(foto: Getty Images)

Ci sono zone degli oceani di cui ancora si sa poco e niente, o per meglio dire non si hanno dati precisi a riguardo. Per fare un esempio, il fondale a circa venti miglia dalle coste del Pacifico raggiunge i 2.500 metri di profondità, una zona di cui è davvero costosissimo misurarne le condizioni. Come riporta Quartz, infatti, raccogliere informazioni da piattaforme offshore avrebbe dei prezzi proibitivi, mentre i dati dei satelliti sarebbero vulnerabili all’errore, vista la distanza da cui operano. Se le cartografie antiche colmavano questa mancanza di dati con la mitologia, oggi è la tecnologia a venire in soccorso con l’obiettivo è di mappare l’ultima frontiera della Terra.

Mappare gli oceani

Fra i sistemi più avanzati, in particolare, ce n’è uno di sensori in tempo reale sviluppato dalla startup americana Sofar Ocean Technologies. Il loro motto è semplice: “Accedi alla più grande rete di sensori meteorologici oceanici in tempo reale”; il modo per farlo più complesso, ma molto economico: la tecnologia messa a punto è infatti basata sul software Cubesat, inizialmente pensato per essere lanciato nello spazio senza troppi costi. La startup lo ha rafforzato e arricchito di nuovi elementi per poi predisporlo alla visita di ambienti inospitali terrestri, come alcuni fondali oceanici inesplorati. Questa tecnologia – che prende in prestito alcune componenti da smartphone – era stata usata anche dalla Nasa.

Tim Janssen, ingegnere e oceanografo che ha fondato Sofar nel 2016, ha progettato così oltre 200 boe-droni – chiamate Spotters – in grado di attraversare gli oceani del mondo e fornire dati relativi a vento, onde, temperature senza troppo dispendio di denaro. Per accedere alle informazioni in tempo reale basta registrarsi sul sito. Ma fra gli altri prodotti in cantiere c’è anche Strider, una sorta di piccolo robot autonomo che si alimenta a energia solare, può essere rilasciato via nave o aereo nell’oceano aperto e trasmettere dati, fra cui anche video, sempre in tempo reale.

La rete internazionale Argo, invece, guidata dalla National Oceanic and Atmospher Administration degli Stati Uniti (Noaa, la branca federale che si occupa degli oceani), ha sparso nelle acque oltre 3.200 ormeggi sommergibili, progettati per mappare la temperatura e la salinità a oltre 2.000 metri di profondità. Ma ci sono anche altre associazioni che operano nel settore lavorando sul binomio nuove tecnologie-accesso ai dati. Una di queste è lo Schimdt Ocean Institute, una non-profit che ha come obiettivo quello di raccogliere informazioni sugli oceani. Per farlo utilizza proprio la tecnologia come mezzo, avendo sviluppato dei robot marini e un ascensore marittimo in grado di arrivare a 11mila metri al disotto della superficie.

A che punto siamo

Esiste anche una mappa – sviluppata sempre dalla Noaa – con i dati aggiornati della mappatura dei fondali marini disponibili, che, a primo acchito dà un’impressione sbagliata, o meglio illude: solo ingrandendo con lo zoom la cartina infatti ci si accorge delle immense lacune, soprattutto in mezzo agli oceani. Infatti, come riporta National Geographic, meno del 10 per cento dell’oceano è stato esplorato al punto che una mappa dei fondali è meno dettagliata delle mappe di Luna, Marte o Venere.

La lungimiranza dell’uomo nella corsa allo spazio non è stata proporzionata, si potrebbe dire, alla scoperta di qualcosa che invece è a casa nostra: i fondali oceanici rimangono terre di cui non sappiamo nulla. Tutte queste tecnologie, quindi, mirano a rendere più accessibili – in termini di software e di risparmio – questi luoghi della Terra: va detto, però, che il completamento di un processo di mappatura anche nel migliore dei casi richiederà anni e anni di lavoro.

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