(foto: Ernesto Ruscio/Zoe Vincenti)

di Beatrice Beretti

Tutti mentono nella vita reale e virtuale, ma c’è un luogo dove nessuno lo fa: i motori di ricerca del web. Quando una persona è nel privato della sua abitazione e digita qualcosa su Google, rivela quella che è la sua vera natura. Ecco perché analizzare i dati tratti dai motori di ricerca può essere molto utile per capire la nostra società. Ne è convinto Seth Stephens-Davidowitz, data scientist, che ha lavorato per Google e che attualmente scrive per il New York Times. Il suo ultimo bestseller, La macchina della verità (Luiss University Press), è uno studio sui Big Data e su come possano aiutarci a comprendere meglio le persone.
Negli anni passati” – sostiene Stephens-Davidowitz – “se volevi capire gli uomini, le loro azioni e le ragioni di tali azioni avevi un’unica opzione: chiederlo direttamente alle persone. Così si commissionavano sondaggi sul comportamento della gente. Il problema è che le persone mentono: spesso non dicono cosa pensano davvero e cosa hanno intenzione di fare, ma danno risposte mirate a impressionare positivamente l’interlocutore”.

Un esempio presentato dal data scientist riguarda le intenzioni di voto: “Negli Stati Uniti, subito dopo le elezioni del 2016, è stato chiesto alla gente se era andata a votare. I risultati del sondaggio sono stati confrontati col numero effettivo di quanti erano andati alle urne: più del 50% di quelli che non hanno votato aveva mentito dicendo di averlo fatto”.

Un altro esempio riguarda le abitudini sessuali delle persone: gli studi sui big data rivelano che donne e uomini indiscriminatamente dichiarano di fare più sesso di quanto in realtà non facciano. Sempre rimanendo nell’ambito della sessualità, il data scientist mette in rilievo un altro aspetto: “A livello mondiale su Google vengono fatte molte più ricerche sul porno che sul meteo, ma nei sondaggi solo meno del 20% delle persone ammette di guardare porno. Gli inglesi sono gli unici al mondo a fare su Google più ricerche sul meteo che sul porno; non so se sia qualcosa per cui dovrebbero essere orgogliosi o per cui dovrebbero vergognarsi, ma così è”, conclude scherzando.

La conclusione a cui giunge il libro di Stephens-Davidowitz è che i dati ricavati dalle ricerche su Google sono molto più onesti di quelli ricavati dai sondaggi tradizionali. Prendere coscienza di ciò serve per poter utilizzare i big data in maniera proficua, per esempio per predire i risultati delle elezioni. “Se chiedi alle persone se andranno a votare” – spiega il data scientist – “tutti rispondono di sì, ma le ricerche effettuate su Google alcune settimane prima delle elezioni per sapere come e dove votare dimostrano con maggiore accuratezza quanti effettivamente hanno intenzione di recarsi alle urne”.

Un’altra utile applicazione dei big data riguarda la possibilità di predire i suicidi. “È triste, ma non sorprendente che le persone si rivolgano a Google quando pensano di suicidarsi” – afferma Stephens-Davidowitz, “Chi ha quell’intenzione spesso fa ricerche su come metterla in pratica, o dove chiamare per avere aiuto. Le ricerche Google sul suicidio predicono il tasso di suicidi in maniera molto più accurata di quanto non faccia la statistica tradizionale. Quindi se si riesce a ottenere in tempo questo tipo di informazioni forse si possono aiutare molte più persone in difficoltà”.

Altre scoperte interessanti del data scientist riguardano il razzismo: “Se si chiede alla gente in un sondaggio se è razzista, nessuno risponderà di sì. Io, però, sono andato ad analizzare le ricerche su Google e sono rimasto scioccato da quante persone fanno ricerche razziste. In particolare, ho studiato le ricerche che includono la N-word (nigger, termine dispregiativo per riferirsi alle persone di colore). Sono rimasto scioccato da quanto facilmente la gente usi questa parola. Le persone, però, nei sondaggi non ammetterebbero mai di avere questa abitudine. La maggior parte delle ricerche riguarda barzellette per prendere in giro le persone di colore. Le aree degli Stati Uniti dove ci sono più ricerche razziste corrispondono a quelle dove il presidente Barack Obama era meno amato e dove le persone di colore sono vittime di discriminazioni”.

