Finalmente si è giunti a una conclusione sul batterio Citrobacter koseri, responsabile in due anni della morte di quattro neonati nei reparti di Terapia intensiva neonatale e pediatrica dell’Ospedale della Donna e del Bambino di Borgo Trento, a Verona. A raccontarla è la nuova relazione della Commissione istituita dalla regione Veneto per indagare sulla vicenda. Nelle pagine, infatti, viene riportato che dal 2017 si è registrato un totale di 91 soggetti positivi al batterio, 9 neonati che hanno sviluppato una patologia invasiva dovuta al Citrobacter koseri, di cui 4 sono deceduti e 5 hanno riportato gravi lesioni cerebrali. Un vero e proprio evento epidemico, dovuto alla contaminazione dell’acqua nei rubinetti e nei biberon.

Ma di che batterio si tratta esattamente? I Citrobacter sono batteri appartenenti alla famiglia delle Enterobacteriaceae (la stessa di salmonella, klebsiella ed escherichia) ancora poco conosciuti. Isolati per la prima volta nel 1932, i Citrobacter si trovano nei suoli, nelle acque e nei cibi contaminati e sono responsabili di infezioni, soprattutto nei bambini e negli adulti immunodepressi. Il batterio colpisce le vie urinarie, ma può anche causare sepsi, meningite e danni al sistema nervoso centrale. Come riporta il sito microbiologiaitalia.it, i sintomi più comuni includono instabilità termica, irritabilità, convulsioni, ittero, vomito e letargia, mentre la sua trasmissione può avvenire sia da madre a figlio, sia da persona a persona. Il batterio, si legge in uno studio pubblicato sulla rivista Clinical Infectious Diseases, provoca il decesso di circa un terzo dei bambini con ascessi e la metà subisce danni al sistema nervoso centrale.

Sebbene non si sappiano ancora le cause della presenza del batterio nell’ospedale, le analisi ambientali svolte nell’ultima settimana di giugno scorso hanno rilevato il Citrobacter koseri sui rompigetto di alcuni rubinetti all’interno della Terapia intensiva neonatale e pediatrica e sulle superfici interne ed esterne dei biberon, utilizzati da due neonati risultati positivi al batterio. “Per le cure igieniche del bambino, nella specifica istruzione operativa è previsto l’impiego di acqua prelevata dal rubinetto dotato di filtro antibatterico, ma dall’analisi dei verbali risulta che i filtri antibatterici terminali siano stati posizionati solo a luglio 2020”, sottolinea la relazione. Inoltre, nella Terapia intensiva neonatale (Tin) il volume di prodotti ad uso di soluzione alcolica è stato al di sotto degli standard minimi indicati dell’Oms nel 2018 e poco al di sopra di questo livello nel 2019.

Il primo caso, ricorda la relazione, si è manifestato nel novembre 2018. “Le analisi molecolari, effettuate su campioni prelevati da alcuni pazienti positivi per Citrobacter koseri, hanno rilevato la presenza di un cluster epidemico”, si spiega nella relazione. “Da maggio 2020 si rileva un aumento degli isolamenti di Citrobacter koseri nella terapia intensiva neonatale. La ripresa della screening dimostra come persista una elevata circolazione del batterio tra i neonati ricoverati in Tin (nei primi 5 mesi del 2020 sono stati interessati il 33,6% dei neonati e, in alcuni momenti, come riportato dai verbali, il coinvolgimento ha riguardato il 75% dei soggetti ricoverati)”.

Queste osservazioni, spiega la relazione, suggeriscono che il reparto si è trovato di fronte a una contaminazione ambientale che ha portato a una diffusione del patogeno, con comparsa di infezioni invasive, con una iniziale sottostima e con il riconoscimento tardivo del problema da parte dei medici della Tin e con conseguente scarso coinvolgimento del Comitato infezioni ospedaliere almeno fino al primo trimestre del 2020. Inoltre, si scrive che “esiste l’evidenza di una mancanza di comunicazione ad Azienda zero e Regione Veneto degli eventi come stabilito dalle Direttive Regionali e Nazionali, infatti le informazioni degli eventi sono inizialmente state apprese esclusivamente da mezzi mediatici”.

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