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Avvelenamento da uranio. Un evento raro ma che può accadere e avere conseguenze molto pesanti per la salute pubblica. Basti ricordare cosa è accaduto in India nel 2009, quando a segnalare che qualcosa non andava fu un’impennata di aborti, malformazioni e tumori soprattutto tra i bambini. E ad aggiungere guaio al guaio è che non ci sono soluzioni molto efficaci. Ora però un team dell’università di Soochow in Cina sembra aver trovato una molecola in grado di legare l’uranio all’interno del corpo in modo più efficiente e con minori effetti tossici rispetto alle alternative già conosciute efficiente. La terapia orale nei topi radioattivi è risultata efficace e promette d fare la differenza anche nell’essere umano.

Uranio

L’uranio è un metallo pesante radioattivo, ma dei 22 isotopi (cioè forme chimiche alternative) conosciuti solo tre – l’uranio 234, 235 e 238 – sono presenti in natura. Li utilizziamo, tanto per fare un esempio, per produrre il 10% dell’energia elettrica mondiale nelle centrali nucleari. E per altri scopi meno pacifici.

Sebbene raro, l’avvelenamento da uranio è possibile, specialmente se si lavora nel settore (nelle miniere, per esempio) o se si beve da un pozzo contaminato. E anche se non sono noti casi di avvelenamento acuto che hanno portato alla morte dei malcapitati, tutte le tracce di metallo pesante che rimangono nell’organismo (in particolare nelle ossa e nei reni) possono essere un rischio per la salute.

Guaio su guaio

Non ci sono tanti sistemi per depurare il corpo dall’uranio. Si conoscono solo una manciata di sostanze, cosiddette agenti chelanti, in grado di legarsi alla molecola e renderla inoffensiva mentre promuovono l’espulsione dall’organismo. Ma questi sistemi non sono ritenuti molto validi, tra scarsa efficienza e alta tossicità.

Una nuova proposta

Ora però i ricercatori cinesi dell’università di Soochow affermano in un articolo pubblicato su Nature Communications di aver individuato un nuovo agente chelante molto promettente, un derivato dell’idrossipiridinone che hanno chiamato 5LIO-1-Cm-3,2-HOPO. L’idrossipiridinone modificato per aumentare la sua affinità con l’uranio si lega alle molecole del metallo accumulate nei reni e nelle ossa con un’efficienza molto superiore rispetto agli altri agenti chelanti conosciuti e nei test su animali di laboratorio ha dato effetti tossici molto inferiori.

Facendo un paragone, se l’agente chelante dietilentriamina pentaacetato è in grado di rimuovere a mala pena un quinto dell’uranio accumulato nei reni e un decimo nelle ossa, il 5LIO-1-Cm-3,2-HOPO elimina l’80% dell’uranio nei reni e dal 50% al 33% circa di quello nelle ossa.

Non sono prestazioni eccezionali in assoluto, ammettono gli autori, ma la migliore alternativa finora conosciuta e potrebbe fare la differenza. Inoltre, aggiungono, il fratto che la sua somministrazione anche per via orale sia risultata efficace è un quid in più, che faciliterà la sua applicazione nell’essere umano.

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