zona gialla, e così via. Come noto i nuovi parametri sono stati tarati tenendo conto del fatto che buona parte della popolazione è ora vaccinata, spostando quindi l’attenzione più verso lo stress delle strutture sanitarie che non sulla circolazione del virus. Curioso però che non ci sia alcun indicatore che tiene conto dell’effettivo stato di avanzamento regionale della campagna vaccinale, e parrebbe non essere affatto un caso che la prima regione che potrebbe passare in zona gialla – la Sicilia – sia anche quella con la campagna vaccinale che procede più a rilento. Ma questa è un’altra storia.
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Cosa insegna la permanenza in zona bianca della Sicilia

Almeno per questa settimana la Sicilia, come tutte le altre regioni italiane, continuerà a restare in zona bianca, in attesa del nuovo aggiornamento del ministero della Salute di venerdì 27 agosto. Questo nonostante fosse ampiamente pronosticato un suo passaggio in giallo già dall’inizio di questa settimana, e nonostante la circolazione del virus appaia non del tutto sotto controllo. Tanto che Regione ha ritenuto di imporre di propria iniziativa restrizioni anti-contagio in più di 50 comuni, nei quali varrà una sorta di zona gialla, oltre a due comuni (Niscemi e Barrafranca) in cui le regole saranno quelle della zona arancione. I provvedimenti saranno in vigore fino al 6 settembre.

Ad avere contribuito a questa strana situazione, che potrebbe evidenziare delle criticità metodologiche potenzialmente replicabili in altre regioni, è anche il sistema stesso di calcolo dei parametri. Se i tre parametri che definiscono il passaggio in zona gialla sono ben noti – oltre 50 casi settimanali ogni 100mila abitanti, l’occupazione dei posti letto in ospedale per pazienti Covid-19 superiore al 15% e in terapia intensiva superiore al 10% – è proprio il computo delle terapie intensive ad apparire come l’anello debole del sistema. E per almeno due ragioni.

La questione delle terapie intensive

La prima, che parrebbe una questione di lana caprina ma non lo è affatto, è che l’occupazione percentuale delle terapie intensive viene calcolata usando come numeratore i dati aggiornati quotidianamente dall’Agenzia nazionale per i servizi sanitari regionali (Agenas), mentre il denominatore (ossia i posti disponibili) vengono ricalcolati per decreto legge solo una volta al mese (all’inizio), generando quindi un indicatore che non fotografa la realtà effettiva delle terapie intensive. Proprio questo è accaduto in Sicilia, dove utilizzando come denominatore il numero di posti in terapia intensiva attualmente disponibili l’occupazione sarebbe stata superiore al 10%, mentre impiegando il dato aggiornato al 1° agosto (quando i posti disponibili erano più di quelli attuali) l’occupazione risultava del 9,2%.

La seconda riguarda invece il computo dei posti cosiddetti “attivabili” di terapia intensiva, ossia quelli di norma non utilizzati ma potenzialmente a disposizione qualora ce ne sia necessità e le terapie intensive standard siano sature. Dove sta il problema? È presto detto: attivare i posti disponibili anche se non ce n’è davvero bisogno permette di modificare l’indice di occupazione delle terapie intensive e magari di far scendere l’indicatore al di sotto di una delle soglie convenzionali.

La Sicilia ad agosto risulta con oltre 100 posti di terapia intensiva attivi in più rispetto a luglio. Ma è successo anche in tantissime altre regioni, come dimostra il fatto che in parecchi casi il numero di posti ancora attivabili sia sceso a zero nelle ultime settimane o sia molto più basso rispetto a qualche mese fa. In sostanza, in molti casi le terapie intensive sono già state portate vicine al massimo stato di allerta, nonostante l’occupazione per casi Covid-19 risulti di qualche percento appena. Naturalmente questa flessibilità non è infinita (anzi, in molti casi è già stata esaurita), ma può contribuire a snaturare il senso dell’indicatore di occupazione, portando al cambio di colore più tardi di quando in teoria sarebbe stato previsto.

Una combinazione di fattori ritardanti

Non c’è solo il metodo calcolo dell’occupazione delle terapie intensive a poter generare un certo ritardo tra situazione epidemiologica e provvedimenti. Fin dall’introduzione delle misure, infatti, diversi esperti hanno fatto notare che il passaggio da un monitoraggio basato essenzialmente sui casi registrati (con l’indice Rt protagonista) a uno centrato soprattutto sui ricoveri ospedalieri fa sì che la nostra visione sulla circolazione del virus sia spostata in avanti nel tempo.

Come noto, tanto in fase di crescita dei contagi quanto in fase calante, i ricoveri, le terapie intensive e i decessi sono gli ultimi indicatori a reagire e questo significa determinare un passaggio di colore delle regioni (in un verso o nell’altro, ossia in chiusura così come in riapertura) più tardivo che in passato. Naturalmente si tratta di una conseguenza dettata dalla necessità di non basarsi più tanto quanto prima sui casi poco gravi della malattia, ma è un rovescio della medaglia del nuovo sistema che non va dimenticato.

A questo si aggiungono altri fattori di ritardo ereditati dal passato, e in parte non eliminabili. Per esempio, i nuovi colori delle regioni entrano in vigore il lunedì sulla base della decisione del ministero del venerdì precedente, che a sua volta è basata sui dati della cabina di regia riferiti al martedì, che al solito accusano un certo ritardo rispetto all’effettivo andamento dell’epidemia. Senza contare che ci sono regioni che ancora adesso, a oltre un anno e mezzo dall’inizio della pandemia, comunicano i dati con un sistematico scarto temporale.

Zona giallo “chiaro”

Anche se non è propriamente un elemento legato al monitoraggio, a preoccupare come fattore ritardante nella reazione a un’ondata di contagi è anche la variazione delle regole in vigore in zona gialla rispetto al precedente sistema a colori. In pratica, infatti, secondo le norme in vigore una regione in giallo dovrebbe semplicemente reintrodurre l’obbligo di mascherine all’aperto e ridurre la capienza negli impianti sportivi e per le manifestazioni come concerti o festival, senza modificare l’occupazione dei locali, imporre coprifuochi o altre limitazioni. Salvo che per i grandi eventi, dunque, nella quotidianità il passaggio dalla zona bianca a quella gialla farà ben poca differenza, e dunque è improbabile che questi piccoli cambiamenti possano determinare un impatto significativo nella circolazione del virus.

Mettendo insieme tutti questi fattori, che sommano i loro effetti, il rischio è che si prendano provvedimenti seri (ossia da zona arancione, visto che quella gialla è parecchio blanda) solo molte settimane più tardi di quando inizia l’impennata di Covid-19, rendendo assai più complicato ottenere l’inversione di tendenza e il contenimento della circolazione del virus.

Stimare esattamente di quante settimane è difficile, ma per dare un’idea: due o tre come scarto temporale tra la curva dei contagi e l’andamento delle occupazioni ospedaliere, una come ritardo cumulato nelle varie fasi di trasmissione dei dati, un’altra per i tempi burocratico-amministrativi per l’entrata in vigore dei provvedimenti, magari qualche altra settimana risicata grazie ai posti attivabili nelle terapie intensive che abbassano le percentuali di occupazione, e per finire la necessità di raggiungere il 20% di occupazione (ossia la zona arancione) prima che il cambio di colore si traduca in azioni significative di contenimento. E tutto ciò non vale solo nella fase di ascesa, ma anche in quella discendente, con il rischio di trovarsi con le restrizioni ancora in vigore per settimane quando la situazione è ormai tornata sotto controllo.

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