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La crisi causata da Covid-19 ha dimostrato, non solo in Italia, che nel futuro serviranno sistemi sanitari più forti, in grado di resistere agli stress test, capaci di sfruttare davvero le potenzialità del digitale e abili nel valorizzare la mole di dati che si genera a tutti i livelli nell’ambito del sistema salute. Uno scenario totalmente diverso quindi, con priorità ripensate e in cui la tecnologia non è una parte del tutto ma il vettore che orienta il cambiamento profondo.

Ma come realizzarlo? Un contributo in merito arriva dal progetto sociale, aperto e partecipativo, La Salute in movimento. È stato presentato nell’ambito della consultazione pubblica sulla Strategia nazionale per l’intelligenza artificiale, elaborata dal Mise grazie alle proposte di un gruppo di esperti che era stato selezionato dallo stesso ministero dello sviluppo (dal 1° al 31 ottobre scorso, era possibile inviare osservazioni ed elementi di approfondimento al documento ministeriale).

L’apporto della Salute in movimento suggerisce che grazie a un investimento forte, anche di visione, sull’Ai una nuova stagione potrebbe aprirsi per tutti gli attori della salute e della sanità, a patto di orientarsi su due assi: fiducia e relazione. Il contributo congiunto, firmato tra gli altri dal filosofo Luciano Floridi, dal rettore dell’università Humanitas Marco Montorsi, dal direttore scientifico di Novartis Italia Gaia Simonetta Panina, da Felicia Pelagalli, ceo di Culture, da Annamaria Parente, senatrice e presidente Commissione permanente Igiene e Sanità, da Luca Bolognini, presidente dell’Istituto Italiano per la Privacy e la Valorizzazione dei Dati e dal deputato Alessandro Fusacchia (promotore dell’intergruppo parlamentare sull’Ai) delinea obiettivi ma propone anche iniziative, intorno a tre nuclei principali di intervento: governance dei dati, statuto degli algoritmi e competenze sanitarie digitali.

L’artificial intelligence come strumento per concepire modelli predittivi del fabbisogno sanitario, per sviluppare nuovi farmaci, incrementare la telemedicina per curare meglio i pazienti da remoto. Una svolta auspicabile ma non priva di potenziali criticità.

Nello scenario legato alla governance dei dati, si richiede una valorizzazione molto più sistematica delle informazioni che si generano non solo grazie a referti e esami diagnostici ma anche attraverso dispositivi personali come le app e i wearable device. Secondo il documento, partendo da un patrimonio informativo che nasce da fonti diverse, andrebbero progettati e implementati i modelli predittivi per ottimizzare la spesa, arrivare con più precisione ai bisogni. Il tutto senza far venire meno la privacy di chi titolare dei dati è, incentivandone la minimizzazione. Più open data, anonimizzati, anche ai fini della ricerca, medica ma non solo.

Ancora più complesse e rilevanti, le sfide sul fronte algoritmi: il fattore bias può rivelarsi più critico del solito in un ambito dove in ballo c’è la salute degli individui. La discriminazione potenziale di intere categorie effettuata da algoritmi di machine learning non adeguatamente supervisionati danneggerebbe la causa per cui i dati sono utilizzati. In quest’ottica, si chiede trasparenza “come precondizione” ma anche un processo pubblico e aperto di confronto, l’introduzione di un vincolo normativo per la costante supervisione umana e la disponibilità degli enti regolatori a fare la propria parte per essere certi che non ci siano deviazioni. Non solo i sistemi di artificial intelligence dovrebbero essere certificati su basi scientificamente solide ma anche garantiti nel tempo e monitorati nelle possibili evoluzioni.

Ultimo punto, la competenza dei professionisti della sanità che deve essere al passo con l’evoluzione tecnologica. Il suggerimento è di mappare le competenze digitali degli operatori sanitari e coinvolgere tutti i vari professionisti nella formazione digitale alla salute. Il cambio di passo però dovrebbe partire fin dall’università, con un piano di formazione strutturato che tenga conto di tutta la complessità che la trasformazione digitale richiede, anche negli aspetti etici e manageriali.

Questa la visione del progetto La Salute in movimento per il punto 4 (salute e benessere) dei settori prioritari, sette quelli in totale,  al centro delle azioni contenute nella Strategia Nazionale: secondo il documento governativo, nell’ambito della salute e del benessere, “le applicazioni dell’Ia sono moltissime e permettono sia di dare impulso all’innovazione di prodotto e di processo, grazie allo scambio e all’aggregazione di informazioni oggi disperse in una pluralità di banche dati pubbliche e ampiamente sottoutilizzate, sia di soddisfare i nuovi bisogni derivanti dall’invecchiamento della popolazione e di incrementare l’inclusione sociale di categorie di cittadini svantaggiati”.

Tra i firmati del progetto, che a sua volta nasce per iniziativa comune di Novartis Italia e della società Culture, anche numerosi deputati; tra questi Alessandro Fusacchia e Angela Ianaro, deputati e promotori degli Intergruppi parlamentari rispettivamente sull’Intelligenza artificiale e su Scienza e salute, che sottolineano come la proposta sia “il frutto di un impegno condiviso tra società civile e parlamentari”, nascendo dal confronto tra associazioni, università, operatori della sanità e politica, “affinché questa pandemia non sia una grande occasione sprecata e aumenti il senso di urgenza di interventi che grazie alla tecnologia possono rendere la medicina più “vicina” ai pazienti”.

La svolta richiesta è complessiva per creare un’offerta sanitaria aderente alle esigenze delle persone in generale, anche laddove non siano ancora allo stadio “pazienti”. La formazione digitale alla salute, la health and digital literacy, dovrebbe quindi interessare anche questi ultimi. Ma in quale quadro si collocano attualmente queste visioni? Una recente ricerca dell’Osservatorio digitale in Sanità della School of Management del Politecnico di Milano affermava che la piena evoluzione verso il modello della cura connessa è ancora lontana, quindi lo è anche l’utilizzo forte di dati, tecnologie digitali e dell’empwerment dei cittadini e dei professionisti, anche se diversi parametri sono in crescita (investimenti, sperimentazioni per la telemedicina, l’apertura dei professionisti sull’uso di strumenti digitali). Tuttavia qualche elemento di resistenza permane, secondo la ricerca (svolta su un campione di mille cittadini): l’uso dei chatbot da parte dei cittadini è ancora limitato, anche laddove proposto, e le soluzioni di Ai piacciono più per il coaching virtuale che per il riconoscimento dei sintomi o per la formulazione di una diagnosi (secondo quanto affermano gli stessi medici specialisti).

E i dati, in particolari quello che il documento di proposta identifica come derivanti dall’utilizzo di dispositivi wearable e dall’app di personal health? Secondo la ricerca dell’Osservatorio, tra i soggetti sondati, un cittadino su 4 li monitora ma solo il “5% li condivide con il medico, il 67% non lo ha fatto perché non ha avuto necessità e il 13% perché il medico non era interessato a riceverli”. Le stesse aziende sanitarie possono fare di più nella valorizzazione dei dati provienienti da app, wearable  e sensori, perché solo una fascia ridotta li analizza dopo averli raccolti; meglio invece le aziende sanitarie fanno nella gestione dei dati amministrativi analizzandoli con gli analytics anche in forma advanced.

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