(Foto: Duilio Piaggesi/Fotogramma/Ipa)

Nell’ultima settimana il sindaco di Milano, Beppe Sala, ha espresso alcune posizioni sullo smart working che hanno fatto molto discutere. La prima, in un video sui suoi social di alcuni giorni fa, è apparsa come un mezzo passo falso. “Un consiglio mi sento di darlo, io sono molto contento del fatto che il lockdown ci abbia insegnato lo smart working, e ne ho fatto ampio uso in Comune, ma ora è il momento di tornare a lavorare, perché l’effetto grotta per cui siamo a casa e prendiamo lo stipendio ha i suoi pericoli” ha detto. Mezzo passo falso, però, non completo: lo smart working non è infatti una dimensione replicabile tout court con il lavoro dipendente. Nasce fondamentalmente come ecosistema dell’impiego libero professionale, creativo, a volte manageriale, per cui – senza che nessuno si arrabbi – ci sta pure che dietro quell’etichetta con cui abbiamo pensato di risolvere ogni problema spunti anche chi, nelle amministrazioni pubbliche più arretrate così come nelle aziende meno pronte, si sia imboscato. Facendo ancor meno e ancora peggio di quanto faceva dal vivo. Gli altri, quello che lo smart working lo vivono di base, si sono invece inalberati – e a ragione – perché, ovviamente, di lavorare non hanno mai smesso. Coronavirus o no.

La seconda opinione apre invece un argomento importante di cui non abbiamo voluto discutere davvero, in questi mesi di telelavoro (non lo chiamo smart working, perché lo smart working è appunto un’altra cosa). In una lettera al Corriere della Sera Sala spiega che “abbiamo evitato il collasso della nostra società intraprendendo nuove modalità di vita. Tra queste, il lavoro a distanza. È stato chiamato smart working, ma forse un po’ impropriamente. Ci sono nubi su quell’aggettivo, smart. Le persone che hanno lavorato da casa, spesso, lo hanno fatto con limiti variabili di tempo, al di fuori di un contesto di regole e tutele adeguate per questo nuovo strumento e, sicuramente in molti casi, con grande sacrificio”.

Forse per recuperare dallo scivolone dirigista di qualche giorno prima, il primo cittadino milanese cambia oggi il focus della sua posizione. E spalanca giustamente i due problemi essenziali della condizione in cui milioni di persone, per cui il lavoro era fondamentalmente sinonimo di ufficio, sportello o studio a cui si aggiungevano al massimo qualche chat e le e-mail, sono ancora relegate. La prima l’abbiamo finalmente capita: non chiamiamolo smart working. La seconda: comunque lo si chiami, occorrono nuove tutele perché altrimenti rischia di essere una fregatura, per i lavoratori ma anche per gli utenti dei servizi.

Il lavoratore che vive lo smart working per così dire “di default” le tutele, infatti, se le costruisce da solo: articola la giornata come vuole, si organizza per obiettivi, viaggia o si sposta quando necessario senza rendere conto a nessuno, conclude progetti o incarichi in totale nomadismo, apre un fondo pensione integrativo o un’assicurazione sanitaria per le sue trasferte, fa ferie come desidera in base al carico di lavoro. Di tutto questo, spesso, i suoi committenti non hanno quasi contezza: quel che conta è un risultato di qualità. Per cui, sebbene anche lì servirebbero più tutele (specie sui tempi dei pagamenti), la garanzia stessa di un vero smart working è la libertà assoluta del proprio tempo e dei propri spazi. Il problema nasce quando questa dimensione, o almeno un simulacro di essa, viene trapiantata su una persona da sempre abituata a un lavoro in presenza, in una postazione specifica, con un ruolo preciso e che magari necessita di continue relazioni fisiche e di prossimità con altri colleghi o di accoglienza al pubblico. Senza contare il tasso di alfabetizzazione digitale, su cui occorrerebbe scrivere altri dieci articoli.

Mi pare che Sala parli di quelle persone. Non certo dei tanti, veri smart worker che riempiono la dinamicissima Milano e le altre grandi città d’Italia. Sono posizioni sacrosante che il sindaco approfondisce: “Lo smart working non è solo una grande opportunità, ma rappresenta un vero e proprio cambio di paradigma dell’organizzazione del lavoro – dice nella lettera – il Comune di Milano ha da tempo cominciato a sperimentare, positivamente, questa modalità di lavoro, che non consiste semplicemente nello svolgere le proprie mansioni da casa, ma richiede un nuovo modo, e un diverso grado di autonomia, nello svolgere l’incarico a cui si è delegati. La pandemia di questi mesi ha costretto ad accelerare il ricorso a questo strumento, ma per forza di cose è stato un utilizzo in emergenza. Senza una gestione ordinata del processo di transizione”.

Impossibile non essere d’accordo. Sala parla in seguito dello smart working come “diritto dei lavoratori nella nuova era digitale”. Allude a un nuovo Statuto dei lavoratori per tenere in considerazione tutti gli effetti collaterali e le ripercussioni “che una adozione massiccia di questa modalità — ripeto, senza un percorso di transizione ben governato — può generare sulle città”. Da sindaco, ovviamente, deve badare a tutti i pezzi del suo tessuto sociale: anche al ristorantino che, senza impiegati, a pranzo resta semivuoto. “Una città, resa fantasma, è un incubo inaccettabile”. Ma questo è ancora un altro aspetto della faccenda: sarà pure la città a dover cambiare pelle per rispondere alle mutate esigenze lavorative, logistiche e ricreative.

Chiude con una posizione un po’ all’italiana, per la serie “occhio che se state a casa poi si rendono conto di non avere bisogno di voi e vi fanno fuori”. Non si capisce se la condivida o meno, ma non è poi questo l’importante: “Temo che il lavoro a distanza, non adeguatamente inserito in una strategia complessiva, lasciata al semplice vantaggio economico o alle “forze del mercato”, possa aumentare la possibilità che posti di lavoro vengano tagliati – avverte Sala – Anche di chi oggi è in smart working. È questa la mia preoccupazione. Corroborata da indizi che raccolgo ovunque e che lasciano presagire prossimi “piani di efficientamento” da parte di moltissime aziende”.

Purtroppo, in molte realtà, funziona in effetti così e il vuoto che esiste fra i due estremi del lavoro tradizionale in presenza e dello smart working, che dovrebbe essere riempito da una dimensione agile fatta di elasticità e nuove tutele per un lavoro dipendente versatile come accade solo in poche grandi realtà, è difficile da colmare. Ed è l’autentico dramma del dibattito un po’ provinciale di questi mesi di lockdown in cui a una versione casalinga del primo estremo abbiamo voluto appiccicare l’etichetta del secondo.

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