(foto: Jeff Gritchen/MediaNews Group/Orange County Register via Getty Images)

Stando ai giornali, i Covid party sono ovunque. Sono spuntati per la prima volta intorno a marzo. Dall’Europa agli Usa, si diceva, le persone organizzano party con persone positive allo scopo di infettarsi. Dato che non pensano che il coronavirus sia così pericoloso, sarebbe un modo divertente per procurarsi l’immunità col valore aggiunto di farlo in modo naturale e divertendosi.

A luglio è arrivata una nuova ondata di notizie dall’America. Florida: una ragazza immunodepressa è morta dopo che la madre anti-vax l’aveva portata a un covid party. Alabama: si organizzerebbero delle feste con una riffa: chi si contagia, prende tutti i soldi dei partecipanti.

Poi in Texas una dottoressa ha registrato un video dove riferisce la confessione sul letto di morte di una vittima di covid. Era andato a un covid party, pensava fosse tutta una bufala, si era sbagliato.

C’è un problema però riguardo a questi Covid party. A dispetto della loro diffusione sui media, e dell’apparente plausibilità del fenomeno (specialmente guardando l’escalation dei contagi in Usa), al momento non ci sono molte prove che esistano pratiche simili e che siano così epidemiche.

Dai varicella party ai Covid party?

Diversi scettici in questi mesi hanno messo in guardia i media che le storie sui Covid party hanno i tratti tipici delle leggende metropolitane e dei panici morali. Non è fisicamente impossibile che un gruppo di incoscienti (o vittime di disinformazione e dell’infodemia) organizzi un party col proposito di infettare persone. Per di più, questo avrebbe un apparente razionale identico a quello dei pericolosi varicella party per bambini, ancora oggi promossi dagli oppositori dei vaccini. In un certo senso quindi la narrazione del Covid party esisteva già da prima del Covid, nelle nostre teste e in quelle dei media.

Infatti quando l’influenza suina colpì nel 2009, i giornali cominciarono a parlare di flu party. Il concetto era esattamente identico, ma anche quella volta i casi reali di sembravano stranamente evanescenti. In una lettera al British Medical Journal il medico Peter J Flegg commentava sconsolato:

“Sembra che i party all’influenza suina [orig.: swine flu”parties” n.d.a] in cui la stampa è sguazzata fino a poco tempo fa esistessero solo nella loro febbricitante immaginazione”.

Secondo il medico in Gran Bretagna non c’è mai stata alcuna prova di questi party, e sembravano ubiquitari solo grazie ai media affamati di storie sull’epidemia. Concludeva chiedendosi se questo non potesse piuttosto dare pericolose idee a qualcuno, più che mettere in guardia la popolazione.

Una situazione simile era allora quella degli Stati Uniti. I Cdc ritenevano probabile che i flu party di cui si parlava fossero una leggenda, ma visto che la prudenza non è mai troppa avvisò comunque popolazione: se vi invitano, non andate.

Il telefono senza fili nell’era di internet

Lo stesso invito vale per la Covid, perché tentare di prenderlo in quel modo non ovviamente è né sicuro né pratico. Ma se sono esistite storie leggendarie del tutto simili a quelle dei Covid party, di per sé questo non basta per dire che è la stessa pasta. Per quello bisogna andare vicino alla radice delle notizie. Prendiamo uno dei casi più famosi di presunti Covid party. Quando la notizia arrivò da noi, copiata dalla Cnn o chi per essa, raccontava che in Alabama le istituzioni avevano scoperto che gruppi di giovani organizzano Covid party. Oltre a infettarsi deliberatamente, ognuno dei partecipanti verserebbe una quota: i nuovi infetti vincono tutto.

La realtà: secondo il capo dei vigili del fuoco di Tuscaloosa dei noti positivi avrebbero partecipato a dei party. Punto. La parte sulla riffa e l’espressione Covid party vengono dalla consigliera Sonya Mcnistry, e non è dato sapere in base a quali informazioni, anche perché non ha mai risposto alle domande in merito poste da Wired Us. In compenso pochi giorni dopo lo Alabama Department of Public Health ha detto di non poter verificare se questi party avevano avuto luogo. Ma intanto la notizia era passata dalle testate locali ai colossi dell’informazione. L’espressione Covid party si è spostata dal testo degli articoli fino al titolo. Partita la catena di montaggio mondiale dei clickbait, i covid party di Tuscaloosa sono diventanti una realtà incontrovertibile.

Un altro esempio recente è la confessione del trentenne di San Antonio (Texas), che in punto di morte avrebbe detto di pentirsi di essere andato a un Covid party. Ma la confessione dell’uomo è di terza mano: un’infermiera l’ha riferita alla dottoressa Jane Appleby, che l’ha a sua volta diffusa. Quando è stata ripresa dal New York Times, il giornale ha specificato di non aver potuto verificare. I contact tracer di San Antonio non hanno informazioni che confermino o smentiscano l’accaduto. Senza negare la buona fede di nessuno, anche questa presunta conversione sul letto di morte non è una prova che ci fosse di mezzo un covid party.

Dai pericoli immaginari a quelli reali

Che delle persone continuino a incontrarsi senza precauzioni è un fatto, con o senza lockdown, ma questo non fa di ognuno di questi eventi un covid party.

Nel caso di Walla Walla (Washington), dove a maggio era esploso un caso, in seguito gli ufficiali hanno anche ritrattato: nessun Covid party. E la storia di Carsyn Leigh Davis, ragazza immunodepressa condannata a morte dalla madre no-vax che l’ha portata al Covid party? Quello che è certo è che ha partecipato a una irresponsabile festa senza maschere e distanziamento organizzata dalla sua Chiesa. Covid party è il nome che è stato usato dopo per parlare di quell’evento, forse per stigmatizzare ulteriormente le persone coinvolte, ma non ci sono prove di un deliberato tentativo di infezione dei partecipanti. Nessun dubbio: feste e incontri di questo tipo sono rischiosi quanto un vero Covid party. Ma non ha senso usare questa espressione per ogni contesto festivo dove non si rispettino le misure di sicurezza.

Tutto questo ancora non basta a dire che nessuno ha mai organizzato o organizzerà un Covid party. Il punto è che al momento il fenomeno di cui si parla è largamente creato dai media, come ha spiegato Benjamin Radford del Center for Inquiry. In piena pandemia non si rinuncia a presentare un certo fenomeno (vero o presunto) come una moda che si diffonde a macchia d’olio tra i più incoscienti, specialmente giovani. Scrive Radford:

“Abbiamo più che abbastanza minacce e pericoli associati a Covid-19; non c’è bisogno di crearne di nuovi. Bufale, disinformazione e voci possono causare danni reali durante le emergenze sanitarie; come sempre i migliori vaccini contro la disinformazione sono pensiero critico, media literacy e scetticismo”.

Un parere simile è quello di Gilad Edelman, tra i primi ad aver messo in dubbio alcune storie sui Covid party su Wired Us:

“Questo significa che i Covid party sono – gulp – una bufala? Non necessariamente. Non è possibile provare un risultato negativo; le prove potrebbero ancora emergere. Ma fino a quel momento i reporter e gli editor diffondono una voce non confermata senza il dovuto criterio. […] Quando il pubblico è già pericolosamente diffidente sia dei media che della scienza, pubblicare una storia sensazionale senza prove solide probabilmente non aiuta”.

The post Quello che sappiamo davvero dei Covid party appeared first on Wired.



Leggi l’articolo su wired.it