Redatto da Oltre la Linea.

Quanto accaduto ieri è agli atti: Conte rassegna le dimissioni, al termine di un discorso dal sapore di giravolta ad ogni virgola, Salvini ribatte con frasi semplici e poco approfondite, ma in ogni caso incisive, Di Maio sbotta senza dirlo, Mattarella attende alla finestra, Renzi tenta il solito colpo.

Il governo gialloverde è caduto, tocca vedere chi gli succederà. Le elezioni in questo momento sono desiderate dalla stragrande maggioranza degli italiani, ma sappiamo che è un dato assolutamente ininfluente. Accadrà quel che deve accadere, a meno che i numeri e le ostilità reciproche non siano davvero insormontabili. E quel che deve accadere, nei desideri di tutto l’establishment, è il governo PD-M5S. “Governo istituzionale” viene chiamato dai diretti interessati, “giallorosso” dalla stampa e da chiunque sappia ormai come funzionano certe cose.

Cose che ormai ci hanno resi consapevoli che il concetto di “governo tecnico” non abbia nessuna base reale. Il “governo tecnico” è l’esecutivo delle èlite, straniere o italiane che siano: sempre. Che praticamente tutti gli esecutivi di centrosinistra si siano comportati come i “governi tecnici” è poi un fatto conclamato ulteriore.

Per fermare ogni minimo tentativo di discontinuità su materie come l’immigrazione e la schiavitù dei parametri di Maastricht, l’unica strada è rimandare un eventuale altro trionfo di Salvini. Il più possibile. Nella speranza che il consenso elevatissimo della Lega si sgonfi e anche di riuscire, per l’ennesima volta, a eleggere un presidente della Repubblica “amico”, come lo sono stati Scalfaro, Ciampi, Napolitano e Mattarella. E quindi durare praticamente fino alla fine della legislatura. Una soluzione che straconverrebbe ad entrambi gli inciucioni piddini e grillini, visti gli ultimi sondaggi e i risultati delle europee.

Possibile? Forse, in questo contesto, più difficile del previsto, perché i suddetti piddini e grillini si trovano in un impasse non così facile da sciogliere, a causa delle spaccature ormai evidenti in entrambi i movimenti (Renzi e Zingaretti da un lato, intransigenti come Di Maio e inciucioni dall’altro).

E la Lega? Veramente difficile tracciare un bilancio della mossa assolutamente spericolata fatta da Salvini. Su due piedi, sembrerebbe un suicidio politico. Ma è anche vero che il partito sta attuando una strategia comunicativa piuttosto convincente, presentando anzitutto i pentastellati come coloro che da sempre hanno avuto la tentazione di allearsi con  quella sinistra che dalle origini hanno sempre criticato.

E poi sottolineando un aspetto ricordato da Alberto Bagnai ieri al Senato: “Se non si dovesse andare alle urne, il governo che verrà non farà tanto peggio rispetto a quanto avremmo fatto noi”. Il senatore si riferisce dichiaramente all’abbattimento del carico fiscale e alla Flat Tax. Non di qualche percentile (1, 2, 3 o 4%) ma di quella scure percepibile, incontestabilmente da tutti, cui anche Matteo Salvini ha sempre fatto riferimento.

“Un taglio visibile immediatamente nel portafogli di ogni italiano” è la sintesi del concetto espresso da Salvini per mesi. Dal fronte del ministro Tria, di segnali incoraggianti ce ne sono stati pochi, per non dire nessuno. Ancora discorsi sulle coperture, ancora valutazioni sul deficit da contenere, ancora schiavitù e impossibilità di intervenire nell’economia. Altri compromessi.

Nessuno di noi legge nella mente delle persone, ma nella sostanza quanto affermato da Bagnai è incontestabile: ridurre le tasse di qualche spicciolo non serve a nulla. O si tagliano sul serio oppure non ha nessun senso andare avanti. E questo è un tema verso cui ormai gli italiani sono ultra-sensibili.

(di Stelio Fergola)

L’articolo Salvini, PD e 5 Stelle: le incognite del post-gialloverde originale proviene da Oltre la Linea.



Leggi l’articolo completo su oltrelalinea.news