Stephens-Davidowitz non manca di fare un cenno all’attuale presidente del suo paese: “Donald Trump dice molte cose che io e tanti altri giudichiamo razziste, per esempio riporta spesso false statistiche sull’alto numero di crimini commessi da persone di colore e ha l’appoggio di membri del Kkk, il Ku Klux Klan. Quindi io e gli altri ci chiediamo come la gente possa continuare ad appoggiarlo dopo tutte le cose razziste che ha detto, ma sembra che più dica cose razziste e più aumenti il suo consenso tra gli elettori”. Se si guardano studi recenti sui dati presi da Google si scopre che quelle aree dove si fanno più ricerche razziste sono le stesse dove Trump raggiunge il più alto seguito. “Questo vuol dire che negli Stati Uniti ci sono tanti che sono segretamente razzisti, un fatto che i sondaggi non sono in grado di rivelare”, conclude il ricercatore.

Stephens-Davidowitz avverte, però, di non credere che tutti i big data siano ugualmente utili, perché se è vero che le persone sono sincere con Google, non lo sono altrettanto quando scrivono su social media come Facebook. “Le persone non sono oneste su Facebook“ – mette in guardia il data scientist – “perché su Facebook a differenza di Google tutto quello che posti è di pubblico dominio: gli altri vedono dove metti i like e cosa condividi. Facebook mostra le vite di tutti come fossero bellissime, piene di eventi interessanti, si ha una visione completamente diversa da quella che è poi la realtà”.

Un esempio che dimostra come i dati presi da Facebook non abbiano alcuna corrispondenza con la realtà viene dal confronto di due periodici americani: The Atlantic, una testata di alto livello che si occupa di attualità, filosofia, teoria politica e poesia, e The National Enquirer, un periodico di destra che si dedica al gossip. “Noi sappiamo quanto popolari sono queste testate” – racconta Stephens-Davidowitz – “perché abbiamo dati su quante persone negli Stati Uniti comprano questi magazine: si è scoperto che il National Enquirer è tre volte più popolare di The Atlantic, perché le vendite sono il triplo. Ma cosa succede su Facebook, dove tutti vedono cosa ti piace? Su Facebook The Atlantic è molto più popolare del National Enquirer, perché i suoi articoli sono condivisi di più di quelli dell’altro magazine. Tutti preferiscono passare per intellettuali che leggono cose profonde, nessuno vuole far sapere di essere interessato al gossip”.

È possibile anche confrontare i dati provenienti da due diverse fonti, i social media e Google, sullo stesso tema. Stephens-Davidowitz l’ha fatto per vedere come le donne descrivono il proprio marito. È emerso che sui social media le parole più usate di fianco al termine marito sono: al primo posto “il migliore”, al secondo “il mio miglior amico”, al terzo “straordinario”, al quarto “il più grande”, al quinto “così carino”. Per quanto riguarda invece le ricerche su Google collegate alla parola marito l’unico termine a ritornare, e sempre in terza posizione, è “straordinario”, ma gli altri termini più frequenti sono: al primo posto “gay”, al secondo “cretino”, al quarto “noioso” e al quinto “cattivo”.  

L’uso dei big data non è, però, immune da rischi e manipolazioni: “I data scientist” – spiega Stephens-Davidowitz – “sono in grado di predire con precisione se le persone saranno in grado di ripagare un debito, analizzando le parole usate nel modulo di richiesta”. Se una persona che chiede un prestito usa l’espressione io prometto o parole come Dio e grazie gli studi sui big data dicono che è più alta la probabilità che non estinguerà il debito. “Si può quindi immaginare” – avverte l’ospite del Wired Next Fest – “che qualcuno potrebbe usare questi dati per ottenere più profitti sulla pelle della gente. È inquietante che le persone possano essere punite per il fatto di usare certe parole”.

Stephens-Davidowitz conclude il suo intervento auspicando anche nel mondo dell’informazione un uso sempre maggiore dei dati provenienti dalle ricerche su Google: “Penso che nel futuro i giornalisti dovranno sempre di più incorporare gli studi sui big data nei loro pezzi di analisi e approfondimento”.

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