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Lo strano, stranissimo caso di una persona contagiata da un ceppo ricombinante di hiv, uno di quelli che si usano in laboratorio per la ricerca, torna sotto i riflettori dopo che il Corriere della sera ha dato notizia della denuncia partita nei confronti delle due università, quella europea e quella italiana, che avrebbero dovuto vigilare sulla sicurezza della (ormai ex) studentessa, vittima dell’incidente. Che si sappia, è l’unico caso al mondo e anche a distanza di anni le domande aperte sono tante, prima fra tutte come possa essere avvenuto il contagio. Ripercorriamo la vicenda.

Malgrado l’incidente risalga a sette anni fa, questa sconvolgente storia ha conquistato le pagine della cronaca nel 2016, quando il caso venne presentato alla Conference on retroviruses and opportunistic infections a Boston (Usa) da un team italiano.

Ecco i fatti, come riportati dalla giovane vittima.

La ragazza, al tempo ricercatrice alle prime esperienze, scopre di essere sieropositiva in modo casuale, grazie al prelievo di controllo che tutti i donatori di sangue eseguono. Racconta dello shock: nessun fattore di rischio per lei, né droghe né rapporti occasionali non protetti. Da studentessa, però, durante un periodo di tirocinio in un ateneo estero, aveva lavorato con virus ricombinanti (ottenuti mettendo insieme pezzetti di materiale genetico qua e là, prendendo solo ciò che serve) derivati da hiv. “Ma erano virus che non potevano replicarsi, detti difettivi. In teoria un’operazione senza rischi.”, ha dichiarato la ragazza in un’intervista al Corriere della Sera.

Vita personale e carriera vengono azzerate. Poi ci sono le cure con farmaci antiretrovirali, e soprattutto rimane da dimostrare che a contagiarla sia stato proprio l’hiv maneggiato in laboratorio.

Ci vogliono cinque anni, ma alla fine le indagini condotte sul genoma del virus che ha colpito la ragazza confermano che non si tratta di un ceppo che infetta l’essere umano. Il suo virus contiene invece una firma identica a quella dei virus hiv che venivano utilizzati a scopo di ricerca nel laboratorio in cui la vittima aveva lavorato.

Come siano andate davvero le cose rimane tuttora un mistero.
Perché un virus in teoria innocuo è diventato pericoloso? E come è avvenuto il contagio?

Come vi avevamo raccontato all’epoca, nel 2016 i ricercatori italiani avevano riscontrato nell’hiv ricombinante la presenza di una proteina (chiamata Nef) che aumenta l’infettività del virus. Questa proteina, però, non avrebbe dovuto esserci perché non contenuta nei costrutti usati per assemblare i virus in laboratorio. Come ci sia arrivata non si sa.

Sulle modalità del contagio, poi, sono stati avanzati dei sospetti. È innanzitutto possibile che nel laboratorio non si rispettassero le dovute procedure per il contenimento del rischio biologico e che dunque la ragazza abbia manipolato (inconsapevolmente, era una studentessa che andava seguita e tutelata) materiale potenzialmente pericoloso in condizioni inappropriate.

La vittima è comunque sicura di non essersi punta con strumenti infetti, pertanto non ci si spiega come hiv possa essere entrato nel suo organismo. Qualcuno ha persino avanzato l’inquietante ipotesi che il virus ricombinante possa essersi trasmesso per via aerea, in forma di aerosol.

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