Redatto da Oltre la Linea.

Di recente John Judis, commentatore politico della sinistra, ha scritto un’importante tesi a favore del nazionalismo. “Il sentimento nazionale”, scrive nel suo libro The Nationalist Revival, “è un ingrediente essenziale della democrazia, la quale si basa sull’assunzione dell’identità comune, e dello stato di welfare, il quale si basa sull’accettazione, da parte dei cittadini, della loro responsabilità finanziaria nei confronti di persone che potrebbero non conoscere affatto, e le quali potrebbero avere dei background completamente diversi dai propri”.

Ovviamente, il nazionalismo può essere “la base della generosità sociale o dell’esclusione bigotta”. È dunque importante, secondo Judis, che i leader di uno stato illuminato spingano il nazionalismo nella giusta direzione.

Il nazionalismo di Judis

Judis evidenzia che, mentre il “globalismo” è una forza alla quale i nazionalisti, comprensibilmente, si oppongono, l’ “internazionalismo” non è un sentimento che deve obbligatoriamente contrastare con il sentimento nazionale. In un articolo scritto per il New York Times lo scorso ottobre, Judis ha elogiato questo tipo di nazionalismo come benefico per lo sviluppo di un welfare state prolifico e per un mondo più felice. Esso può anche diventare, ha scritto, una pietra angolare per la creazione di una cooperazione internazionale.

Per coloro che studiano il socialismo europeo, è chiaro che Judis stia riprendendo le posizioni del sociologo francese Pierre Bourdieu, il quale ha sostenuto per decenni che un regime socialista debba creare un qualche genere di collante sociale per tenere i suoi soggetti insieme. Judis sta trasferendo le idee di Bourdieu sulla scena politica americana.

A luglio, una conferenza sul “nazionalismo conservatore” avrà luogo a Washington, e potrebbe portare alla luce un “nazionalismo” che sia adattabile almeno quanto quello di Judis. Una degli speaker, Claire Lehmann, fondatrice di Quillette, parlerà di come il nazionalismo sia “l’antidoto al razzismo”. Presumibilmente, più il termine sarà inclusivo, minori saranno gli attacchi da sinistra per coloro che lo usano.

La presenza di Daniel Pipes e altri neoconservatori a questa conferenza suggerisce che alcuni dei presentatori porteranno due diversi e accettati concetti di nazionalismo: nazionalità proporzionale per gli Stati Uniti e solidarietà con il nazionalismo israeliano. In entrambi i casi, tuttavia, il nazionalismo che verrà sostenuto sarà legato a una politica estera aggressiva.

Nazionalismo, un significato diverso per diversi popoli

Il nazionalismo, in ogni caso, significa cose diverse per diversi popoli. Non significa la stessa cosa per gli estoni o per gli ungheresi, i quali appartengono a comunità storico-etniche, e per un paese pluralistico con centinaia di milioni di persone e una popolazione immigrata in continuo aumento.

Nell’ultimo numero de L’Incorrect, mensile del Rassemblement National, Steve Bannon parla della convergenza naturale tra il nazionalismo europeo e il movimento nazionalista che sta promuovendo negli Stati Uniti. Entrambe queste ideologie, dice Bannon, derivano dallo stesso principio nazionale. In un intervista con me sulla stessa rivista, ho considerato le idee di Bannon puramente teoriche. Gli Stati Uniti sono diventati troppo diversi e troppo culturalmente disuniti per inserirsi in un modello nazionale tradizionale. Il nostro uso del nazionalismo potrebbe portare a qualcosa di meno pittoresco e meno organico, ma più esplosivo, di quello che proviene dai nazionalisti baltici o da Viktor Orban.

L’etichetta nazionalista è oggi caduta nelle mani dell’establishment neocon, il quale ha teso a identificarlo con l’ingerenza internazionale. In altre parole, è stato appropriato da coloro che hanno già in mano il potere.

La stessa etichetta potrebbe anche essere usata dalla sinistra, vista la natura non-tradizionale del nostro “nazionalismo”. John Jurdis potrebbe, in effetti, essere il cantore di una nuova sinistra americana che celebra il nazionalismo, a condizione che a sinistra sia permesso di definire quel termine per il resto di noi. In effetti, potrebbe essere possibile inquadrare i diritti LGBT e le riparazioni per i neri come problemi “nazionalisti”. Il nazionalismo non deve nemmeno impedirci di lasciare entrare molti immigranti privi di documenti che stanno solo cercando di entrare a far parte del nostro team e di imparare i nostri valori.

Uomini e donne della destra del periodo della guerra, fino a figure posteriori come Russell Kirk e Robert Nisbet, erano comprensibilmente critiche del nazionalismo americano in quanto lo identificavano con l’ingegneria sociale e il governo centralizzato, e preferivano il localismo e il regionalismo a qualunque giustificazione per l’espansione dello stato amministrativo.

Ma ciò che rende il nazionalismo americano ancora meno appetibile oggi che quando Robert Nisbet lo criticò nel celebre libro The Present Age: Progress and Anarchy in Modern America è la sua ampiezza retorica. Può servire diverse agende, in base a quale blocco di potere lo utilizza. La speranza di Pat Buchanan che la causa nazionalista possa aiutare a ridurre l’immigrazione e conservare l’identità culturale e la morale tradizionale americana non ha funzionato come immaginato. Coloro che controllano la nostra politica e la nostra cultura determinano il significato delle parole, vale per il nazionalismo quanto per altre etichette politiche come “libertà” e “uguaglianza”.

Fino a poco tempo fa, il nazionalismo aveva forti associazioni per buona parte della classe politica. Significava, a ragione o a torto, etnocentrismo e disprezzo per gli stranieri. Ora le cose stanno cambiando. Coloro al potere hanno assoggettato il termine e lo stanno riciclando per i propri scopi. Stay tuned.

(da the American Conservative – Traduzione di Federico Bezzi)

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