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Alto reddito e comunità religiose chiuse. Ecco dove il sentimento antivaccinista si concentra di più secondo i risultati dell’ultimo sondaggio su scala globale della non profit britannica Wellcome Trust. L’organizzazione ha coinvolto 140 mila persone dai 15 anni in su in oltre 140 Paesi, interrogandole sulle loro opinioni su religione, scienza e salute e indagando le percezioni sui vaccini. Nonostante la maggioranza degli intervistati ritenga i vaccini sicuri e non sia contraria al loro impiego, rimangono delle pericolose bolle di ostilità, spesso ammantate di carattere religioso. Ma, sottolineano gli esperti, i dettami di fede potrebbero c’entrare relativamente.

Sfiducia nella classe medica, populismi e diffusione di fake news tramite social media vengono indicati come i principali fattori dell’ascesa dei movimenti NoVax nel mondo, con conseguenti focolai epidemici di malattie prevenibili quasi eradicate in alcuni Paesi (come il morbillo) e pericolo per la salute pubblica globale. Ma il fenomeno del rifiuto delle vaccinazioni potrebbe essere ancora più complesso e da quanto rilevato dal sondaggio della Wellcome Trust esisterebbero delle condizioni che non andrebbero sottovalutate.

In primis ciò che è emerso è che la sfiducia nei vaccini è maggiore nei Paesi ad alto reddito come gli Stati Uniti e l’Europa, dove da ormai diverso tempo la popolazione non paga il prezzo delle malattie prevenibili. Là dove invece queste malattie si diffondono ancora, dove ancora si muore o si rimane disabili, il fenomeno è molto più contenuto.

Non solo, il sondaggio ha anche messo in luce il fatto che alcune delle comunità in cui sono scoppiate le recenti epidemie sono accomunate da un fattore scomodo: il credo religioso. Il riferimento è – principalmente – agli Stati Uniti, dove 15 stati prevedono deroghe filosofiche alle vaccinazioni e in 45 ci sono esenzioni per motivi religiosi. Qui, le persone che si dichiarano affiliate a comunità religiose sono maggiormente propense ad aderire ai precetti della propria fede rispetto che a credere alla scienza ufficiale.

Eppure, nessuna delle grandi religioni si oppone apertamente ai vaccini. In un articolo del 2013 (nel quale si segnalavano più di 60 epidemie verificatesi all’interno di comunità religiose) i ricercatori concludono che ci sono “poche basi canoniche per evitare l’immunizzazione” nelle principali religioni del mondo, e che “le ragioni religiose per rifiutare l’immunizzazione in realtà riflettevano preoccupazioni sulla sicurezza del vaccino o credenze personali diffuse all’interno di una rete sociale di persone organizzate attorno a una comunità di fede”.

Di esempi ce ne sono (purtroppo) molti e anche molto recenti. Basti citare il focolaio di morbillo di Washington, che ha preso piede all’interno di una ristretta comunità cristiana i cui membri, pare, abbiano cominciato a rifiutare il vaccino Mpr (morbillo – parotite – rosolia) perché convinti fosse stato sviluppato a partire da cellule ottenute da un aborto volontario.

Il problema, comunque, non riguarda solo gli Stati Uniti – dove però le persone che dichiarano di seguire una religione hanno quasi il doppio delle probabilità di scegliere la fede (60%) invece della scienza (32%), quando queste sono in disaccordo – e l’Europa – nel sud il 59% ritiene che la scienza non sia in armonia con i propri valori religiosi. In alcuni Paesi musulmani il fondamentalismo mina le campagne di vaccinazione promulgando l’idea che i vaccini siano un trucco degli Stati Uniti per sterilizzare la popolazione oppure che vadano contro la volontà di Allah (andare contro la volontà di Dio era anche una delle prime argomentazioni cristiane contro i vaccini all’epoca di Jenner).

Saad Omer, direttore dell’Istituto per la salute globale di Yale, ha commentato questi risultati rimarcando la necessità di non sottovalutare il fattore religioso nelle attività per contrastare il rifiuto delle vaccinazione e che ricercare la collaborazione con i leader religiosi potrebbe essere un elemento da integrare nelle strategie di prevenzione. Ci vuole però cautela nell’interpretazione: la questione non può essere la religione in sé – avverte – che è solo un nodo attorno a cui le comunità si riuniscono. E ciò “significa che la salute pubblica ha l’opportunità di intervenire e lavorare con [queste] comunità”.

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