Viviamo in quello che è senza dubbio il tempo più tecnologicamente avanzato che l’umanità abbia mai prodotto e – almeno sulla carta – quello in cui si dovrebbero vedere i prodotti e gli scenari di quello che avrebbe dovuto essere il futuro. Eppure, se si guarda ai tratti culturali e politici dell’oggi a dominare sono piuttosto tratti nostalgici, intrisi di romantico rimando a un passato spesso idealizzato verso il quale auspicare di tornare per sfuggire ai tratti insicuri di un presente complesso, instabile e, in molti aspetti, brutale.

La nostalgia è a tutti gli effetti “lo zeitgeist culturale” di questa epoca. Nel suo libro Zeitgeist Nostalgia. Populism, work and “the good life” (Zer0 Books – ma di prossima traduzione italiana da parte di Treccani), Alessandro Gandini, professore associato di Sociologia presso La Statale di Milano, analizza i tratti di questa egemonia della nostalgia nella politica e negli stili di vita contemporanei a partire dai ribaltoni politici del 2016, un anno che segnò almeno due fatture importanti nel clima politico-sociale del contemporaneo, causate dalla vittoria di Donald Trump alle elezioni presidenziali degli Stati Uniti di quell’anno e dal successo del “Leave” nel referendum sulla Brexit nel Regno Unito. Per Gandini quei due eventi hanno marcato l’emersione mai così palese di narrative nostalgiche nel discorso pubblico, mentre i mantra populisti di destra sul “riprendere il controllo” diventavano egemoni.

“Ai miei tempi”

Il discorso di Gandini si inserisce nel contesto di alcuni ampi dibattiti culturali e sociologici che hanno visto la nostalgia diventare un macro-tema, o una lente interpretativa, del presente. Siamo quindi nell’alveo del “realismo capitalista” di Mark Fisher – una “atmosfera pervasiva” che impedisce anche solo di immaginare alternative al capitalismo -, della “retromania” di Simon Reynolds – che descrive l’ossessione per il passato di buona parte di produzione culturale contemporanea e di quella che il filosofo Franco “Bifo” Berardi chiama la “lenta cancellazione del futuro”.

Tratti che delineano l’attuale epoca come un “interregno” tra la fine del mito della “good life” boomer, fatta di stabilità economica e certezze sociali e l’orizzonte odierno, dove quelle certezze sono cadute, o si sono dimostrate false, o non hanno prodotto alternative altrettanto egemoni. Nel mezzo, a dominare è la nostalgia. Quella delle destre populiste certamente, ma anche quella hipster – tutta costruita attorno a un mondo idealizzato di artigianato e vintage – o quella della parte abitata della rete, dove le piattaforme di social media sono intrinsecamente portate al generare effetto nostalgia.

Sembra che non riusciamo a immaginare il futuro senza un po’ di nostalgiaIl 2021 è però un anno più “nel futuro” persino dei futuri immaginati dai classici della fantascienza. Anche Blade Runner avviene “prima”, in un 2019 ipotetico. Nonostante questa possibile presenza del futuro nel nostro contemporaneo, siamo però circondati dalla nostalgia, sostiene Gandini nel suo saggio. “Penso che questo sia il riflesso di una distonia tra l’idea di futuro della fine del Novecento, caratterizzata da una nozione troppo ottimista di progresso come inevitabile miglioramento delle condizioni sociali, economiche e culturali degli individui e della società in generale, e gli avvenimenti più recenti – 9/11, crisi economica del 2007, crisi del debito, fino alla pandemia – che ci hanno fatto capire piuttosto duramente che futuro non significa automaticamente progresso e miglioramento”, spiega Alessandro Gandini a Wired. “Viviamo un po’ una sorta di tradimento da parte del futuro, che doveva presentarsi in un modo e invece è arrivato nella sua versione più distopica; qui si innesca la nostalgia. La fantascienza – per quanto rappresenti frequentemente distopie – ha contribuito a socializzarci a questa versione ottimista del futuro, perché alla fine nei libri e nei film i cattivi perdono sempre. Nella realtà, invece, meno”, continua Gandini.

Innovazione incompresa

Paradossalmente, anche gli avanzamenti tecnologici palesi del contemporaneo sembrano avere perso la capacità di immaginari cambi di paradigma radicali. Anche l’approdo dell’intelligenza artificiale – per decenni disegnata in modo “sublime” come alternativamente distruttiva o come panacea di tutti i mali – continua a essere annunciata, senza davvero concretizzarsi. Anche la tecnologia, in sostanza, sembra quindi aver perso carica propulsiva e capacità immaginifica.

“Nel libro sottolineo come si sia faticato come società a capire, nel senso proprio di comprendere e razionalizzare, l’arrivo di innovazioni come l’Ai e le loro implicazioni; con il risultato che a Occidente abbiamo sostanzialmente appaltato la capacità immaginifica al settore tech imprenditoriale e alle startup, che sono portatori di una visione della società ancora intrisa delle categorie neoliberiste di fine Novecento”, spiega Gandini: “L’avanzamento tecnologico senza innovazione sociale non porta molto lontano”.

Sembra esserci, anche in ambito tecnologico, una sorta di “realismo capitalista”, per citare nuovamente Mark Fisher, a rallentare, se non persino a offuscare, scenari tecnologici realmente paradigmatici e sostanzialmente innovatori, ma in un’ottica non di mercato.

Sul web, in particolare, questo appare come un clima sostanzialmente egemonico. Secondo Gandini, “negli ultimi 5-10 anni si sia messo a fuoco che il ‘sogno’ della rete per come è nata, vale a dire di uno spazio altro, lontano dall’interferenza dei governi – pensa alla Dichiarazione di indipendenza del cyberspazio di John Perry Barlow – non esista più, e che nel contempo ci si sia un po’ svegliati dalla favola che la rete democratizza ‘naturalmente’ i processi sociali e produce automaticamente più conoscenza, più uguaglianza, un miglior dibattito pubblico”.

La caduta dell’ideologia positivista della rete ha però generato anche conseguenze diverse, a cominciare dal reale popolamento del web da parte di tutta la società, con un conseguente effetto confusione. Commenta il docente: “Questo passaggio è avvenuto per di più nella totale assenza di un ragionamento di scenario da parte delle istituzioni e di un discorso pubblico che aiutasse i cittadini a comprenderlo. Questo innesca nostalgia, a mio modo di vedere, di un mondo più semplice, dove non dovevamo fare i conti ad esempio con la sfera pubblica declinata al digitale e con le sue contraddizioni, o ancora con le forme di sorveglianza digitale, le app di tracciamento, o il lavoro che non produce reddito”.

Sia che si guardi alla nostalgia nell’ottica conservatrice del populismo di destra che in quella progressista dell’universo hipster, la sua prevalenza nell’immaginario collettivo contemporaneo e nella sua cultura, scrive Gandini nella conclusione del suo saggio, è un segno ricorsivo caratterizzante i momenti storici di passaggio, ma anche il sintomo dell’assenza di uno scenario di futuro inteso come senso di scopo o direzione, collettiva. La nostalgia è, in conclusione, il frutto di un “senso di impasse che deriva dalla consapevolezza dei ‘futuri perduti’ della modernità”, spiega Gandini. Una impasse che deve anche essere la base su cui costruire nuovi scenari realmente post-nostalgia.

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